Le noccioline offerte da Gualtieri al M5s per far rientrare la crisi sul Mes

Luciano Capone

Un fondo salva grillini. Le CACs non cambiano e l’accordo già abbozzato dal governo gialloverde non viene toccato. Oggi il mandato a Conte. Defezioni in vista al Senato

Roma. Che la pre-crisi stesse rientrando, che la strada sul Mes fosse in discesa, lo si era capito in mattinata, quando Luigi Di Maio ha incontrato i capigruppo grillini delle commissioni parlamentari per dire che va tutto bene e che il “governo è destinato ad andare avanti”. La tensione accumulata nelle scorse settimane sulla riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, con i parlamentari M5s eccitati dall’antieuropeismo di Salvini più aggressivi contro la nuova versione del Fondo salva stati degli stessi leghisti, si è stemperata.

 

L’incontro della maggioranza è filato liscio e, dopo qualche limatura, si è trovato un accordo sul testo della risoluzione che verrà votata in Aula oggi prima del Consiglio europeo. Potrebbero non mancare sorprese e defezioni sul fronte del M5s, che nel programma elettorale aveva l’abolizione del Mes (proprio come la Lega di Salvini). Alla fine la risoluzione impegna il governo a “mantenere la logica di pacchetto” su Mes, budget europeo e Unione bancaria, escludendo “interventi di carattere restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari e comunque la ponderazione dei rischi dei titoli di stato”. Quest’ultimo punto è, in sostanza, una bocciatura della proposta del ministro delle Finanze tedesco Scholz che non piace alla banche italiane. Inoltre la risoluzione chiede di introdurre lo “schema di assicurazione comune dei depositi” e un safe asset europeo nonché di “escludere qualsiasi meccanismo che implichi una ristrutturazione automatica del debito”. Tutte cose non contenute nella riforma del Mes: in sostanza si tratta di un via libera all’accordo.

  

La risoluzione contiene anche un impegno a “informare tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi” europei con un impatto rilevante sulla finanza pubblica e a “prevedere il pieno coinvolgimento del Parlamento in una eventuale richiesta di attivazione del Meccanismo europeo di stabilità con una procedura chiara di coordinamento e di approvazione”. Cose banali, persino scontate, che non toccano minimamente l’accordo già abbozzato dal governo gialloverde nel dicembre 2018 e poi, nelle sue linee essenziali, chiuso a giugno 2019.

 

Il terreno è stato completamente sminato, tanto che dalla bozza precedente è stato persino eliminato l’unico punto che riguardava la revisione del Mes in modo critico: la riforma delle CACs dalle “dual limb” alla “single limb”. Si tratta di un aspetto marginale e molto tecnico, che riguarda la disciplina delle clausole di azione (CACs) che, in caso di una eccezionale ristrutturazione del debito (come ad esempio è già accaduto in Grecia), per modificare i termini e le condizioni dei titoli di stato renderebbe sufficiente un’unica votazione dei creditori (“single limb” CACs) anziché la doppia votazione necessaria adesso (“dual limb” CACs). In sostanza cambia poco o nulla, anche perché il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri all’Eurogruppo di dicembre è riuscito a ottenere la subaggregazione dei titoli di stato che consentirà ai possessori di votare in base alle proprie caratteristiche e non in un’unica deliberazione.

  

Questo tema, però, aveva suscitato profonde polemiche da parte della Lega e anche nel M5s che ritenevano che le CACs, nate per abbattere i costi di una ristrutturazione del debito, in realtà facessero avverare una ristrutturazione del debito. Per questo, dicevamo, nella precedente versione della risoluzione, su input del M5s, si chiedeva al governo di “condizionare l’adozione di ogni decisione vincolante in merito alla revisione del Mes alla finalizzazione, ancora non conclusa, del suo processo di riforma attraverso la definizione delle regole e delle procedure delle Clausole di azione collettiva evitando l’applicazione dei principi della single limb CACs”. Questo passaggio è stato rimosso, perché avrebbe creato problemi su un punto dell’accordo ormai raggiunto.

  

Anche se in realtà non ci sarebbe nulla da temere sulle CACs che sono nate – dopo la drammatica esperienza argentina – per ridurre i costi del default e non per invocarlo come soluzione. Come ha spiegato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, come ha già dimostrato l’introduzione delle CACs attuali “questa modifica, che non aumenta la probabilità di un default ma riduce l’incertezza relativa al suo esito, potrebbe favorire un calo dei premi per il rischi sul debito sovrano”. E questa opinione, numeri alla mano, è condivisa anche dagli economisti che a livello internazionale si sono occupati della materia (Carletti, Gelpern, Gulati, Panizza, Tabellini). L’esatto contrario di ciò che sostengono Lega e M5s, ma quest’ultimo fino a ieri.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali