La grande paralisi nei ministeri. Franceschini prova a sbloccare

Valerio Valentini

I meccanismi sono tutti fermi, in certi casi perfino inceppati. “Colpa della manovra”, si diceva lo scorso autunno. Poi la legge di Bilancio è stata varata, e le deleghe ancora non sono arrivate

Roma. Roberto Gualtieri la sua promessa l’aveva fatta durante il brindisi di Natale, garantendo ai suoi sottosegretari che le deleghe sarebbero arrivate “nelle prime settimane di gennaio”. Poi, però, si sa le feste come vanno: e allora un paio di giorni fa, a chi gli chiedeva aggiornamenti, il ministro dell’Economia ha risposto, categorico: “Ancora qualche giorno”. Che è più o meno la stessa cosa che ripete Paola De Micheli ai suoi sottoposti, da un tempo così lungo che ormai sembra infinito.

   

Si parla con tanta e tale insistenza di “fase due” del governo, tra ritiri spirituali, conclavi e stati generali, che viene da pensare che la “uno”, di fase, sia già in pieno corso di svolgimento. E invece, a farsi un giro nei vari ministeri, ci si accorge che i meccanismi sono tutti abbastanza fermi, in certi casi perfino inceppati. “Colpa della manovra”, s’è detto per tutto lo scorso autunno, quando il ritardo nell’assegnazione delle deleghe veniva imputato alla necessità di tenere contenuti delle strutture. Poi la legge di Bilancio è stata varata, e le deleghe ancora non sono arrivate.

  

Il più solerte, manco a dirlo, è stato Dario Franceschini: che proprio al rientro dalle vacanze ha firmato i decreti del caso, ora in attesa solo della bollinatura ufficiale. E così la grillina Anna Laura Orrico si occuperà di cinema, paesaggio e centri storici, con un mandato specifico per la città di Taranto; Lorenza Bonaccorsi, del Pd, ha ottenuto il turismo e la musica. Il che, nel complesso, lascia forse ben sperare: perché un’altra delle scuse lungamente addotte per giustificare lo stallo aveva a che fare proprio col ruolo di Franceschini. “Finché i due capi-delegazione non decideranno, tutto il resto rimarrà bloccato”, ci aveva detto a settembre Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri. E dunque, ora che il ministro dei Beni culturali ha sbrigato la sua pratica, ci si attenderebbe che anche Luigi Di Maio decidesse sul da farsi. E invece Ivan Scalfarotto, sottosegretario di Italia viva alla Farnesina, che doveva andare a San Francisco per una missione sull’hi-tech italiano, l’ha scoperto solo sabato, con appena due giorni di preavviso. Perché il capo del M5s non ha ancora capito a chi affidare la delega sul Commercio estero, dopo essersela portata con sé nel trasloco dal Mise al ministero degli Esteri, lasciando nel dubbio sia il suo pretoriano Di Stefano sia il renziano Scalfarotto.

   

E non che a Via Veneto le cose vadano meglio. Stefano Patuanelli uno schema in testa ce l’avrebbe, e passerebbe per mantenere il controllo diretto sui dossier energetici: ma siccome tra le competenze da distribuire tra i suoi cinque sottosegretari c’è quella che riguarda le telecomunicazioni, e siccome sotto quella voce rientra la soprintendenza politica sulla Rai, tutto viene bloccato in attesa di un accordo di maggioranza più ampio. Col quale si dovrebbe superare anche il limbo del ministero del Lavoro, retto dalla grillina Nunzia Catalfo.

  

E se anche un ministro tecnico come Luciana Lamorgese attende di capire gli orientamenti generali, prima di distribuire il lavoro ai suoi sottosegretari al Viminale (e comunque tenendo per sé i dossier strategici della Pubblica sicurezza e dell’Immigrazione), si capisce perché, di stallo in stallo, si torna al punto di partenza. E cioè a quel Mef dove Gualtieri pare intenzionato, per non scontentare nessuno, a replicare lo schema già adottato dal precedessore Giovanni Tria. Assegnando, quindi, delle deleghe a coppia: le Banche a Pier Paolo Baretta e Alessio Villarosa, gli Enti locali e la Programmazione a Laura Castelli e Antonio Misiani, il fisco a un po’ tutti (compresa la bersaniana Maria Cecilia Guerra) e un po’ a nessuno. Sempre che, alla fine, l’assetto resti questo: perché, più dell’approvazione della legge di Bilancio, l’incognita vera, per molti, riguarda la tenuta del governo. Lorenzo Guerini, per dire, alla Difesa è arrivato con uno staff talmente scarno che parecchi, a Palazzo Baracchini, dubitavano sulla sua convinzione di restare a lungo in carica. Ora che, malgré soi, la crisi internazionale rischia di farne un punto di riferimento dell’esecutivo, forse anche lui dovrà adeguare la squadra dei collaboratori. La “fase due”, appunto.

Di più su questi argomenti: