E se il futuro di Unicredit fosse tutto in Italia? Scenari e dati

Mariarosaria Marchesano

Il banchiere francese scopre oggi a Londra le carte sul futuro dell’istituto dopo tre anni di cura da cavallo e vendite non core

Milano. Vendere nel giro di tre anni un gioiello del risparmio gestito come i fondi Pioneer e poi anche la banca on line Fineco, decidere di uscire prima dalla Polonia e adesso dalla Turchia e, infine, cedere di colpo sul mercato l’intero pacchetto azionario detenuto in Mediobanca dai tempi della sua fondazione, significa per Jean Pierre Mustier aver gettato le basi per una metamorfosi genetica del gruppo Unicredit di cui è amministratore delegato da giugno 2016. Significa aver cominciato a smontare quell’idea di banca diversificata e paneuropea che aveva Alessandro Profumo da quando aveva preso le redini di Unicredit nel 1998 – dopo la privatizzazione del Credito italiano – e che non era stata messa in discussione dal suo successore, Federico Ghizzoni.

 

Buone ragioni per aver cominciato quest’opera ce ne sono, compreso il fatto che Unicredit ha vissuto anni complicati dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la vigilanza europea ha chiesto sacrifici alle banche per mettersi in sicurezza. E sempre le difficoltà di carattere regolatorio avrebbero fatto evaporare lo scenario di una fusione transfrontaliera a causa degli elevati costi che questa avrebbe comportato.

 

Ma Unicredit ha pagato anche un prezzo al prolungato caro spread durante il governo gialloverde che ha di fatto reso più caro il costo dell’approvvigionamento dei capitali per le banche. E oggi risente – come del resto altre banche – degli effetti erosivi sugli utili dei tassi d’interesse negativi della Bce. La strategia di Mustier si è così realizzata in due tempi: in un primo momento si è concentrato sul rafforzamento di bilancio e patrimoniale (proprio sotto la guida del banchiere francese c’è stato un cospicuo aumento di capitale da 13 miliardi di euro) e più di recente ha accelerato le dismissioni non core senza però mai fornire indizi su cosa riserva il futuro alla banca di Gae Aulenti.

 

Ma il momento della svolta è arrivato. L’amministratore delegato scoprirà le carte oggi quando da Londra annuncerà il piano industriale per i prossimi quattro anni (battezzato “Team 23”) dopo i tanti rumors che si sono rincorsi sia sulla creazione di una subholding con sede all’estero come primo passo per “spacchettare” le attività del gruppo . Nei giorni scorsi Unicredit ha annunciato la riduzione della partecipazione (dal 40 al 31 per cento) nella banca turca Yapi Kredi, decisione che segue di tre anni la vendita della quota nella banca polacca Pekao. Sebbene, il sentiment del mercato sia positivo qualche dubbio si pone. Proprio la prevedibile uscita dalla Turchia comporta un impatto negativo sul conto economico del quarto trimestre a causa dei costi che Unicredit dovrà sostenere per sciogliere anticipatamente la joint venture con Koc Holding, la conglomerata turca con la quale condivide il controllo della Yapi. Inoltre, se anche Unicredit portasse a casa una plusvalenza di qualche centinaio di milioni di euro dopo aver ceduto l’intera partecipazione questa sarebbe controbilanciata negativamente dal fatto di dover rinunciare a 300 milioni di utili netti annui incassati grazie a Yapi Kredi.

 

Se si vuole individuare una logica in quest’operazione, è di tipo industriale, sottolinea una ricerca di Equita, secondo cui “il razionale del deal sembra quello di contenere i profilo di rischio del gruppo, focalizzandosi sul completamento della ristrutturazione del core business domestico (ulteriori dismissioni non core, tagli di sportelli e dipendenti) riducendo l’esposizione ad un mercato dal potenziale di crescita evidente ma caratterizzato da notevole volatilità per temi geopolitici”. Perciò, aggiungono gli analisti di Equita, “ci attendiamo che il piano industriale di domani (oggi per chi legge) sveli il risultato finale di questo trade-off di cui dovrebbe beneficiare il profilo di rischio e la complessità di gruppo ma penalizzare la redditività di lungo periodo”. Secondo il centro studi di Mediobanca, un driver di crescita possibile è quello nel settore della bancassicurazione che potrebbe avvenire attraverso fusioni e acquisizioni in Italia.

Di più su questi argomenti: