Gli sciroccati del block friday

Luciano Capone

I fridays for future sono scesi in piazza contro la giornata degli sconti. Ma i difensori dell’ambiente che si travestono da no global sono nemici dell’ambiente e alleati della decrescita. Elogio dello shopping selvaggio

Fridays for future, il movimento giovanile di protesta contro il riscaldamento globale e il cambiamento climatico, è sceso in piazza nel Black friday, per manifestare contro la giornata di forti sconti al grido di Block friday. La scelta simbolica della data di ieri è una denuncia del consumismo e della “sovrapproduzione” della società capitalistica all’origine dei problemi ambientali e climatici del pianeta: il Black friday, con la forte scontistica e gli ordini sulle piattaforme online con i furgoni in giro per le città a emettere CO2 per consegnare pacchi di cartone e imballaggi inquinanti, è l’emblema di un modello che non sarebbe più sostenibile.

 

L’impostazione ambientalista e anticonsumista ricorda molto quella del movimento no global (sperando che l’evoluzione linguistica dei Fridays non porti al Black bloc friday). Secondo i giovani, che hanno portato in piazza i pacchi dell’e-commerce in segno di protesta, bisogna consumare di meno, evitare acquisti inutili o “indotti” dalle offerte allettanti. La sensibilità su questo tema ha contagiato anche uomini delle istituzioni: “Preferisco i Fridays for future, sì, decisamente, al Black friday”, ha twittato l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. E la critica alla giornata dello shopping selvaggio è forte anche in Francia, ieri ad esempio Libération aveva una tenebrosa prima pagina contro “Il lato oscuro del Black friday”. Da un lato c’è il richiamo nazionale contro una tradizione importata dall’America e da questo punto di vista non è affatto improbabile che in Italia, nell’attuale clima politico-televisivo, vedremo giornalisti che dopo le zucche di Halloween spaccheranno con una mazza da baseball i cartoni di Amazon. Ma a parte il lato identitario, c’è una critica ambiental-economica al Black friday che va presa in considerazione: le vendite scontate fanno aumentare l’inquinamento perché spingono verso acquisti inutili.

 

Dal primo punto di vista, quello ambientale, non ci sono evidenze precise. Se le persone comprano oggetti che comunque avrebbero acquistato, probabilmente l’effetto ambientale è benefico: concentrare in un giorno gli acquisti e le consegne, probabilmente riduce le emissioni. Un furgone pieno che consegna 50 pacchi inquina di meno di 50 auto private che vanno a comprare 50 prodotti dopo aver girato più negozi. C’è nel giorno di sconti un problema di congestione dei centri urbani, che fa aumentare le emissioni. Ma è molto probabile che, essendo a ridosso del Natale, questo aiuti a ridurre la congestione sotto le feste per i regali natalizi.

 

Un punto importante della critica è se il Black friday spinga a fare acquisti “inutili”, perché in tal caso sarebbe dannoso. Questo dipende da quanto siano razionali i consumatori: se sono abbastanza razionali pianificheranno gli acquisti, anticipandoli, per risparmiare; se invece sono più impulsivi faranno acquisti inutili (che magari ricicleranno a qualche parente per Natale). Ma questo “sovraconsumo” non può essere perpetuo: se si fanno compere “sbagliate” in un giorno, verranno compensate da risparmi nei mesi successivi, perché il potere d’acquisto non è illimitato. In ogni caso, se i consumatori sono gonzi lo saranno per tutto l’anno e il problema non lo si risolve abolendo il Black friday. C’è anche una contraddizione macroeconomica tra l’ostilità verso i consumi e le ricette antiausterity che spesso gli stessi manifestanti propongono: se si ritiene che in Italia ci sia una “crisi di domanda” e che per uscirne servano politiche fiscali espansive, questo implica che si punti a un aumento dei consumi. Se invece ciò che si vuole è un nuovo modello economico, basato sulla riduzione dei consumi, della produzione e della soddisfazione dei bisogni materiali – in sintesi la decrescita – allora è un altro discorso. Può darsi che sia l’unico modo per “salvare il pianeta” dalla catastrofe climatica, ma bisogna essere consapevoli che è un percorso molto costoso e doloroso. Soprattutto per i più poveri.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali