Gelo sugli altiforni

Stefano Cingolani

Non solo Ilva. L’acciaio, cioè l’industria di tutte le industrie, è in crisi ovunque. E il conflitto tra industriali ed ecologisti peggiora le cose

La verità è spietata e non consente mediazioni, la Borsa è spietata quindi dice la verità. Il sillogismo non convince? E allora perché le azioni Arcelor Mittal hanno fatto un balzo all’insù quando il gruppo siderurgico ha annunciato di voler mollare l’Ilva nelle braccia dei commissari nominati dal governo italiano? La finanza, anzi la turbofinanza come la chiamano i nazional-populisti, farà anche del male, ma non mente. E si rende conto che sta arrivando anche in Italia quella che Eurofer, l’organizzazione europea dei produttori, ha chiamato “la tempesta perfetta dell’acciaio”. Le nubi sono già alte nel cielo: la grande frenata dell’industria automobilistica, consumatrice di laminati e acciai speciali, l’edilizia che non è ancora tornata ai livelli pre-crisi, i dazi di Donald Trump, i prezzi al rialzo della materia prima e degli idrocarburi; aggiungiamo anche la Brexit che ha costretto la British Steele a portare i libri in tribunale, e poi c’è l’appuntamento con il futuro, cioè la riconversione dell’intero settore per far fronte alla nuova domanda, quella che riguarda l’ambiente (non a caso sono aumentati i diritti per le emissioni di anidride carbonica). L’acciaio che, come il petrolio (tra l’altro gran consumatore di tubi per la trivellazione), ha segnato la seconda rivoluzione industriale, si trova anch’esso di fronte a un nuovo storico cambiamento. 


Sta arrivando anche in Italia quella che l’organizzazione europea dei produttori ha chiamato “la tempesta perfetta dell’acciaio” 


La ripresa post-crisi aveva prodotto un vero e proprio eccesso di offerta, ma in una prima fase anziché tagliare la produzione si era preferito vendere sotto costo per tener testa alla Cina maestra del dumping. Da quasi un decennio ormai i prezzi dei nastri laminati a freddo e delle barre rinforzate, i due prodotti più richiesti, sono sempre inferiori a quelli medi. Ma non basta accusare i cinesi, perché la situazione è molto più complessa. Gli industriali americani vogliono protezioni a tutto campo nonostante siano tutelati già da una molteplicità di strumenti, il più importante dei quali è il Buy American Act che il Congresso approvò nel 1933 durante la prima presidenza di Franklin Delano Roosevelt – nel pieno della crisi da sovrapproduzione rivelata dal crollo della Borsa di New York del 1929 – e che è tuttora in vigore. La legge non si applica ai prodotti stranieri nel caso in cui il loro prezzo si riveli ancora superiore a quello dell’analogo prodotto nazionale, una volta maggiorato del 6 per cento o del 12 per cento a seconda se sia in concorrenza con quello prodotto da una grande impresa o una di medie e piccole dimensioni statunitensi. Altre deroghe riguardano i beni importati per scopi strategici e militari, oppure sono consentite se i prodotti interni non rispondono agli standard di qualità richiesti, oppure non coprono il fabbisogno nazionale. Nel 1978 il Congresso ha approvato il Surface Transportation Act, che impone l’impiego di materiale fabbricato in casa in progetti finanziati anche solo in parte da denaro pubblico su base locale o federale. Di fatto soltanto la siderurgia primaria sfugge alle protezioni. Ben prima della elezione di Trump sono stati introdotti dazi su 16 categorie di prodotti siderurgici provenienti dalla Cina, e l’anno scorso il Dipartimento del Commercio ha imposto dazi preliminari di oltre il 200 per cento sull’importazione dei laminati piani utilizzati soprattutto nell’auto e nella costruzione dei containers, colpendo otto paesi: Cina, Brasile, Corea, India, Russia, Giappone, ma anche Gran Bretagna e Olanda.

 

In questo quadro davvero macro si inserisce la pantomima tragicomica dell’Ilva, recitata non solo dai politici, ma anche dal popolo di Taranto, che ha votato in massa per il Movimento 5 stelle (48 per cento alle politiche), il quale voleva chiudere il centro siderurgico e adesso che si rischia davvero la chiusura chiede protezione allo stato. Ma facciamo qualche esempio senza andare avanti per miti e metafore, nemmeno fossimo Roberto Calasso.

Il gruppo Marcegaglia punta sulla completa digitalizzazione, Pittini ha annunciato che il sito di Potenza sarà ecosostenibile

 

L’industria di tutte le industrie ha cominciato a perdere colpi dopo aver raggiunto nel 2016 il picco massimo dalla grande recessione del 2008-2010 nel corso della quale venne distrutto un terzo della produzione globale. “Negli ultimi mesi – denuncia Eurofer – c’è stato un improvviso e netto peggioramento delle prospettive per l’industria europea dell’acciaio”, che ora si trova ad affrontare una crisi acuta, con gravi impatti sull’occupazione: i posti di lavoro “a rischio immediato” sono già oltre diecimila, che salgono ad almeno centomila contando l’indotto. Molti i casi già esplosi in vari paesi europei, a cominciare dalla Germania, dove è fallita la fusione tra le acciaierie europee del colosso tedesco Thyssen Krupp con gli stabilimenti della indiana Tata Steel. I licenziamenti annunciati sono circa seimila. Arcelor Mittal ha già ridimensionato nettamente i suoi piani produttivi a partire dall’inizio dell’anno, anche se adesso i sindacati e le forze politiche italiane sembrano cadere dal pero. Era slittato l’aumento produttivo a sei milioni di tonnellate (quando sono entrati erano 4,5 milioni) e la scelta di salvaguardare Taranto andava a scapito di altri stabilimenti: Dunquerque nel nord della Francia, Eisenhuttenstadt e Brema in Germania, Cracovia in Polonia e quello delle Asturie in Spagna (un taglio di oltre 3 milioni di tonnellate solo in questi ultimi due è stato deciso nel maggio scorso). C’è poi il clamoroso caso della British Steel che si è arresa, vittima della Brexit che ha ridotto gli ordinativi e imposto extra costi per partecipare al mercato dei diritti sulle emissioni di anidride carbonica. Gli effetti si fanno sentire anche sui produttori più piccoli e specializzati. In Italia la Danieli (oltre 2 miliardi di fatturato e 9.300 dipendenti) sente il morso della bassa congiuntura che si è manifestato in un calo degli utili. Arvedi ( 3,1 miliardi di fatturato e 3.600 dipendenti) ha ridotto la produzione del 70 per cento in questi ultimi due mesi dell’anno. Marcegaglia, primo gruppo privato italiano (5 miliardi di fatturato e 6.500 dipendenti) cresciuto molto nei due anni precedenti, spera di superare l’anno senza gravi conseguenze.

 

La lobby siderurgica aveva già chiesto un vertice d’emergenza subito dopo le elezioni europee, la confusione in corso e la difficoltà ancor oggi di formare una nuova commissione a Bruxelles, hanno provocato un ritardo che può essere fatale. Perché, se l’associazione degli industriali ha ragione, ci troviamo di fronte a un punto di svolta che ricorda quello che negli anni ’80 ha segnato le sorti della siderurgia di stato in Italia e non solo.

 

Gettiamo uno sguardo di lungo periodo, per esempio all’industria tedesca, la più avanzata e la più grande d’Europa, e mettiamo a confronto la situazione del 1980 con quella odierna. Allora le acciaierie della Germania sfornavano 43,8 milioni di tonnellate di acciaio grezzo con 288 mila addetti; lo scorso anno la produzione è stata di 42,7 milioni di tonnellate con 88 mila addetti. Gli occupati del comparto si sono ridotti a meno di un terzo. Tutto ciò è la conseguenza a lungo termine dell’innovazione tecnologica che ha cambiato il modo di produrre, ma anche del piano che prende il nome dal commissario all’industria, il barone belga Etienne Davignon, la prima e più incisiva politica industriale decisa a livello europeo, che ha deciso tagli della capacità in eccesso, e ha favorito le concentrazioni industriali, mentre in Italia ha sancito la liquidazione della Finsider.

I posti di lavoro “a rischio immediato” sono già oltre diecimila, che salgono ad almeno centomila contando l’indotto

 

La siderurgia italiana è stata distrutta con la sua privatizzazione dicono i nostalgici dello statalismo e i nazional-populisti. E’ vero? Certo, sistemare la Finsider è stato ben più difficile del previsto. Il gruppo Lucchini che aveva preso Piombino si è estinto; gli acciai speciali di Terni sono andati ai baroni dell’acciaio, i tedeschi Thyssen Krupp, e ora sono in fase di ridimensionamento; l’Ilva acquistata dai Riva è ancora una volta sull’orlo del burrone. Tuttavia, nonostante vicende confuse quanto drammatiche, in un settore così delicato e difficile, molto esposto alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo e al prezzo dell’energia, con guerre commerciali in corso fra Usa e Cina, l’Italia è tuttora la seconda potenza europea dopo la Germania. Con 24-25 milioni di tonnellate di produzione annua sovrasta nettamente la Francia e la Spagna che producono 13-14 milioni di tonnellate ciascuna, mentre il Regno Unito è sceso a otto (quasi dimezzando la sua produzione negli ultimi anni). La siderurgia non è una landa desolata di impianti da archeologia industriale. Al contrario. Da un lato c’è quello che possiamo definire lo smaltimento dello spezzatino Finsider: Taranto, Terni, Piombino che da vent’anni non trovano pace né stabilità proprietaria e produttiva. Dall’altro ci sono i privati che cambiano, innovano, crescono. Marcegaglia, Arvedi, Pittini, Beltrame, Feralpi. Ci sono gruppi stranieri che arrivano e non solo l’indiano Jindal che ha preso la ex Lucchini a Piombino, ma l’anglo-indiano Liberty House di Sanjeev Gupta che lo scorso anno ha acquisito la Magona storica acciaieria sempre di Piombino. E c’è la Sider Alloys che ha rilevato l’Alcoa di Portovesme, ingaggiando un braccio di ferro con il governo sulle tariffe energetiche. Gli svizzeri chiedono il rispetto del contratto, chiarezza delle regole, patti chiari. Ricorda qualcosa?

 

La vicenda dell’Ilva è già costata cara anche sul piano strettamente contabile. Dal sequestro degli impianti al gruppo Riva nel 2012 fino al 2017, quando la Arcelor Mittal insieme al gruppo Marcegaglia vince la gara, la crisi del siderurgico tarantino è costata all’Italia 15 miliardi e 800 milioni di euro secondo i calcoli fatti dalla Svimez per conto del Sole 24 Ore. Scrive Paolo Bricco: “Per gli effetti diretti e indiretti della minore produzione della acciaieria di Taranto, fra il 2013 e il 2017 l’export nazionale è stato decurtato – nei calcoli effettuati dall’economista della Svimez, Stefano Prezioso – di 7,4 miliardi di euro”. A fronte di questo c’è il maggior import di acciaio dall’estero. Sempre secondo la Svimez, in cinque anni sono stati pagati 2,9 miliardi di euro. Terzo aspetto negativo sono i minori investimenti pari a 3,7 miliardi di euro. Ultimo, ma non per importanza il quadro economico-sociale: i consumi persi dalle famiglie perché la cassa integrazione è nettamente inferiore al salario effettivo. Qui le stime sono più difficili, ma ammontano almeno a mezzo miliardo di euro l’anno dal 2013. Una voragine che certo non sarà colmata se il siderurgico verrà smantellato come vogliono i Cinque stelle, ma nemmeno se verrà ridimensionato, come vorrebbe il presidente della regione Puglia Michele Emiliano, il quale in questi giorni è tornato a insistere che “l’intera fabbrica è illegale”. Se si dovessero chiudere le aree a caldo per impiantare forni elettrici, cambierebbe non solo il modo di produrre, ma il prodotto, entrando in un mercato dove l’Ilva ha molti altri concorrenti e di fatto potrebbe essere superflua. Dunque non si tratta solo di dimezzare gli occupati attuali, ma probabilmente di chiudere i battenti. Sbaracchiamo tutto e facciamo un parco giochi. La dimissione, come quella di Bagnoli raccontata da Ermanno Rea, che ha lasciato per trent’anni una landa desolata nonostante tutti i i bei progetti di creare una “Silicon Valley napoletana” al posto delle fumiganti colate d’acciaio fuso.

