Creare lavoro è meglio che difenderlo

Tagli in Unicredit, Ilva e Alitalia. Ma il problema è che mancano nuovi posti

Unicredit annuncia il taglio di 8 mila posti tra il 2020 e il 2023 e la chiusura di 500 sportelli. A differenza del passato la ristrutturazione riguarderà l’Italia, oltre a Germania e Austria. L’annuncio dell’ad Jean Pierre Mustier è coinciso con la comunicazione di distribuzione di 8 miliardi di dividendi tra contanti e riacquisto di azioni proprie. Capitalismo cinico? La Fabi, il sindacato autonomo bancari, parte all’attacco ricordando che dal 2007 la banca ha tagliato 26.650 posti di lavoro, “quindi i piani industriali sono sbagliati. Anche Mustier chiederà uno scudo penale come Lakshmi Mittal per l’ex Ilva?”. Più cautamente la Cisl afferma che “finora, grazie al fondo interno di gestione, nelle riduzioni di personale non è mai stato licenziato nessun bancario. Tuttavia il piano è egualmente sbagliato poiché Unicredit è già a corto di personale”. In realtà la seconda banca italiana si trova nella stessa situazione delle concorrenti soprattutto tedesche – Deutsche Bank a luglio ha tagliato 18 mila posti, per metà in Germania; a ottobre Commerzbank ha tagliato 4 mila posti –, ma non solo. In dieci anni il settore bancario in Europa ha perso 470 mila dipendenti, per la crisi finanziaria e poi per la digitalizzazione dei servizi. E nei primi tre anni il crac Lehman Brothers del 2007 costò secondo lo Us Bureau of Labour 8,8 milioni di posti nei settori finanziario, assicurativo e legale. Eppure oggi gli Usa hanno una disoccupazione del 3,5 per cento, il Regno Unito del 3,8, la Germania del 3,1. In Italia i 5 mila esuberi di Unicredit andranno ad aggiungersi ad altri tavoli di crisi, da Ilva ad Alitalia aggravando una disoccupazione al 9,7 per cento e riproponendo una domanda: perché quando un settore e un’azienda soffrono il lavoro non trova sbocchi altrove? Le leggi e la politica sembrano fatte per bloccare la mobilità preferendo “garantire” scaricando sui contribuenti: cassa integrazione perpetua, redditi di cittadinanza, prepensionamenti. Mentre non si sbloccano gli investimenti, non si riformano burocrazia e giustizia, non si fa nulla per migliorare la produttività. Anche per questo per gli investimenti esteri l’Italia è ottava tra le dieci maggiori economie mondiali, davanti solo a Brasile e Russia.

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