Manifestazione della Lega e del centrodestra contro il governo Conte bis (LaPresse)

Senza più moderazione

Valerio Valentini

La battaglia sul Mes divide in due il centrodestra e mostra l’incapacità di Salvini di cambiare registro in Europa

Roma. Di fronte alla domanda brutale, Gian Marco Centinaio conferma che sì, “dobbiamo deciderci su cosa vogliamo fare da grandi”. Ma non lo dice perché ha appena finito di scattarsi l’ultimo selfie con Antonio Razzi, proprio davanti al busto di Garibaldi, mentre nell’Aula del Senato impazza il dibattito sul Mes. Lo dice, l’ex ministro leghista, perché qualcuno gli chiede conto dell’apparente incompatibilità tra il volere essere, a giorni alterni, quelli che vogliono entrare nel Ppe e quelli che strepitano contro il complotto dei burocrati di Bruxelles a vantaggio delle banche tedesche. Una questione che, a giudizio del berlusconiano Giorgio Mulè, uno che pure si sforza di crederci nel centrodestra a trazione salviniana, ha piuttosto a che fare con la psiche: “C’è il bipolarismo come sistema politico – dice il fedelissimo del Cav. – e poi c’è il bipolarismo come disturbo mentale”. Diagnosi, questa, che Lorenzo Fontana, vicesegretario del Carroccio, rigetta con un’alzata di spalle: “Il problema non si pone perché noi, semplicemente, nel Ppe non vogliamo affatto entrarci”. E insomma le liquida così, lui che è il regista delle trame europee della Lega, tutte queste settimane di retroscena sulla nuova stagione di Matteo Salvini: quella moderata, quella da leader in grado di sedersi al tavolo delle grandi famiglie europee. “Eppure queste ricostruzioni compiacevano alcuni leghisti”, sorride amaro Bruno Tabacci. E aggiunge: “Qui c’è di mezzo la doppiezza di Giorgetti, che gioca sempre due parti in commedia”. E in effetti è a lui che si guarda con la maggiore disillusione, dentro FI. Non fosse altro perché è lui, l’ex sottosegretario a Palazzo Chigi, “l’uomo che telefona a Maro Draghi”, che s’era preso in carico di certificare l’affidabilità europea della Lega.

   

“E invece è proprio Giorgetti che mi delude: la settimana scorsa era il traghettatore della Lega verso il Ppe, oggi applaude a Borghi e Bagnai”, scuote il capo Paolo Zangrillo, altro deputato azzurro che conosce gli umori di Berlusconi. “La Lega dice che Conte è imbarazzante, ma i leghisti lo sono altrettanto. La verità – prosegue Zangrillo – è che il Carroccio e il M5s si assomigliano: sono due partiti di lotta , non di governo”. E Salvini? “Inseguendo queste posizioni estreme mette in difficoltà anche noi, che dentro FI difendiamo le ragioni del centrodestra unito, e rafforza chi invece vuole saltare dall’altro lato della barricata”. In una parola: Mara Carfagna. E Roberto Occhiuto, deputato assai vicino alla vicepresidente della Camera, da giorni lo ripete: “Che Conte non duri, mi pare ovvio. E l’ipotesi più sensata, a quel punto, sarebbe un governo di centrodestra col sostegno di qualche grillino. Ma è chiaro che, prima, Salvini dovrebbe risolvere la questione in Europa: lui, che è un situazionista, dovrebbe ottenere una riabilitazione. Finché stai insieme agli estremisti di AfD e della Le Pen, non vai al governo”.

 

Che è poi, tra i colonnelli leghisti, l’assillo più ricorrente. Lo testimonia, a suo modo, anche Stefano Candiani: “E’ scontato che proveranno a riproporre anche in Italia la logica del cordone sanitario europeo, attirando anche un pezzo di FI”, dice il fedelissimo di Salvini, nel bar del Senato. “Ma questa idea di democrazia, per cui lo decide la Merkel chi può governare e chi no, noi la rifiutiamo. Non dobbiamo essere noi a svenderci al Ppe. Sarà la logica dei rapporti di forza, a spingere l’Ue ad aprire i contatti con noi. Anche perché, con FI che è ormai finita, possono davvero permettersi, a Bruxelles, di tagliare i ponti con l’Italia?”. Certezza granitica, quella di Candiani. Che però non pare condivisa da tutti, nella Lega. Almeno, non da tutti lumbàrd che venerdì si sono riuniti per il Consiglio nazionale (cioè: regionale) del Carroccio, e tra loro hanno riconosciuto che sì, “ha ragione Giorgetti quando dice che la legislatura durerà fino al 2023” e che la via di un governo magari un po’ raccogliticcio, ma che eviti l’isolamento della Lega, non bisogna precludersela. Certo, c’è da convincere Salvini, che pure da qualche giorno ha iniziato ad avvertire i suoi: “State pronti, può succedere di tutto, anche un nostro governo coi grillini e Renzi”. Anche perché alle orecchie del capo della Lega sono arrivati eccome, quegli spifferi di tradimento dal Senato: “Se scatta il cordone sanitario, saltiamo il fosso”. Per ora è solo uno sbuffo davanti a un caffè, insieme ai colleghi di Italia viva. Ma domani, chissà.

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