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Così il golden power può allontanare gli investitori esteri

Nel tentativo di difendere settori strategici il governo rischia di bloccare gli investimenti. Parla Saravalle (BonelliErede)

23 Novembre 2019 alle 06:04

Così il golden power può allontanare gli investitori esteri

Foto LaPresse

Milano. E’ più strategico tutelare la sicurezza nazionale o attrarre investimenti esteri? Questi due obiettivi – entrambi fondamentali per un paese che tiene alla sua stabilità democratica ma anche alla crescita economica – rischiano di entrare in conflitto in una fase in cui la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha modificato la percezione stessa di interesse nazionale non solo in America ma anche in Europa e in tutto il mondo occidentale.

 

In Italia gli ultimi governi hanno ampliato progressivamente il raggio d’azione della norma sul golden power, cioè quel potere speciale che ha lo stato di porre il veto a operazioni di investimento che coinvolgono aziende italiane impegnate in settori strategici. Ma a quale prezzo? Il 13 novembre il Parlamento ha convertito in legge il decreto 105/2019 che istituisce “il perimetro di sicurezza nazionale cibernetica”. Questo punta a innalzare gli standard di protezione delle reti e dei sistemi informativi utilizzati dalle amministrazioni italiane e da altri soggetti pubblici, il cui malfunzionamento può pregiudicare la sicurezza nazionale. Nell’attesa che i decreti attuativi chiariscano quali sono questi soggetti e individuino i criteri per identificare le reti e i sistemi informatici rilevanti (l’infrastruttura 5G è sicuramente una di queste), il premier Giuseppe Conte, intervenendo giovedì in un convegno a Milano, ha detto che “occorre ampliare i settori strategici a cui estendere la disciplina della golden power”. Conte, probabilmente, non intendeva dire che la normativa subirà ulteriori modifiche in senso restrittivo, visto che è stata appena approvata, ma le sue parole rischiano di confondere l’orizzonte degli investitori stranieri già resi guardinghi da vicende come quelle dell’Ilva, in cui le regole contrattuali sono state cambiate in corso d’opera. “Occorrerebbe evitare di fare passare il messaggio che le imprese italiane operanti nei settori maggiormente attrattivi non sono realmente contendibili perché è necessario acquisire il placet del governo che gode di ampia discrezionalità”, dice al Foglio Alberto Saravalle, partner dello studio legale internazionale BonelliErede, che per seguire l’evoluzione della normativa sulla golden power ha costituito una apposita “task force”. “La tutela degli interessi nazionali è pienamente comprensibile, ma per evitare che gli investitori internazionali finiscano per guardare altrove, occorre avere regole chiare e tempi brevi”.

 

In Italia la normativa è stata introdotta nel 2012 dal governo Monti e fino ad oggi ha reso possibile monitorare 115 operazioni, tra cui l’acquisizione della partecipazione in Telecom da parte della francese Vivendi, la fusione tra Wind e H3G, la costituzione dei diritti di pegno sulla società Open Fiber, solo per citare qualche esempio. Ma questo strumento è stato sempre più rivolto al controllo degli investimenti esteri (extra-Ue) e ne è stato ampliato l’ambito di applicazione. “Nel 2017 è stato approvato un decreto che estendeva i poteri dello stato a settori ad alto contenuto tecnologico. Ma che cosa vuol dire? Oggi tutte le aziende hanno elevati contenuti tecnologici e, dunque, potenzialmente anche gli investimenti di fondi di venture capital in start up, potrebbero essere bloccati o ritardati da un intervento dello stato”, dice Saravalle. I decreti attuativi che avrebbero dovuto fare chiarezza non sono ancora stati pubblicati. E a rendere più complesso il quadro è arrivata la norma che consente al governo di presidiare la tecnologia 5G, inserita nel decreto Brexit dello scorso aprile dopo le critiche scoppiate per l’apertura gialloverde al gruppo cinese Huawei . “La sensazione – conclude l’esperto – è che i vari aggiornamenti si inseriscano nel quadro della guerra in atto per la supremazia tecnologica. Bisognerebbe decidere a priori qual è il grado di apertura che si desidera stabilire (soprattutto nei confronti di soggetti extra europei) e fare in modo di dare certezza al mercato per contemperare le diverse esigenze in gioco”.

Mariarosaria Marchesano

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