Difendere il mercato dagli sciacalli del clima

Claudio Cerasa

I catastrofisti vogliono trasformare gli allarmi sul climate change in una leva contro il capitalismo. Fesserie. L’occidente forse non fa abbastanza ma è l’unico che sta facendo qualcosa. Dati utili e un bel libro da leggere

I giornali di mezzo mondo – più che occuparsi della surreale polemica attorno al caso del Fondo salva stati, dove l’ex vicepremier di un governo finito ammette di non aver toccato palla sui dossier più importanti portati avanti dal governo di cui era il numero due – nei prossimi giorni dedicheranno con ogni probabilità ampio spazio a un appuntamento importante organizzato a Madrid dalle Nazioni Unite a cui parteciperanno circa 25 mila delegati provenienti da 200 paesi diversi. L’occasione dell’appuntamento è una nuova conferenza dell’Onu dedicata ai cambiamenti climatici (la famosa Cop 25) e lo spunto da cui nasce questo articolo è la frase utilizzata all’apertura dei lavori dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres.

  

Guterres, ex primo ministro del Portogallo ed ex presidente del Consiglio europeo, ha accolto i suoi ospiti con una frase molto apocalittica che si trova in perfetta sintonia con un sentimento diffuso tra i sostenitori della imminente catastrofe climatica: la necessità di scaricare sull’occidente la responsabilità di ogni guaio relativo al futuro del clima. Guterres, cospargendosi il capo di cenere, ha detto che nella lotta contro il riscaldamento globale “fino ad ora i nostri sforzi per raggiungere gli obiettivi sono stati assolutamente inadeguati” e questa affermazione, che sottintende la teoria che i grandi del mondo non si occupano del futuro del clima, si sposa bene con una tesi rilanciata qualche settimana fa sul New York Magazine dalla scrittrice Naomi Klein: se vogliamo occuparci dei problemi legati al clima non possiamo farlo se i grandi del mondo prima non rimetteranno in discussione le oscenità causate dal capitalismo.

  

L’idea che sia necessario dare una spallata al capitalismo per rimettere il mondo nella giusta careggiata climatica è un’idea diffusa non solo tra le pagine dei libri di Naomi Klein ma è un’idea che, come dovrebbe ricordare anche il segretario generale delle Nazioni Unite, semplicemente non corrisponde alla realtà.

 

Andrew McAfee è un’importante ricercatore del Massachusetts Institute of Technology, ha fondato anni fa al Mit un centro di ricerca di livello internazionale sul futuro dell’economia digitale e qualche mese fa ha pubblicato un libro che meriterebbe di essere regalato a tutti coloro che anche nelle stanze dell’Onu usano la retorica allarmistica sul clima come una testa d’ariete per provare a colpire il sistema capitalistico. Il libro si chiama “More from Less” e la tesi del saggio è che il vaccino migliore per curare ogni virus legato all’allarmismo climatico sia da ricercare proprio all’interno del capitalismo.

   

Al contrario dei molti teorici della decrescita felice – ovvero di tutti coloro che vedono nell’aumento del pil una minaccia sconsiderata alla salute del pianeta, chiedere per credere al Cespi, il Centro studi di politica internazionale, che lo scorso 27 novembre ha presentato in Parlamento un progetto in collaborazione con la Camera dei deputati, con il Senato della Repubblica e con il ministero degli Affari esteri, in cui, in vista dell’appuntamento di Madrid, ha indicato tra “gli indicatori più preoccupanti delle attività umane” rispetto al tema del riscaldamento globale sia “l’aumento della popolazione umana” sia “la crescita del prodotto interno lordo” – McAfee sostiene giustamente che il rallentamento o l’arresto della crescita economica ritarderanno solo la soluzione dei problemi generati dal riscaldamento globale e ha notato che sono proprio i paesi governati da sistemi capitalistici avanzati e democratici quelli che hanno al proprio interno i giusti anticorpi per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici.

 

McAfee, nel suo volume, ha evidenziato una serie di grafici che mostrano come il pil degli Stati Uniti continui ad aumentare nonostante l’uso di molti metalli inquinanti si sia ridotto nel corso degli ultimi anni e ha ricordato che le società industrializzate tendono a viaggiare verso un sano disaccoppiamento fra crescita e uso delle risorse naturali (“Dal 1980 a oggi – dice McAfee – il consumo totale di energia negli Stati Uniti è rimasto sostanzialmente invariato da circa un decennio, anche se l’economia è almeno del 15-20 percento più grande rispetto a quel periodo storico”).

  

E se si vogliono prendere per i buoni i parametri utilizzati dalle Nazioni Uniti per pianificare le politiche ambientali del futuro (ovvero l’azzeramento progressivo delle emissioni) bisognerebbe riconoscere che sono gli stessi dati offerti annualmente dalle Nazioni Unite a riconoscere che i paesi più interessati al rispetto dei parametri “cruciali” nella lotta per la tutela del clima sono i paesi che hanno un capitalismo all’avanguardia miscelato con un sistema democratico solido. Tra i paesi che hanno registrato una virtuosa diminuzione del livello di emissioni pro capite tra il 1970 e il 2018 ci sono molti paesi nordici e molti paesi centrali dell’Ue (sia Svezia, Danimarca e Lussemburgo, che Germania, Francia e Belgio) insieme con il Regno Unito e gli Stati Uniti (e sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i follower di Greta del fatto che quasi tutti i paesi “migliori” sono anche forti utilizzatori di energia nucleare, come la Svezia, la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America). A livello di emissioni pro capite, l’Ue ha ridotto nel 2017 il livello di emissioni di GHG (i principali gas a effetto serra) del 17 per cento rispetto ai livelli del 1990.

   

Il maggiore aumento delle emissioni tra il 2017 e il 2018 è stato registrato in India (+ 7,2 per cento) e in Russia (+ 3,5 per cento). Nell’Unione europea a 28, nello stesso periodo, le emissioni sono scese dell’1,9 per cento, poco meno di quanto sono scese in Giappone (-1,7 per cento). L’occidente che dovrebbe insomma autofustigarsi per mostrare sensibilità sui temi climatici, più che mostrare il fianco ai feticisti della decrescita dovrebbe rivendicare con più costanza di oggi la sua capacità di trasformare il giusto equilibrio tra democrazia e capitalismo in un modello da esportare nel pianeta. Quando la smetterà di flagellarsi da sola forse anche l’Europa capirà di essere anche su questo terreno un modello per tutto il mondo. L’occidente capitalistico forse non sta facendo abbastanza, ma è l’unico che sta facendo qualcosa.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.