Perché la decarbonizzazione rapida e dissennata è un fardello per i più poveri

Umberto Minopoli

Il mantra di Greta di un mondo a zero emissioni entro il 2050 ha un costo insostenibile per chi ha bisogno di welfare e crescita

C’è un equivoco. E’ il mantra di Greta: la transizione energetica, verso un mondo a emissioni zero, entro il 2050, non si fa perché i ricchi si oppongono. Nossignori, si oppongono i poveri. Per un motivo, purtroppo, innegabile: il costo della mitigazione climatica. Globalmente l’accordo sul clima di Parigi 2015 vale 4.500 miliardi di dollari: il più costoso accordo internazionale della storia. Nella sola Unione europea l’orientamento a ridurre, autonomamente, le emissioni CO2, di almeno l’80 per cento entro il 2050, potrebbe comportare un costo medio annuale di 1,4 trilioni di dollari. Non è un new deal. Ma il contrario: il mondo spenderà risorse scarse per spese e costi che rallenteranno la crescita mondiale e aumenteranno ineguaglianze e divari di povertà.

 

 

In una fase in cui i governi dovrebbero dare priorità a misure espansive per governare la liberalizzazione degli scambi commerciali, supportare il welfare e fronteggiare le ineguaglianze crescenti, è giustificato un cambiamento di agenda sulle politiche climatiche? Questo colossale drenaggigo di risorse avrà due conseguenze: un colossale spostamento di risorse da impieghi espansivi o protettivi (istruzione, welfare, Sanità, aiuti ai paesi poveri, migrazioni ecc.) a spesa; un cambiamento delle politiche fiscali, da finanziamento di servizi a copertura (tasse ecologiche e sulle emissioni di CO2) di ipotetici benefici futuri. Una scommessa. I feedback climatici sono condizionati da troppe variabili per poter giurare sul sicuro adeguamento delle temperature ai livelli di CO2.

 

  

Le politiche climatiche sono in una doppia morsa. Da un lato, si fa credere che esista una deadline, il 2050, per decarbonizzare il mondo. E’ una data astratta e posta ad hoc. D’altro lato, gli obiettivi quantitativi inducono perplessità e poca credibilità. Il ragionamento dei climatisti è il seguente: a politiche emissive invariate, le temperature medie del pianeta sono previste in aumento, per la seconda parte del secolo, a +2 gradi. L’obiettivo, dichiarato imperativo, e' contenere, invece, l’aumento previsto entro +1,5 gradi. Per ottenere un mezzo grado in meno le emissioni di CO2 dovrebbero più che dimezzarsi entro il 2050. Ma ciò che più conta: a 1,5 gradi in aumento, si sostiene, il mondo si “adatterebbe”, senza eccessivi traumi, alle temperature più calde. Il limite, invece, dei 2 gradi segnerebbe il passaggio dall’adattamento alla catastrofe. Inverosimile. Che, comparato ai costi che comporta, solleva l’interrogativo sulla sua sostenibilità. Prendiamo la Germania: si prefigge di spendere 44 miliardi di dollari in quattro anni per tagliare la sua CO2. Questa spesa enorme corrisponde a 0,00018 gradi di taglio dell’aumento di temperatura previsto in 100 anni. La Germania può, forse, consentirsi questo divario costi/benefici. Ma il Messico, il Brasile, l’India o i paesi africani no. E questa è la ragione che paralizza le decisioni dei governi. E allarga la forbice tra allarme e decisioni sulle emissioni di CO2: semplicemente, il gioco non sembra valere la candela. E rischia di trasformare la transizione energetica in un gioco loss to loss: i paesi poveri non possono sostenere lo sforzo. Ma quelli ricchi nemmeno: non possono rischiare una recessione e un ristagno, senza precedenti, della domanda mondiale.

 

Il “green new deal” rischia di diventare un inganno: un catalogo di misure impositive, tagli di incentivi e politiche di spesa. Spacciate, per di più (vedi caso italiano) per investimenti ecologici e “green golden rule”. Che fare? Occorre un atto di coraggio: liberarsi della data millenaristica del 2050 e tornare alla decarbonizzazione soft, che si affidi alla tecnologia per ridurre la CO2 e senza compromettere la crescita mondiale.