Per un “salva stati” che serva all'Europa ci vuole la guida politica sui tecnici

Paolo Cirino Pomicino

Un'analisi accurata del Mes e, sullo sfondo, il rischio dell'egemonia tedesca

Al direttore - Da diverso tempo nel nostro paese il dibattito politico assume i caratteri della genericità piuttosto che quelli dell’analisi. Ultima è la discussione sul varo del Fondo salva stati esaminato, purtroppo, per molto tempo nell’ombra dei corridoi di Bruxelles con il silenzio complice dei governi che si sono succeduti negli ultimi tre anni. Esattamente come avvenne con il famigerato bail-in sui default bancari con il quale si trasferirono al mercato quei poteri ultimi che non possono che rimanere nelle mani degli stati. Il Fondo salva stati è uno degli strumenti che dovrebbero portare a una ulteriore stabilizzazione finanziaria all’interno della Ue insieme al completamento dell’Unione bancaria e della garanzia sui depositi bancari. Saggezza richiederebbe che le istruttorie di tutti questi strumenti camminassero parallelamente e contestualmente. Un governo autorevole avrebbe sollecitato con forza questo comune cammino ma l’Italia ha perso quella forza e quella credibilità che aveva sino a 30 anni fa. Entrando nel merito la bozza legislativa che dovrebbe far nascere il Salva stati dovrebbe prevedere che la struttura tecnica e direttiva del fondo deve fare l’istruttoria sulla situazione finanziaria di tutti i paesi dell’eurozona collegata con la Commissione europea e sotto il mandato dei ministri finanziari (Ecofin) ma ogni eventuale decisione non potrebbe che essere decisa che dal Consiglio dei capi di stato e di governo sentito il Parlamento europeo. Tutto questo perché è giunto il tempo che anche in Europa la politica rivendichi il suo primato su organismi tecnici le cui decisioni influenzerebbero la vita delle popolazioni.

 

L’autonomia e la indipendenza della Banca centrale europea sul terreno della politica monetaria è un unicum che non può essere replicato su qualunque altro organismo. Il voler inserire nella bozza legislativa una delle condizioni possibili per l’intervento del Fondo quale ad esempio la ristrutturazione del debito significa che questa condizione per il motivo stesso che è citata nella legislazione europea diventerebbe una condizione sovraordinata a tutte le altre e quasi una condizione “sine qua non” per autorizzare l’intervento finanziario a favore di uno Stato in difficoltà. Cancellata dunque questa norma e affidato all’organo politico la decisione, bisognerà confermare che le stesse decisioni vengano prese alla unanimità. Se infatti si confermasse che può essere presa a maggioranza con l’85% delle quote, avendo la Germania 27 quote si finirebbe per dare alla Germania ciò che forse la stessa Germania non vorrebbe e cioè una posizione di egemonia tale per cui senza il suo voto nulla è possibile e con il suo voto, invece, tutto è possibile. Dovremmo tutti ricordare quel che diceva Helmut Kohl quando si apprestava alla riunificazione tedesca affermando che il suo sogno era una Germania europeizzata e mai una Europa germanizzata. Purtroppo la debolezza politica di molti governi a cominciare dai nostri e le follie inglesi degli ultimi tempi unitamente a quelle dei due ultimi presidenti francesi prima di Macron stanno spingendo l’Unione a quell’approdo che il padre della nuova Germania assolutamente non voleva. Bisogna dunque ritrovare un forte spirito europeo e ripristinare il primato della politica cominciando proprio dal varo del Salva stati che deve rispettare questa cornice di poteri senza delle quali il veto non è un diritto di un paese ma un dovere per tutelare le convinzioni di fondo della Unione così come le intendevano i padri costituenti dell’Europa comunitaria. Una Unione condivisa e forte in grado di contrastare la tentazione degli imperialismi esistenti che vorrebbero fare della Unione europea una mini Yalta con diverse zone di influenza sottoposte alla tutela di questo o di quell’altro imperialismo che non hanno nulla da insegnare al vecchio continente.

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