“Non ci sono italiani a dirigere il Mes”. L'ultima bufala sovranista

Luciano Capone

In realtà l’Italia è ben rappresentata e conta molto negli organi direttivi del Fondo salva-stati, essendone il terzo contribuente

Roma. Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) è una trappola contro l’Italia, il braccio armato dell’asse franco-tedesco per schiacciare il Belpaese. E i sovranisti italiani, quelli più svegli, hanno trovato la pistola fumante del complotto: nel board del Mes non c’è nessun italiano. “La Francia e la Germania esprimono la dirigenza del Mes – denuncia Claudio Borghi, la mente economica della Lega di Salvini –. Il managing director è tedesco, poi ci sono due tedeschi, due francesi, nessun italiano, nessuno spagnolo, nessun portoghese. Chissà come mai? Perché il Mes è uno strumento di distribuzione dei debiti e dei crediti secondo la convenienza di qualcuno. E quel qualcuno non siamo noi”. L’Italia mette i soldi ma non conta nulla, gestiscono tutto francesi e tedeschi.

  

Un’affermazione del genere può derivare solo da una grande manipolazione della realtà o da una scarsa conoscenza della governance del Mes. Malafede o ignoranza, quindi. Nessuna delle due scusabile quando si occupano ruoli di responsabilità politica e istituzionale. Il riferimento di Borghi e dei sovranista è al Management board del Mes, l’organo che assiste il managing director, il tedesco Klaus Regling, nella conduzione degli affari correnti del Fondo salva-stati. In quest’organo collegiale le nomine non sono politiche, ma vengono fatte all’interno dell’istituzione, scegliendo le persone in base alle capacità personali e non in base alla nazionalità. E’ vero che attualmente nel board non ci sono italiani, ma fino a pochi mesi fa – prima delle sue dimissioni – vi partecipava Cosimo Pacciani, che era chief risk officer, uno dei ruoli più delicati nel Mes, che risponde non solo al direttore generale ma, come si evince da un report di Transparency international (che loda la trasparenza e la governance del Mes), direttamente al Board of directors, l’organo più in alto. E non è neppure vero che in generale nella dirigenza del Mes non ci siano italiani. Da pochi mesi Nicola Giammarioli, capo della strategia e delle relazioni istituzionali, è stato nominato anche Segretario generale del Mes, un altro ruolo chiave: gestisce tutto ciò che riguarda la governance, organizza e partecipa a tutte le riunioni e si occupa dell’attuazione delle decisioni.

 

E’ falso quindi che gli italiani non hanno avuto o non hanno ruoli dirigenziali nel Fondo salva-stati. Ma, soprattutto, in questa polemica è sbagliato anche l’esempio. Perché non è il Management board l’organo più determinante. Come stabilisce il trattato, gli organi direttivi del Mes – quelli che prendono le decisioni più rilevanti – sono il Consiglio dei governatori (Board of governors) e il Consiglio di amministrazione (Board of directors), che nomina il direttore generale (Managing director). E com’è rappresentata l’Italia? Esattamente come tutti gli altri paesi: nel Consiglio dei governatori, l’organo decisionale più importante, siede il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri; nel Consiglio di amministrazione siede il dg del Tesoro Alessandro Rivera, tra l’altro nominato dal governo gialloverde.

 

E non solo l’Italia è rappresentata come gli altri paesi: conta più di altri. Perché in genere le decisioni vengono prese all’unanimità, ma ce ne sono altre che vengono prese a maggioranza qualificata e in questi casi i voti non sono uguali, perché corrispondono al capitale versato nel Fondo. L’Italia è il terzo contribuente del Mes e ha circa il 18 per cento delle quote. E siccome per le decisioni di urgenza serve una maggioranza qualificata dell’85 per cento, l’Italia è uno dei tre paesi del Mes – con Germania e Francia – che ha diritto di veto anche nelle procedure d’urgenza. Quando i sovranisti puntano a isolare il paese dicendo che “l’Italia non conta nulla in Europa” non stanno descrivendo la realtà, stanno presentando il loro progetto politico.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali