La ruspa di Gualtieri

Luciano Capone

Il ministro smonta tutte le bufale dei sovranisti e gli ricorda che voler uscire dal Mes è come voler uscire dall’euro

Roma. Tutta la polemica sul Mes, il terrore di un imminente default dovuto alla riforma del trattato, gli allarmi sul complotto franco-tedesco contro l’Italia e le accuse di “altro tradimento” rivolte al premier Giuseppe Conte e dell’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria per aver firmato “in segreto” l’accordo sono svaniti con l’audizione in Senato, alla commissione Finanze, del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

 

Gualtieri, che padroneggia la materia per averla seguita già da tempo a Bruxelles dove era presidente della commissione Affari economici del Parlamento europeo, definisce “comica” la polemica. Spiega nel dettaglio la riforma: “Contrariamente a ciò che si legge, nella riforma ci sono cambiamenti limitati. Da un punto di vista sostanziale riguardano solo l’attribuzione al Mes del backstop dell’Unione bancaria. Ed è un successo per l’Italia, che da tempo richiedeva questo tassello aggiuntivo”. Gualtieri difende l’operato di Tria e Conte, sviscera nel dettaglio tutti i commi e gli articoli del Mes, ribattendo a tutte le obiezioni. A un certo punto ingaggia una battaglia filologica con Adolfo Urso, di Fratelli d’Italia, che riporta fuori contesto alcune dichiarazioni che sembrano una stroncatura della riforma di personalità come Maria Cannata, Antonio Patuelli, Ignazio Visco e Giampaolo Galli. “C’è un processo che trasforma, con pervicacia e impudenza, affermazioni totalmente manipolate e fuori contesto. Adesso gliele dimostro una per una”: e Gualtieri spiega perché quelle citazioni sono “manipolate”. Quando si scende nel concreto, allarmi e contestazioni alla riforma del Mes scoppiano come bolle di sapone.

 

Persino Alberto Bagnai, il presidente della commissione Finanze, leader politico spirituale dei no euro e guida economica di Matteo Salvini, generalmente battagliero sui social network, non azzanna. Si limita a fare alcune contestazioni procedurali di Conte, al “vulnus” per non aver trasmesso tempestivamente al Parlamento un testo di riforma che peraltro era pubblico e che lo stesso Bagnai ammette di aver visto a cui aggiunge altre considerazioni che però, spiega Gualtieri nella risposta, non c’entrano con la riforma del Mes ma riguardano le regole europee.

 

Il ministro Gualtieri ha avuto gioco facile nel replicare a quelle di Bagnai, come a tutte le altre contestazioni, perché davvero quella sul Mes è la polemica più artificiale e manipolata degli ultimi tempi sulle istituzioni europee. A partire dal fatto che l’accordo sarebbe stato raggiunto “in segreto” da Conte all’insaputa dei partiti di governo – che all’epoca erano Lega e M5s – e contro le indicazioni del Parlamento. In realtà tutti i passaggi sono stati trasparenti ed erano noti da tempo, sia dal lato delle istituzioni italiane sia da quello delle istituzioni europee.

 

L’intesa sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità è stata raggiunta quasi un anno fa, all’Eurogruppo del 3 dicembre 2018, dopo il quale venne pubblicato un “term sheet” con i principali punti della riforma. Il backstop comune, l’introduzione più rilevante (che era anche una richiesta italiana), ovvero la possibilità per il Mes di intervenire nelle crisi bancarie a supporto del Fondo di risoluzione unico nel caso in cui dovesse finire le sue risorse. Poi la modifica della procedura per la concessione della Linea di credito precauzionale, uno strumento mai utilizzato dal Mes. Poi la valutazione sulla sostenibilità del debito per accedere all’assistenza del Mes in caso di necessità, uno dei punti più contestati in questi giorni, che non comporterà una ristrutturazione automatica del debito – una richiesta, questa, avanzata dai paesi del nord Europa e a cui si opponeva l’Italia – ma riprende in sostanza l’attuale sistema. Era stata anche definita la nuova cooperazione tra Mes e Commissione nella valutazione della sostenibilità del debito, valutazione finale che – in caso di divergenza – resta in capo alla Commissione (altro punto voluto dall’Italia). Infine, in quelle paginette pubblicate a dicembre era indicata anche l’introduzione delle single limb Cacs in sostituzione delle dual limb Cacs, una clausola che consente una ristrutturazione più ordinata con un voto (anziché) due da parte dei creditori.

 

Tutti questi aspetti erano stati definiti a dicembre 2018, erano pubblici e noti al governo italiano – e quindi a Salvini, che di quel governo era vicepremier e ai suoi consiglieri economici che non si sono sognati di scatenare una battaglia feroce contro i “traditori della patria” (che in quel caso sarebbero stati loro stessi). L’Eurogruppo del 13 giugno 2019 e il successivo Eurosummit del 21 giugno non hanno fatto altro che mettere nero su bianco quell’intesa, scrivendo la bozza di riforma che è stata resa pubblica da allora. E neanche in quel caso la Lega ha proferito parola contro il ministro Tria o il premier Conte.

 

“Dal nostro punto di vista non è in discussione solo la riforma del Mes, ma il Mes”, ha detto in audizione il capogruppo leghista Massimiliano Romeo. “Apprezzo la posizione di chi dice: ‘Noi siamo contro il Mes’, è una posizione legittima – ha risposto Gualtieri –. Io penso che i cittadini italiani sarebbero meno sicuri se decidessimo di uscire dal Mes. E’ un meccanismo che ci tutela, soprattutto perché tutela anche altri paesi. Dato che noi non ne avremo bisogno”. L’Italia sarebbe l’unico paese dell’Eurozona fuori dal Mes e non potrebbe accedere neppure all’aiuto della Bce. Alla fine uscire dal Mes è un po’ come uscire dall’euro. Il punto per la Lega – e per i suoi oppositori – è sempre quello, non i dettagli della riforma che nessuno sembra aver letto.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali