La vocazione della politica italiana a trasformarsi in zavorra per le imprese

Claudio Cerasa

Ilva, Alitalia, Unicredit e il caso dei titoli di stato a dieci anni insegnano: l’Italia di oggi si presenta come un paese ostaggio dell’ideologia della decrescita, di politici irresponsabili, di una magistratura ideologizzata, di un ambientalismo giacobino

Nella complicata fase storica vissuta oggi dal nostro paese vi sono alcuni segnali importanti che riguardano lo stato di salute dell’Italia che la politica forse farebbe bene a non trascurare. Non c’è dubbio che rispetto a qualche mese fa l’Italia sia un paese meno pericoloso per l’Europa e anche per se stesso ma è piuttosto evidente che nonostante la svolta di agosto vi siano ancora molti elementi legati alla natura della maggioranza politica che rendono il secondo paese più industrializzato d’Europa un luogo decisamente poco accogliente. I segnali cruciali registrati nelle ultime settimane sui taccuini di molti osservatori riguardano alcuni casi che apparentemente, ma solo apparentemente, sono distinti l’uno con l’altro: il caso Ilva, il caso Alitalia, il caso Unicredit, il caso dei titoli di stato a dieci anni.

 

Il caso Ilva lo conoscete: un’azienda che due anni fa aveva vinto una gara per investire 4 miliardi di euro nello stabilimento di Taranto è stata fatta fuggire da una classe politica trasversale che ha scelto di rimettere in discussione uno dei cardini presenti nell’accordo firmato dagli investitori con i commissari di Ilva: lo scudo penale. La sintesi della questione è evidente: io, capitalista straniero, investo in Italia ma voglio avere le spalle coperte, sapendo quante pugnalate alle spalle gli investitori stranieri possono ricevere in Italia.

 

Il caso Alitalia è forse meno chiaro ma non è comunque meno importante: il 21 novembre, salvo nuove proroghe, è previsto il termine ultimo per presentare le offerte vincolanti di Alitalia. Alitalia, come Ilva, è commissariata, come Ilva è in perdita, ma a differenza di Ilva un vero compratore non lo ha mai avuto, lo sta cercando da due anni e mezzo, e per questo di fronte a ogni compagnia disposta a investire in Alitalia i commissari non possono che mostrare interesse.

Il precedente governo aveva messo insieme un consorzio formato da Fs, Atlantia, Mef e Delta, ma il nuovo governo, poco dopo essersi insediato, ha mostrato disponibilità per valutare l’interesse mostrato da Lufthansa, la quale però, giusto pochi giorni fa, ha annunciato di essere disposta a entrare in Alitalia solo a condizione che sia lo stato italiano a risolvere con i sindacati la questione degli esuberi che il gruppo tedesco considera necessari (non meno di 5.000). La sintesi della questione anche qui è evidente: io, capitalista straniero, investo in Italia ma voglio avere le spalle coperte, sapendo quante pugnalate alle spalle gli investitori stranieri possono ricevere in Italia.

 

La terza storia è più per addetti ai lavori ma è una storia che ha comunque una sua rilevanza all’interno del panorama d’affidabilità del nostro paese. Unicredit, vendendo la sua quota residua in Mediobanca, ha scelto di recidere anche l’ultimo legame storico, e forse anche quello più simbolico, che la legava all’Italia e se davvero nelle prossime settimane dovesse essere confermato il piano dell’amministratore delegato di Unicredit Jean Pierre Mustier di creare una holding tedesca per controllare parte delle attività della banca per ridurre i costi di finanziamento e aiutare a proteggere la banca da qualsiasi crisi futura nel suo paese d’origine, si capisce che anche qui il messaggio è più chiaro che mai: io, manager straniero, ho conosciuto l’Italia e so che per un’azienda globale che opera in Italia, e che spesso per autofinanziarsi paga un prezzo molto alto non per la propria inaffidabilità ma per l’inaffidabilità del paese in cui opera, è necessario avere le spalle coperte considerando quante volte la politica può infilare anche società solide dentro il frullatore della instabilità.

 

La quarta storia ha a che fare con una notizia che ha creato stupore alla fine della scorsa settimana quando i giornali finanziari hanno notato che i titoli di stato decennali del nostro paese avevano raggiunto un rendimento maggiore rispetto a quelli della Grecia. Queste quattro storie che abbiamo messo in fila non sono lì a dimostrare che l’Italia è un paese rovinato, spacciato, distrutto, condannato all’irrilevanza. Non è così e sono i numeri a dirci che non è così. Gli investimenti privati diretti in Italia registrano nei primi nove mesi del 2019, come già nel 2018, numeri incoraggianti. Tra gennaio e settembre, secondo uno studio Kpmg su merger & acquisition, sono state registrate 740 operazioni, in incremento del 18,4 per cento sul 2018. Nell’anno precedente, secondo un’analisi presentata da Aifi (Associazione italiana del private equity) e PwC Deals, gli investimenti derivanti da fondi e altri operatori finanziari sono arrivati a quota 9,788 miliardi, in crescita del 98,2 per cento sull’anno prima, con 359 operazioni, e nonostante la presenza del governo gialloverde la nostra economia è passata nel 2018 a livello globale dal 18esimo al 15esimo posto degli investimenti diretti esteri.

 

Il punto non è dover dire a tutti i costi che l’Italia è un paese orrendo incapace di attrarre investimenti. Il punto è provare a capire qualcosa di più importante che riguarda se vogliamo il Dna del nostro paese: l’inaffidabilità dell’Italia ha a che fare non con il tessuto produttivo del nostro paese ma con l’irresponsabilità di buona parte della nostra politica. Il caso Ilva, in fondo, è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande al centro del quale vi è un’immagine che il nostro paese dovrebbe imparare a osservare: la propensione naturale della politica italiana a trasformarsi in una zavorra per le nostre imprese. Vale quando la politica ingrassa la pancia dell’ambientalismo giacobino. Vale quando la politica gioca con il giustizialismo chiodato. Vale quando la politica offre ai magistrati maggiore discrezionalità nell’azione penale. Vale quando la politica sceglie di statalizzare piuttosto che liberalizzare. Vale quando la politica trasforma in un potenziale barbaro ogni investitore straniero. Vale quando la politica sceglie di portare avanti una linea perfettamente sintetizzata dal ministro dello Sviluppo (Sviluppo!) dell’attuale governo italiano, il teoricamente presentabile Stefano Patuanelli, che giovedì scorso ha così sintetizzato lo spirito con cui il primo partito italiano per numero di parlamentari ha scelto di approcciarsi alla nostra politica industriale: “Il MoVimento 5 stelle non ha nel Dna l’ostilità verso le grandi imprese e le multinazionali, quanto piuttosto un rifiuto verso il profitto fine a se stesso o, peggio, un profitto mai reinvestito e maturato sul sudore, sulle spalle e sui talenti delle persone”.

 

L’Italia di oggi si presenta come un paese ostaggio dell’ideologia della decrescita, ostaggio di politici irresponsabili, ostaggio di una magistratura spesso ideologizzata, ostaggio di sindacati spesso poco capaci, ostaggio di un ambientalismo giacobino che vede nella lotta contro il progresso l’unica via per poter difendere l’ambiente. E in una fase instabile come quella vissuta oggi dall’Italia chiedere uno scudo anti cialtroni è il minimo che si possa desiderare per difendersi dai nuovi e vecchi professionisti del caos.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.