La maggioranza che usa lo scudo penale per far scappare ArcelorMittal

Luciano Capone

Da giorni Conte e Di Maio ripetono in coro che non è il vero problema. In realtà può diventare il punto di caduta delle profonde contraddizioni del governo

Roma. “Lo scudo penale l’abbiamo messo sul tavolo, lo introduciamo ad horas”, dice Conte. “Noi come M5s non siamo d’accordo sull’introduzione dello scudo”, risponde Di Maio. Il governo e la maggioranza da giorni ripetono in coro che “lo scudo penale non è il vero problema”. E invece, nella crisi dell’Ilva, il vero problema è proprio questo. Lo è sia dal punto di vista giuridico che politico e rischia di diventare, come per la Tav nell’esperienza gialloverde, il punto di caduta delle profonde contraddizioni del governo.

 

Nella conferenza stampa dopo l’incontro con Lakshmi e Aditya Mittal, i proprietari della multinazionale che ha vinto la gara per l’acquisizione dell’ex Ilva, il presidente del Consiglio ha definito lo scudo penale, ovvero la norma che esonera i gestori dell’azienda che attuano il piano ambientale, dalle responsabilità precedenti il loro arrivo, un “falso problema”. Ma “per sgombrare il campo, il governo ha dichiarato la disponibilità a introdurre lo scudo penale”. Un concetto ribadito dal ministro dello Sviluppo Patuanelli, che era al suo fianco, disponibile a reintrodurre la tutela anche se “lo scudo penale è un alibi”. Sulla stessa posizione anche Matteo Renzi, solitamente indicato come il guastafeste della maggioranza, che dopo aver votato l’eliminazione dello scudo voluta dal M5s si è detto favorevole a reintrodurlo con le medesime motivazioni: “Togliamo l’alibi dello scudo, ma togliamo anche le fake news: il problema di Mittal è la crisi dell’acciaio, non lo scudo penale”. E sul tema è tornato il premier Conte: “Sullo scudo il governo è compatto. Lo abbiamo messo sul tavolo con ArcelorMittal – ha dichiarato – dicendo che “lo introduciamo ad horas”. Anche alla Camera il capogruppo del Pd Graziano Delrio ha dichiarato che “è stato un errore dare un alibi all’azienda. Ma possiamo rimediare in 5 minuti”.

 

In effetti la mossa sarebbe semplice, anche se non risolutiva. Oltre al pretesto politico, toglierebbe alla multinazionale franco-indiana la via di fuga giuridica per liberarsi dal contratto costringendola a uscire allo scoperto. Il problema però è che il Consiglio dei ministri per togliere “l’alibi” ad ArcelorMittal non è mai stato convocato. Il decreto per “rimediare in 5 minuti” non è mai stato scritto. E questo perché la maggioranza non è affatto “compatta”, come sostiene Conte. Anzi, è profondamente lacerata. La frattura si è palesata quando Luigi Di Maio, il leader del partito di maggioranza relativa, ha dichiarato la contrarietà del M5s alla reintroduzione dell’immunità. “Se il Pd presenta un emendamento sullo scudo è un problema per il governo”. Ancora più paradossale è che Di Maio, dopo aver in tutti i modi cercato di far annullare la gara vinta da ArcelorMittal, ora dica che l’azienda “va obbligata a restare a Taranto” mentre sostiene la modifica delle condizioni contrattuali che spingono la stessa azienda ad andarsene.

 

È molto probabile, come sostengono tutti, che la reintroduzione dello scudo – tolto e rimesso quattro volte in un anno – non servirebbe a far restare ArcelorMittal. Ma non cambia la sostanza della questione, la sposta solo più in là. Perché lo scudo penale è una condizione essenziale per far funzionare lo stabilimento di Taranto, tanto che è stato introdotto proprio per i commissari governativi, e verrebbe richiesta da chiunque avrà il compito di gestirla, anche se andasse verso la sconsiderata scelta della nazionalizzazione. Mettere o meno lo scudo penale vuol dire rispondere alla domanda su se si voglia o meno produrre acciaio a Taranto. Il punto ora non è più se lo scudo sia un alibi per ArcelorMittal, ma se è diventando l’alibi del governo.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali