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Quello che il governo non capisce quando si parla innovazione

Ilva, Alitalia, Whirlpool. L'esecutivo non si rende conto che proprio dal digitale potrebbero venire risposte per migliorare i fattori di competitività che hanno portato alle crisi aziendali che vediamo

13 Novembre 2019 alle 19:04

Quello che il governo non capisce quando si parla innovazione

Foto LaPresse

Anitec-Assinform, l'associazione di Confindustria che rappresenta il settore dell'information technology, ha presentato oggi a Milano l'edizione 2019 del suo Rapporto sul Digitale in Italia (qui il testo completo). Pubblichiamo di seguito l'intervento del presidente dell'associazione, Marco Gay.


 

Il digitale crea valore

Il Rapporto dell’Associazione sul mercato ICT è giunto alla 50esima edizione. In questi anni sono cambiate non soltanto le cifre del mercato, che oggi supera i 72 miliardi ed arriverà a 77 nel 2021, ma la rilevanza strategica per l’economia italiana: da nicchia tecnologica a infrastruttura di business essenziale per la competitività di qualsiasi filiera. Dalle banche all’industria, dalle utility al consumer, tutti i settori continuano a investire nel digitale e abbracciano modelli di Open Innovation dando vita a nuovi mercati.

Perché l’innovazione digitale è il change maker dell’economia di questo decennio, come nei secoli scorsi lo sono state industrializzazione, commercio internazionale e globalizzazione.

 

E’ sull’innovazione digitale che è stato costruito l’ultimo – e l’unico in molti anni – piano industriale che l’Italia ha avuto, parlo di Impresa 4.0, che ha generato 10 miliardi di investimenti privati in un anno e che, a condizioni costanti, promette di far crescere gli investimenti innovativi in sistemi industriali e sistemi ICT da qui al 2021 a un tasso medio annuo del 15,5%, mantenendo la quota della componente ICT attorno al 58%.

 

E’ sull’innovazione digitale che nascono le nuove imprese: sono oltre 10mila e cinquecento le start up registrate sul Registro delle imprese - di cui il 56% appartenenti al settore ICT - e tra il 2015 e il 2018 il numero di imprese ICT è cresciuto da 107mila a 112mila.

 

E’ sull’innovazione digitale che si crea occupazione netta: in 3 anni gli addetti ICT sono passati da 480 mila a 512 mila.

 

Ed è l’innovazione digitale che traina il mercato: le componenti più innovative del settore, da qui al 2021, cresceranno a tassi medi annui del 12% per le Piattaforme Web e le applicazioni Wearable, del 14% per l’IoT, i Big Data e la Cybersecurity, del 22% per il Cloud. E la dinamica dell’innovazione potrebbe essere ancora più viva se saremo in grado di rimuovere alcuni ostacoli strutturali.

 

Primo, la disparità territoriale e dimensionale per livello di investimenti tecnologici e la frammentazione del comparto: il 2018 ha visto le grandi imprese esprimere ben il 59% degli investimenti ICT, contro il 19% delle medie e solo il 22% delle piccole, che hanno un peso in termini di occupazione e Pil proporzionalmente più elevato. Sono solo il 2% le imprese ad elevata digitalizzazione sotto i 50 addetti.

 

In secondo luogo, l’insufficienza di talenti e di competenze tecnologiche: a fronte di una occupazione ICT in crescita annua del 2,4%, la forbice domanda offerta di competenze digitali continua infatti ad allargarsi e mancano 12mila laureati.

 

Infine, la limitata propensione al rischio e alla ricerca: da circa un decennio la spesa R&S del settore ICT in Italia, attorno ai 2,2 miliardi di euro l’anno, è per oltre l’80% autofinanziato dalle imprese, per il 13% circa dall’estero e solo per il 6% dal settore pubblico.

 

E il gap con il resto del mondo cresce: secondo (l’Organizzazione Mondiale per la proprietà intellettuale), la Cina con il 20% dei brevetti internazionali ha già strappato al Giappone la seconda posizione nella graduatoria mondiale e nei prossimi tre anni supererà anche gli Stati Uniti, grazie a un ritmo di crescita delle richieste di brevetto che si mantiene a doppia cifra dal 2003.

Soprattutto per ciò che riguarda le tecnologie più avanzate, come l’intelligenza artificiale, stiamo perdendo terreno. 

 

Nell’ultimo anno l’adozione della AI a livello globale è triplicata e oggi è presente in una azienda su sette. Questa accelerazione fa sì che negli equilibri globali l’AI rappresenti la partita economica e tecnologica più importante dei prossimi anni. Gli Stati Uniti prevedono di investire circa 3,6 miliardi di euro entro il 2020 e la Cina 6,3 miliardi.

L’Europa, che conta ormai un ecosistema di circa 1.600 start-up specializzate in AI di cui quasi 480 nel Regno Unito, sta facendo progressi, ma non è ancora al passo: in termini di spesa, dopo aver aumentato a 1,5 miliardi di euro la R&S nel 2018-2020, ha previsto ulteriori 7 miliardi (a partire dal prossimo bilancio 2021-2027) dai fondi Horizon Europe e dal programma Digital Europe.

 

Un’agenda di ricerca strategica comune europea ma con i singoli stati nazionali posizionati a livelli molto differenziati in termini di capitale e programmazione: la Germania stanzierà 3 miliardi entro il 2025, la Francia 1,5 miliardi, mentre in Italia l’investimento stimato in R&S è attorno a 70 milioni entro il 2020.

Di questi, 45 milioni sono previsti dal fondo nella Legge di Bilancio 2019 per il triennio 2019-2021 e il mercato per il momento esprime solo un valore di 135 milioni, benché in crescita annua di circa il 70%. E’ poco, è troppo poco.

 

L’intelligenza artificiale è una risorsa, a patto che non soccombiamo alla stupidità umana di sprecarla.

 

Dobbiamo dotarci di un Piano Nazionale per l’adozione delle Tecnologie Avanzate, che preveda l’attuazione dei provvedimenti in cantiere nel 2019, l’ampliamento delle risorse e del perimetro di applicazione alle tecnologie emergenti come quantum computing e nanotecnologie, un programma di education presso le aziende più piccole e tradizionali per far capire loro in cosa consiste l’AI e quali vantaggi di business può portare.

 

Deve essere una operazione di sistema, del pubblico e del privato insieme. Perché le opportunità offerte al singolo dal digitale sono ormai completamente svincolate dalle barriere strutturali, culturali e territoriali: chiunque, da tutto il mondo può vendere sul nostro mercato generando valore aggiunto e occupazione nel proprio paese; e chiunque dall’Italia, può entrare nelle filiere di produzione globali dove i processi digitalizzati contano moltissimo per far sì che creatività, qualità ed esperienza operativa del Made in Italy continuino a fare la differenza.

Ma sono gli ecosistemi nazionali a fare realmente la differenza nel cogliere queste opportunità.

 

Filiere tradizionali forti

L’ecosistema italiano della innovazione è solido, è invece l’economia nazionale ad essere fortemente provata: il mercato digitale italiano crescerà a tassi del 2,8% nel 2020 e del 3,1% nel 2021 mentre il PIL del 2019 si chiuderà a più 0,1 per cento, come previsto nel Nadef, e nel 2020 non andrà oltre lo 0,4%. Il gap fra il tasso di crescita del PIL digitale e del PIL generale è quindi di 5 volte. Cinque volte, lo ripeto.

 

Come imprenditori e manager che hanno scelto di investire in un settore dinamico, in crescita, con margini rilevanti, ne siamo orgogliosi, ma certamente non ne siamo felici. Siamo, anzi, proprio i primi ad essere preoccupati di un gap che si sta allargando anno dopo anno fra il nostro settore e l’insieme dell’economia nazionale.

 

Siamo i primi preoccupati da una legge di bilancio che mentre da una parte giustamente conferma le agevolazioni di Impresa 4.0, seppur già ridotte dallo scorso anno dall’altra va ad innalzare le tasse sulla plastica, sullo zucchero, sulle case, sulle autovetture.

E non chiamiamole micro tasse, perché il livello della tassazione corporate è già oggi ad un livello di tolleranza massimo per poterci permettere anche una tassa minuscola in più!

 

Siamo i primi preoccupati della bomba sociale che si crea a Taranto se Ilva chiude, che si propaga sulla filiera dell’acciaio fino a valle al prodotto finito, che brucia 24 miliardi di ricchezza, quanto una intera finanziaria.

Siamo i primi preoccupati che Alitalia non abbia ancora una soluzione industriale.

Siamo i primi preoccupati che si smonti l’ennesimo pezzo del bianco a Napoli con Whirpool.

Siamo i primi preoccupati delle multinazionali che vedono nell’incertezza del diritto e dei contratti firmati con la PA il primo limite a investire in Italia.

Siamo i primi preoccupati perché - come dicevo - il digitale, l’elettronica, l’informativa, la tecnologia sono parte integrante di filiere anche molto distanti in termini di Ateco ma vicinissime in termini di business.

 

L’errore di chi governa è proprio di non capire che sono così profonde le interconnessioni che un “battito di ali” nel siderurgico a Taranto crea un tornado nel metalmeccanico di Brescia, una tassa nel distretto della plastica di Reggio indebolisce la domanda di innovazione prodotta a Ivrea.

Ma l’errore di chi governa è soprattutto quello di non capire che invece proprio dall’innovazione potrebbero venire le soluzioni non dico a tutte le gravi crisi industriali che vediamo, ma certamente molte risposte per migliorare i fattori di competitività che hanno portato alle crisi e creare alternative sul territorio.

Non parlo di Ilva su cui – chiariamoci – nell’immediato non esistono soluzioni alternative se non quella di ripristinare la normativa che ha portato al contratto con Arcelor per far lavorare e investire nella ambientalizzazione chi si è impegnato con un contratto a farlo.

 

Ma prendiamo il caso della plastica.

Invece di punire con la plastic tax – un aumento del 110 per cento del costo - un’industria che vede la presenza di tremila aziende, con oltre 50 mila lavoratori, e che sta facendo grandi sforzi nella direzione della sostenibilità, avremmo dovuto sostenere con importanti risorse gli investimenti in innovazione per la trasformazione, il riciclo, il tracciamento della filiera. Questo è un approccio green a Impresa 4.0 che premia la sostenibilità ma non distrugge posti di lavoro!

 

O prendiamo le auto: siamo sicuri che mentre si stanno portando avanti fusioni importanti fra i carmaker, mentre tutto il mondo investe in innovazioni tecnologiche – dall’elettrico alla guida autonoma – e mentre l’auto connessa, con l’implementazione del nuovo standard tecnologico 5G e l’abilitazione dei nuovi servizi di mobilità, produrrà benefici economici da qui al 2025 di circa 42,2 miliardi di euro …mentre succede tutto ciò il nostro modo di fare cassa ed essere green è tassare le auto aziendali o dare i voucher per rottamare e comprare un abbonamento ai mezzi pubblici?

E’ una visione contabile, non industriale. E’ una visione sulle emergenze invece che sullo sviluppo.

Smettiamo di pensare che la risoluzione delle grandi crisi industriali delle aziende mature sia un discorso e che gli incentivi per l’innovazione tecnologica, per le start up e pmi innovative siano tutt’altro.

Per funzionare davvero, la politica delle crisi e quella dell’innovazione hanno bisogno di funzionare insieme.

Se siamo d’accordo su questo, partiamo da qui e applichiamolo al territorio.

 

Abbiamo Trieste, Rieti, Frosinone, Savona, la Val Vibrata, Porto Torres, Termini, Gela e altre ancora che sono identificate come aree di crisi complessa: vanno trasformate in aree di sviluppo complesso, tramite un ecosistema di imprese innovative, con prodotti, servizi e processi strettamente connessi al mercato di riferimento e ready to market in pochi mesi.

 

E’ un modello win-win: vincono le aziende tech, le startup e le pmi che possono usare le risorse del distretto per crescere  e vincono le imprese in crisi e i loro lavoratori che possono trovare nuova occupazione, diversificare e uscire dalla dipendenza degli aiuti di Stato.

Meno sprechi, meno crisi, più risultati!