 

Ma la siderurgia e l’ambiente sono destinate a una guerra senza fine? La coalizione della decrescita (in)felice che è prevalsa a Taranto non ha dubbi. Ogni forno è una bomba a cielo aperto, peggio quelli a caldo, ma anche quelli a freddo non scherzano. I siderurgici s’inalberano: ma come, oggi un impianto consuma molta meno energia e sputa una quantità di fumi, polveri e detriti nettamente inferiore rispetto a vent’anni fa. Per un lungo periodo che risale in realtà alla svolta del nuovo millennio, ingenti sono stati gli investimenti per migliorare la efficienza produttiva e l’impatto ecologico. E allora come stanno le cose? La verità si trova nel mezzo? Non esattamente. 


La crisi del siderurgico tarantino è costata all’Italia 15 miliardi e 800 milioni di euro. Aumenta l’import di acciaio dall’estero 


In Europa (perché gli stabilimenti americani sono meno efficienti, anche per questo vogliono i dazi) c’è stato un salto di qualità, favorito anche dall’applicazione massiccia dell’automazione e soprattutto delle tecnologie digitali che oggi consentono un controllo in tempo reale anche degli effetti secondari della produzione. L’Ocse ha dedicato molti studi a questa trasformazione di lunga durata ( per esempio “Greening Steel: Innovation for Climate Change Mitigation in the Steel Sector” che risale indietro di un secolo addirittura). Pochi ricordano che l’acciaio è riciclabile al cento per cento e la British Steel ha messo nero su bianco come, utilizzando l’acciaio inossidabile, si possono ridurre i gas di scarico o ripulire le acque. Anche l’Italia s’è messa in movimento. Il gruppo Marcegaglia punta sulla completa digitalizzazione, mentre nell’aprile scorso il gruppo Pittini ha annunciato che nel giro di tre anni il sito di Potenza sarà completamente ecosostenibile; solo per citare due casi. C’è poi il grande sforzo che viene fatto per risanare non solo le aree dismesse, ma anche quelle che circondano gli stabilimenti in funzione. Viene spesso citato l’esempio della Rhur, dimenticando di ricordare che, come abbiamo visto, la Germania non ha abbandonato l’acciaio, ma, seguendo la sua filosofia industriale, si è spostata via via nei segmenti alti della produzione. E oggi resta di gran lunga la numero uno in Europa: le cifre le abbiano già scritte, ma è meglio ricordare un dato di fatto troppo spesso rimosso. Dell’acciaio ormai non si può fare a meno, però i seguaci della decrescita vorrebbero comprarlo nei paesi in via di sviluppo invece di cambiare i sistemi produttivi nel mondo sviluppato. Tra industriali ed ecologisti il conflitto non è destinato a risolversi in tempi che coincidono con la vita umana, per quanto lunga possa essere. Ma una cosa è certa: chiudendo gli impianti nessuno può dire che migliorerà l’ambiente, tutti però sanno che peggiorerà il benessere collettivo. E Taranto sta lì a ricordarlo, come un memento mori nel teatrino dell’assurdo.