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La Lega sapeva tutto del Mes, ma preferiva parlare di minibot

Oltre a parlarne nelle sue chat del presunto complotto sul Mes, il partito di Salvini non hai mai fatto parola pubblica, quantomeno non in atti ufficiali

5 Dicembre 2019 alle 09:46

La Lega sapeva tutto del Mes, ma preferiva parlare di minibot

Foto LaPresse

Roma. Ci sono le chat fintamente segrete, divulgate per mezzo di social network al fine di dimostrare il complotto, lo scandalo, i presunti metodi coercitivi usati dal capo di gabinetto del premier, Alessandro Goracci. E poi ci sono le altre chat, altri messaggi che in modo più discreto alcuni ex ministri del Carroccio sono andati a recuperare, e che risalgono a quelli stessi tribolati giorni di fine giugno durante i quali, a giudizio di Matteo Salvini e dei suoi fidi scudieri no euro Borghi & Bagnai, si consumò la congiura. Messaggi con cui Giancarlo Giorgetti, il più accorto della compagnia, segnalava il nuovo corso degli eventi. “Il Gianca ce lo disse chiaramente – spiega un esponente del Carroccio che fu assiduo frequentatore di Palazzo Chigi – appena seppe che Giuseppe Conte aveva sventato la procedura d’infrazione”.

 

E’ la sera del 2 luglio, quando il premier tiene una conferenza stampa da Bruxelles, alla fine del Consiglio europeo. Nessuna misura di richiamo all’Italia per l’eccessivo debito, e addirittura un annuncio che, in quel momento, pare avere del sensazionale: “Avremo il portafoglio della Concorrenza”. Non sarà così, poi. Ma in quella serata gli esponenti del governo della Lega esultano comunque: “Tanto di cappello”, si scrivono. L’indomani, però, un paio di loro spegneranno i facili entusiasmi dei colleghi: “Giorgetti è preoccupato. Conte, a Bruxelles, ha evidentemente dato molte più garanzie di quelle che ha confessato, per farsi togliere la procedura d’infrazione”. Qualcuno attribuisce all’allora sottosegretario alla Presidenza perfino una battuta desolata: “Siamo già al governo tecnico, senza che ci sia il Monti di turno”.

 

E’ il 3 di luglio: due settimane dopo di un altro Consiglio europeo, quello del 21 giugno durante il quale si era di fatto trovato l’accordo sulla riforma del Mes. Nel Carroccio, dunque, si respirava già la puzza di commissariamento, si sospettava già che, quando andavano a Bruxelles, il premier Conte, il ministro degli Esteri Moavero e quello dell’Economia Tria andassero a trattare “per conto proprio”. E anche per questo, in quelle settimane, dall’entourage di Salvini filtrava una esibita ansia di ribadire come il presidente del Consiglio non si decidesse a cedere le deleghe sugli Affari europei, che gestiva ad interim sin da quando, a inizio marzo, Paolo Savona si era dimesso da ministro. “Perché se le tiene per sé? Matteo vorrebbe sapere cosa accade in Europa”, sbuffavano i fedelissimi del Truce.

 

Se insomma il 19 giugno il Parlamento vota, su insistenza della Lega, la risoluzione di maggioranza per impegnare Conte a “sospendere ogni deliberazione definitiva” sul Mes, è perché questo era il sentimento diffuso di quei giorni: una sostanziale reciproca sfiducia tra i leghisti e il premier. Ed era lo stesso anche quel 12 di giugno in cui, come Borghi ha rivelato postando lo screenshot di una chat riservata, Goracci convocò a Palazzo Chigi i leghisti Bagnai e Massimo Garavaglia e la grillina Laura Castelli per fargli visionare il testo provvisorio della riforma del fondo salva stati. Lo stesso che, tre giorni dopo, sarebbe stato reso pubblico dallo stesso sito del Mes.

 

E dunque perché, pur alla luce di questo clima del sospetto, nessun leghista disse nulla?

 

“Eravamo al governo, non potevamo sollevare il polverone”, si giustificano oggi i leghisti. Strano. Perché in quello stesso 15 giugno, Borghi decide di rilasciare un’intervista a Repubblica proprio per mandare un ultimatum a Tria. “Le leggi le fa il Parlamento. E’ giusto che un tecnico abbia le sue convinzioni, ma la responsabilità politica è nostra. Decidiamo noi”, sentenzia Borghi. Non si riferiva al Mes, bensì all’introduzione dei minibot. Questione di priorità. Oltre a parlarne nelle sue chat del presunto complotto sul Mes, la Lega non hai mai fatto parola pubblica, quantomeno non in atti ufficiali. Lo ha ribadito, a suo modo, anche Ignazio Visco durante l’audizione alla Camera di ieri. Quando l’ex viceministro Garavaglia gli ha chiesto se dall’esecutivo gialloverde fossero giunte alla Banca d’Italia delle richieste di parere sulla riforma del Mes, il governatore ha risposto con un sorriso stupito: “Be’, onorevole Garavaglia, lei c’era al governo. Lo saprà meglio di me che non ci sono state richieste di fornire pareri”.

Valerio Valentini

Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, piccolo paese sugli Appennini abruzzesi. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento, dopo un Erasmus nell'Essex e uno a Parigi. Al Foglio sono arrivato per la prima volta nel 2017, come stagista, e l'ho trovato il posto migliore dove fare il giornalista e occuparsi di politica. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia" (Laterza), sulla gente delle mie parti e sul loro strano modo di stare al mondo, che ha vinto nel 2018 il Premio Campiello Opera Prima

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Commenti all'articolo

  • Lou Canova

    05 Dicembre 2019 - 21:33

    Un paese costretto da giorni e giorni a discutere di scemenze leghiste, riforme immaginarie e complotti fantasma.

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  • Andrew

    Andrew

    05 Dicembre 2019 - 15:05

    Caro Valentini anche Moavero Milanesi mente? Le mostro il virgolettato, legga!!! "Se per parlare intendiamo analisi approfondite, io non ne ricordo. Se intendiamo averlo menzionato di tanto in tanto, è stato menzionato", afferma Moavero. A questo punto, si fa sempre più strada l'ipotesi che Conte e l'allora ministro dell'economia, Giovanni Tria, abbiano gestito autonomamente il dossier, senza consultare né il parlamento né il titolare dei rapporti internazionali. Un affare personale e condotto in segretezza, che, come ha affermato Matteo Salvini durante un convegno, "è emerso solo perché qualche matto sovranista e populista (come piacciono a me) lo ha sollevato".

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  • Andrew

    Andrew

    05 Dicembre 2019 - 14:45

    Basterebbe una ristrutturazione del debito al 70 per cento per creare di botto un buco di oltre 120 miliardi di euro, un terremoto finanziario, provocato da una valutazione del Mes inappellabile e inattaccabile perché nelle clausole è prevista l’immunità totale dell’organo giudicante, pazzia. Siamo di fronte alla cessione di ogni sovranità verso un istituto disegnato come gran parte dei trattati Ue, a immagine e vantaggio dell’asse franco-tedesco e soprattutto del sistema bancario tedesco che con la Deutsche Bank, per via dell’enormità di derivati in pancia, è in crisi nera. Ecco perché avremmo dovuto opporci, questo Governo rischia di mettere in ginocchio L’Italia come sta facendo con la manovra, con l’Ilva, la prescrizione, le tasse e la galera a gogò, il dado è tratto ed il re è nudo, il centrodestra ha ragione da vendere sul Mes e sulle dimissioni del Governo, si torni al voto. Viva l'Italia.

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