La Lega sapeva tutto del Mes, ma preferiva parlare di minibot

Valerio Valentini

Oltre a parlarne nelle sue chat del presunto complotto sul Mes, il partito di Salvini non hai mai fatto parola pubblica, quantomeno non in atti ufficiali

Roma. Ci sono le chat fintamente segrete, divulgate per mezzo di social network al fine di dimostrare il complotto, lo scandalo, i presunti metodi coercitivi usati dal capo di gabinetto del premier, Alessandro Goracci. E poi ci sono le altre chat, altri messaggi che in modo più discreto alcuni ex ministri del Carroccio sono andati a recuperare, e che risalgono a quelli stessi tribolati giorni di fine giugno durante i quali, a giudizio di Matteo Salvini e dei suoi fidi scudieri no euro Borghi & Bagnai, si consumò la congiura. Messaggi con cui Giancarlo Giorgetti, il più accorto della compagnia, segnalava il nuovo corso degli eventi. “Il Gianca ce lo disse chiaramente – spiega un esponente del Carroccio che fu assiduo frequentatore di Palazzo Chigi – appena seppe che Giuseppe Conte aveva sventato la procedura d’infrazione”.

 

E’ la sera del 2 luglio, quando il premier tiene una conferenza stampa da Bruxelles, alla fine del Consiglio europeo. Nessuna misura di richiamo all’Italia per l’eccessivo debito, e addirittura un annuncio che, in quel momento, pare avere del sensazionale: “Avremo il portafoglio della Concorrenza”. Non sarà così, poi. Ma in quella serata gli esponenti del governo della Lega esultano comunque: “Tanto di cappello”, si scrivono. L’indomani, però, un paio di loro spegneranno i facili entusiasmi dei colleghi: “Giorgetti è preoccupato. Conte, a Bruxelles, ha evidentemente dato molte più garanzie di quelle che ha confessato, per farsi togliere la procedura d’infrazione”. Qualcuno attribuisce all’allora sottosegretario alla Presidenza perfino una battuta desolata: “Siamo già al governo tecnico, senza che ci sia il Monti di turno”.

 

E’ il 3 di luglio: due settimane dopo di un altro Consiglio europeo, quello del 21 giugno durante il quale si era di fatto trovato l’accordo sulla riforma del Mes. Nel Carroccio, dunque, si respirava già la puzza di commissariamento, si sospettava già che, quando andavano a Bruxelles, il premier Conte, il ministro degli Esteri Moavero e quello dell’Economia Tria andassero a trattare “per conto proprio”. E anche per questo, in quelle settimane, dall’entourage di Salvini filtrava una esibita ansia di ribadire come il presidente del Consiglio non si decidesse a cedere le deleghe sugli Affari europei, che gestiva ad interim sin da quando, a inizio marzo, Paolo Savona si era dimesso da ministro. “Perché se le tiene per sé? Matteo vorrebbe sapere cosa accade in Europa”, sbuffavano i fedelissimi del Truce.

 

Se insomma il 19 giugno il Parlamento vota, su insistenza della Lega, la risoluzione di maggioranza per impegnare Conte a “sospendere ogni deliberazione definitiva” sul Mes, è perché questo era il sentimento diffuso di quei giorni: una sostanziale reciproca sfiducia tra i leghisti e il premier. Ed era lo stesso anche quel 12 di giugno in cui, come Borghi ha rivelato postando lo screenshot di una chat riservata, Goracci convocò a Palazzo Chigi i leghisti Bagnai e Massimo Garavaglia e la grillina Laura Castelli per fargli visionare il testo provvisorio della riforma del fondo salva stati. Lo stesso che, tre giorni dopo, sarebbe stato reso pubblico dallo stesso sito del Mes.

 

E dunque perché, pur alla luce di questo clima del sospetto, nessun leghista disse nulla?

 

“Eravamo al governo, non potevamo sollevare il polverone”, si giustificano oggi i leghisti. Strano. Perché in quello stesso 15 giugno, Borghi decide di rilasciare un’intervista a Repubblica proprio per mandare un ultimatum a Tria. “Le leggi le fa il Parlamento. E’ giusto che un tecnico abbia le sue convinzioni, ma la responsabilità politica è nostra. Decidiamo noi”, sentenzia Borghi. Non si riferiva al Mes, bensì all’introduzione dei minibot. Questione di priorità. Oltre a parlarne nelle sue chat del presunto complotto sul Mes, la Lega non hai mai fatto parola pubblica, quantomeno non in atti ufficiali. Lo ha ribadito, a suo modo, anche Ignazio Visco durante l’audizione alla Camera di ieri. Quando l’ex viceministro Garavaglia gli ha chiesto se dall’esecutivo gialloverde fossero giunte alla Banca d’Italia delle richieste di parere sulla riforma del Mes, il governatore ha risposto con un sorriso stupito: “Be’, onorevole Garavaglia, lei c’era al governo. Lo saprà meglio di me che non ci sono state richieste di fornire pareri”.

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