I due piani del Mes

Guido Tabellini

Il trattato è stato rimesso in discussione dai partiti incapaci di allontanare lo spettro di un’uscita dalla moneta unica. C’è una discussione di merito, ma per l’Italia conta il tema politico: ridurre il debito o sfidare Europa e mercati?

Lo scontro in atto sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) ha due aspetti: uno di merito, sulla revisione del Mes, l’altro politico, riguardante i rapporti dell’Italia con l’Europa. Nel merito, purtroppo è vero che la revisione del Mes non è un “good deal” per il nostro paese. Il punto più importante è che, in base al nuovo trattato, il Mes avrà un ruolo (che oggi non ha) nel valutare la sostenibilità del debito pubblico dei paesi che chiedono assistenza, e nel definire le clausole di condizionalità per erogare gli aiuti finanziari. Trattandosi di un’istituzione intergovernativa che tutela gli interessi dei paesi creditori, questo obiettivamente indebolisce la posizione contrattuale dei paesi ad alto debito che in futuro dovessero chiedere assistenza, a vantaggio dei paesi creditori. Dal punto di vista dell’Italia, a fronte di questo peggioramento non vi sono benefici rilevanti. Saremmo esclusi dalle (nuove) linee di credito precauzionali, per via degli sforzi inadeguati per ridurre il debito pubblico, e le maggiori risorse per far fronte alle crisi bancarie sistemiche arriverebbero solo in situazioni veramente estreme.

 

Sempre per restare nel merito, tuttavia, va anche aggiunto che la riforma del Mes non cambia molto. Già oggi, il Mes può offrire aiuti solo se il debito pubblico è sostenibile, e la Germania ha comunque potere di veto. Se il governo tedesco decidesse che il rischio di aiutare un’Italia in difficoltà fosse troppo alto avrebbe tutti gli strumenti per imporre come condizione una ristrutturazione del debito anche in base agli accordi vigenti. La revisione del Mes rende politicamente un po’ più facile questo esito ma, data la posta in gioco, non cambia sostanzialmente la probabilità che ciò avvenga.

 

Veniamo ora agli aspetti più politici, riguardanti i rapporti tra Italia e Europa. Rifiutarsi di firmare il trattato avrebbe dei costi non trascurabili. Primo, l’Italia dimostrerebbe ancora una volta di essere inaffidabile, perché cambierebbe idea a distanza di pochi mesi su una questione non secondaria e ampiamente dibattuta nelle sedi intergovernative. Secondo, in un momento delicato in cui si aprono nuovi negoziati su altre questioni, ci isoleremmo ancora di più anziché cercare alleanze con i paesi a noi più vicini. Mettendo sul piatto della bilancia le questioni di merito e gli aspetti politici più generali, cosa è meglio per il nostro paese? 

 

Io penso che sia meglio andare avanti e firmare il trattato di revisione del Mes. I costi di fare marcia indietro e porre il veto, a questo punto, sarebbero troppo alti. Chi sostiene il contrario lo fa per questioni strumentali di politica interna. Per inciso, è paradossale che i partiti che ora vogliono fare marcia indietro siano proprio quelli che erano al governo quando il negoziato europeo è stato concluso. Per uscire dallo scontro politico interno, a quanto è dato di capire, il governo italiano chiederà al prossimo Consiglio europeo di approvare la revisione del Mes insieme ai pilastri ancora mancanti dell’Unione bancaria, e in particolare all’assicurazione sui depositi. Ma un accordo su questi temi è più che mai lontano, e non arriverà certo nelle prossime settimane. Per fare passi avanti su questo punto, i paesi del nord Europa chiedono di penalizzare un’eccessiva concentrazione di titoli del debito pubblico nei bilanci delle banche. Una proposta irricevibile per l’Italia. L’idea di approvare la revisione del Mes solo insieme a un pacchetto più ampio di riforme è solo una scusa per prendere tempo.

 

Per l’Italia la questione è un’altra, e non riguarda il Mes e neanche i dettagli dell’Unione bancaria. E’ una questione molto più importante. Il nostro paese ha davanti a sé due strade tra cui scegliere. La prima è fare sul serio nel ridurre il debito pubblico, e allontanare in modo credibile lo spettro di un’uscita dall’euro. Nel giro di qualche anno, questa strada ci consentirebbe di sederci ai negoziati europei con il potere contrattuale che viene dalla solidità finanziaria. La seconda strada è andare allo scontro con l’Europa e con i mercati finanziari. I due principali partiti politici italiani, Lega e Cinque stelle, non sono capaci di scegliere tra queste due strade, e si illudono che possa esserci una qualche via di mezzo. Ma si sbagliano. Prima o poi ci troveremo di fronte a questo bivio e dovremo scegliere. Sempre che a quel punto non sia troppo tardi.