 

Per questo sui progetti di filiera integrata al territorio vanno focalizzate tutte le risorse che abbiamo: non va cambiato il Piano Impresa 4.0 in complessi crediti di imposta al posto di iper e super ammortamento che hanno dato ottimi risultati grazie all’automatismo fiscale e alla semplicità di utilizzo, ma vanno potenziate le agevolazioni attuali quando investimenti in digitale vanno oltre la singola azienda e connettono fornitori, distributori, terzisti e ricercatori. Serve insomma un “mega ammortamento” di filiera.

 

Così come vanno focalizzate in maniera strategica le risorse del Fondo Nazionale Innovazione, che a sette mesi dai primi annunci ancora non è operativo. Il Fondo è importante per dare una marcia in più anche alla R&D di un settore, quello dell’ICT, che è strategico per spingere l’innovazione in tutti i settori e territori. Ma se aleggia come un convitato di pietra, una presenza prossima ma che non si sa ancora quando e come opererà, il rischio è di continuare a tenere bloccato il mercato della finanza per l’innovazione.

 

Non possiamo permettercelo: 600 milioni di investimenti in capitale di rischio nei primi 9 mesi del 2019 sono troppo pochi.

E troppo limitato è il numero di imprese che adotta in modo sistematico progetti di open innovation: non arriva al 30% del totale e solo il 7% delle aziende è attiva da più di tre anni, ma una su tre, benché non abbia ancora sposato l'idea dell'innovazione aperta, è intenzionata a farlo a breve.

Il cammino verso una piena maturazione di questo paradigma, insomma, è ancora piuttosto lungo, dato che solo le grandissime aziende (in due casi su tre) vantano forme di collaborazioni già avviate con le startup, mentre per le realtà di medie dimensioni la percentuale si riduce al 21%.

E questo è solo uno degli esempi di come anche le buone idee rischiano ritardi e incertezze che poco hanno a che fare con le prassi di un Paese proiettato al futuro.

Chiediamo al Governo in carica di tenerne conto.

 

Le priorità nazionali e le sfide etiche passano dal digitale

“Digitale” è uno degli aggettivi più usati di questo inizio di secolo. Non è un neologismo, ma ha assunto un significato che evoca le tecnologie informatiche, il progresso e l’innovazione. In questa accezione l’aggettivo compare nelle agende strategiche di tutti i paesi del mondo, ma indica anche il divario tra chi padroneggia le nuove tecnologie e chi non riesce a tenere il passo con uno sviluppo tecnologico che avanza a ritmi senza precedenti.

Perché il digitale cambia l’economia e la società e con essa pone delle sfide etiche, a cui il mercato è pronto a rispondere in un dialogo con le istituzioni per trovare un equilibrio nelle transizioni che, sul breve periodo, possono destare preoccupazione.

 

Trovare un equilibrio fra la necessaria equità fiscale fra contribuenti e il contributo che la tecnologia dà in termini di contrasto all’evasione; un equilibrio fra la disoccupazione tecnologica e le nuove opportunità di lavoro; un equilibrio fra la ricchezza dei dati a cui tutti possono accedere e la stortura delle fake news; un equilibrio infine fra le tecnologie per la sostenibilità ambientale e le produzioni energy intensive.

Tutte queste sono sfide cruciali che possono essere vinte solo aiutando il digitale a svilupparsi e condividere le esternalità positive sui territori e sulla società.

 

Se vogliamo massimizzare i “digital social dividend”, è essenziale infatti che il settore ICT continui a crescere.

Perché è anche tramite le opportunità offerte dal digitale che lo Stato può garantire più efficacemente i servizi essenziali come scuola, sanità, sicurezza e tornare ad essere forte e autorevole, baluardo contro i sovranismi e populismi.

 

Pensiamo al lavoro, che continua ad essere una chimera per molti italiani, in particolare i giovani: un quarto di loro non riesce a trovare un lavoro, ponendo l’Italia al terzultimo posto nell’eurozona in questa classifica dietro solo a Grecia e Spagna.

Eppure nell’ICT, che oggi occupa quasi 600.000 addetti e fino a 1 milione di persone se consideriamo anche gli specialisti digital che operano nelle aziende dell’industria, dei servizi e della Pubblica Amministrazione, le nostre imprese faticano a reperire le competenze tecnologiche specializzate specie nelle aree cloud computing, big data e cyber security.

Sono 100.000 gli annunci pubblicati in rete, numero più che raddoppiato negli ultimi 4 anni, registrando un incremento del +7% rispetto al 2017.

 

Non solo, anche le retribuzioni dei profili IT sono in crescita: nelle aziende di informatica ed elettronica i quadri registrano +4,3% e i dirigenti +6,0%, nelle aziende di Consulenza e Servizi ICT crescono le retribuzioni degli impiegati a +2,5%.

Il lavoro in ambito ICT c’è, ma occorre formarsi con le competenze richieste dalla Trasformazione Digitale.

E’ evidente quindi che occorre agire al più presto sui percorsi formativi se si vogliono cogliere tutte le potenzialità del nuovo mercato del lavoro digitale.

 

Per testimoniare il nostro impegno nel combattere lo shortage di competenze dei giovani, tramite iniziative che favoriscano la formazione scolastica e accademica sui temi dell’innovazione, l’Associazione avvierà in collaborazione con il MIUR, a partire dal prossimo gennaio, il contest dal titolo “Premio Nazionale sull’Innovazione Digitale” all’interno del quale valorizzare studenti, scuole e imprese impegnati sulla transizione digitale.

L’iniziativa intende creare una rete di condivisione e di valorizzazione di nuovi progetti promossi dalle scuole e la creazione di nuove partnership, sia tra scuola e aziende sia tra le istituzioni e la nostra Associazione su 4 temi: diffusione dell’utilizzo dei pagamenti elettronici; digital enablers; promozione della sicurezza del web e il contrasto dei fenomeni di bullismo; fake news e utilizzo corretto dei social media.

 

Ma non è solo la scuola dove il digitale deve diventare la priorità: come dicevo sono tutti i servizi essenziali che lo Stato deve assicurare che necessitano di ingenti investimenti in innovazione.

E’ la sanità, sempre più cruciale per l’aumento dell’età della popolazione e la cronicizzazione e sempre più costosa in termini di cure e tecnologie per erogarle, tanto che oggi 4 milioni di italiani rinunciano a curarsi nel pubblico causa liste di attesa infinite, può tornare ad essere di eccellenza soltanto se abbraccia il digitale, dalla ricerca con i big data all’assistenza remotizzata e tramite fascicolo sanitario elettronico.

 

Sono i trasporti, le telecomunicazioni, l’energia e in generale tutte le infrastrutture critiche sotto il profilo della sicurezza nazionale: i dati sono una risorsa strategica e sensibile, sfruttarla al meglio deve essere l’obiettivo degli ecosistemi aziendali, e per farlo servono piattaforme capaci di supportare l’interazione e le transazioni digitali che riuniscono persone e aziende.

In questo contesto, un mercato che cresce del 46% medio annuo per i principali player, la Germania ha presentato Gaia-X, un progetto che coinvolge oltre 100 aziende Ue e istituti di ricerca di 17 paesi, con l’obiettivo di dar vita a un cloud made in UE che garantisca autonomia strategica e difesa degli interessi europei.

 

L’Italia ne farà parte? Con quale strada? L’idea è di lavorare a cloud federato europeo?

Sono domande cruciali per il nostro sistema e per il Paese a cui le istituzioni devono dare risposte quanto prima per non rimanere indietro rispetto ai nostri partner e competitor.

 

Investire in digitale, insomma, è davvero la migliore opzione non solo per garantire servizi pubblici migliori, ma per assicurare un ritorno in termini di coesione sociale, tenuta dello Stato e dei conti pubblici.

Digitale per crescere

Perché quando l’innovazione digitale comincia, diventa un processo continuo, sempre più pervasivo, che premia in termini di strategie, produttività e competitività, ma al quale non ci si può sottrarre.

 

La leadership dell’Italia, forte in alcuni settori come turismo, agroalimentare, meccanica e moda, può essere difesa e sviluppata solo attraverso un ecosistema digitale più favorevole agli investimenti innovativi, tramite una maggiore stabilità fiscale e normativa per chi investe nel cambiamento, grazie ad una PA con meno vincoli culturali e organizzativi e con un progetto di formazione costante e innovativo.

Abbracciare questa sfida economica, sociale ed anche etica, abbracciarla e vincerla, è essenziale e necessario, per l’ICT e per tutta l’economia reale.

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