Le buone intenzioni e tutti i limiti del Green new deal europeo

Maria Carla Sicilia

E’ il fiore all’occhiello della Commissione von der Leyen: tanti soldi e obiettivi ambiziosi. Ma la realtà è più complessa

Roma. Il nuovo corso verde dell’Europa poggia al momento su una scatola vuota. Del “Green new deal”, che è uno dei pilastri su cui la nuova Commissione europea ha fondato il programma del suo mandato, non si sa in effetti ancora nulla. Non sono noti i costi di tale ambizioso piano né le misure con cui sarà attuato. L’obiettivo finale però è chiaro ed è stato ribadito mercoledì dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel suo discorso al Parlamento europeo: rendere il continente neutrale dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050, che significa riuscire a non aumentare le emissioni nette di anidride carbonica in atmosfera e quindi la loro concentrazione. Grazie a due risoluzioni approvate giovedì, inoltre, il Parlamento europeo ha dichiarato formalmente lo stato di emergenza climatica e ambientale, impegnando la Commissione a proporre misure low carbon.

  

 

Le aspettative sono dunque molto alte, almeno quanto le possibili risorse in gioco. In una intervista a Repubblica, Frans Timmermans, il vicepresidente esecutivo della nuova Commissione che si occuperà di mettere in pratica il piano verde europeo, ha detto che 3 mila miliardi da impegnare da qui al 2050 “non è una somma esagerata” e che potrebbe essere finanziata con risorse pubbliche nazionali ed europee, con fondi privati e della Banca europea per gli investimenti (Bei). Su questo aspetto ancora incerto si misura però almeno metà della fattibilità del piano verde, che dovrà superare molti ostacoli interni alla stessa compagine dei paesi europei per essere applicato. Fino a ora infatti proposte simili o uguali sono state respinte. L’ultima, a giugno scorso, è stata bocciata dal Consiglio europeo per l’opposizione di alcuni paesi dell’est, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca ed Estonia, fortemente dipendenti dal carbone e con redditi medi molto più bassi di quelli europei.

 


Da un lato la generazione Greta, dall’altro il popolo dei gilet gialli: la riduzione delle emissioni e i costi della transizione. A beneficiare maggiormente del piano di investimenti green dovrebbero essere i paesi dell’est con i sistemi industriali più inquinanti. Ma l’Europa è pronta a socializzare i costi di questa transizione?


  

“La Commissione deve tenere conto che è l’Europa raggruppa paesi con forti differenze sociali, economiche ed energetiche e in tutti questi paesi le politiche climatiche sono in empasse – dice al Foglio Alberto Clò professore di economia all’Università di Bologna e direttore della Rivista Energia –. La ragione, a mio avviso, è che si comincia a realizzare che tali politiche hanno impatti sociali molto forti, come dimostrano i movimenti di protesta che ci sono nel mondo”. Non solo i gilet gialli francesi, ma anche gli agricoltori tedeschi e olandesi, che sono scesi in piazza contro gli interventi dei due governi animati da motivi ambientali. Immaginare un cambio di paradigma nei sistemi a forte dipendenza dal carbone non è tanto più rassicurante. E a beneficiare maggiormente del piano di investimenti green sarebbero proprio i paesi con i sistemi industriali più inquinanti, a cominciare dai quelli dell’est. Ma l’Europa è pronta a socializzare i costi di questa transizione? “In Europa la solidarietà non è di casa. Ben vengano gli investimenti – continua Clò – ma se i costi vanno a finire sui prezzi, a pagarne il conto saranno le famiglie a basso e medio reddito. Ci sono delle controindicazioni di carattere politico sociale da cui non si può prescindere e di fronte a queste bisognerà vedere cosa farà il Consiglio europeo”. Quanto alla possibilità che si risveglino investimenti privati, invece, Clò non si dice fiducioso. “I privati investono solo se hanno una redditività garantita. Le rinnovabili in Italia ne sono un esempio. Oggi si dice che ce la fanno a camminare da sole, ma gli investimenti languono perché i gestori privati non intendono rischiare ”. In questo senso un ruolo di apripista lo avrà la Bei, che ha annunciato che non investirà più in progetti energetici riguardanti le fonti fossili dal 2021. Un’iniziativa mirata a sostenere il Green new deal della Commissione von der Leyen dal punto di vista economico che punta a iniettare liquidità nei progetti low carbon. E però la stessa Bei evidenzia che non è abbastanza. In un rapporto sugli investimenti presentato mercoledì, si dice infatti che per raggiungere un’economia netta a zero emissioni di CO2 entro il 2050, l’Unione europea deve portare al 3 per cento del pil gli investimenti nel sistema energetico e nelle relative infrastrutture, una cifra pari a circa 470 miliardi l’anno, contro i 158 miliardi investiti nel 2018.

  

 

Cosa fa il resto del mondo

Tralasciando per un attimo i costi, in attesa di conoscere i dettagli nei prossimi 100 giorni, c’è un altro aspetto che rende debole l’effettivo impatto del Green new deal europeo, almeno del punto di vista della capacità di fare la differenza in termini globali. “L’Unione europea corre da sola – commenta Clò – Da venti anni ha adottato una strategia unilaterale, incurante del fatto che ciò deprime l’economia rispetto a quelle concorrenti. Un’azione unilaterale su un problema globale è un non-senso. Se le stesse risorse fossero impiegate nei paesi in via di sviluppo avremmo un impatto sulle emissioni globali di gran lunga superiore, oltre che risvolti altrettanto importanti su contesti sociali poveri”.

 

L’Europa incide sul totale delle emissioni globali per il 9 per cento. La speranza della Commissione è che assumere un ruolo di leadership possa portare gli altri paesi a seguire lo stesso esempio. Un risultato che si tenterà di raggiungere approfittando di una posizione unitaria e forte alla prossima Cop sul clima di Madrid ma anche con misure fiscali, come una carbon tax di frontiera. Lo scopo è quello di tassare i prodotti in ingresso in Europa sulla base della loro impronta di carbonio. Intanto gli Stati Uniti hanno formalizzato la loro uscita dall’accordo di Parigi del 2015, e si vedrà cosa succede con le prossime elezioni. La Cina ha programmato invece la costruzione di nuove centrali a carbone per una potenza complessiva di circa 150 GW, più dell’intero parco a carbone di tutta l’Europa. E il rischio, se ci si muove da soli è quello di alimentare illusioni che ripagano solo dal punto di vista elettorale senza però salvare il pianeta, come chiede la generazione di Greta. “C'è una realtà virtuale che si continua a dipingere a piene mani – conclude Clò – e poi c’è una realtà reale che purtroppo va in direzione contraria, con cui bisogna fare i conti. Alzare l’asticella degli obiettivi climatici fa fare bella figura e non costa niente. Ma a chi si chiederà il conto dei risultati ottenuti e delle aspettative disattese nel 2050?