La sede milanese di Unicredit (foto LaPresse)

Contro il piagnisteo sulle banche italiane

Claudio Cerasa

Numeri, fusioni e futuro. Come combattere l’agenda Tafazzi (con postilla per il Financial Times)

Sul Financial Times di ieri un articolo molto informato ha dato conto di un fenomeno interessante che riguarda le banche italiane. Secondo il quotidiano inglese, le banche italiane, in Europa, sono tra quelle che in questi giorni si stanno affrettando maggiormente a trarre profitto dai tassi negativi offerti dalla Bce attraverso l’utilizzo di uno strumento tecnico chiamato arbitraggio, concesso proprio dai tassi di interesse estremamente bassi offerti dalla Bce. Funziona così: le banche si prestano contante a fronte di titoli in garanzia e l’indomani si riprendono i titoli restituendo il prestito e guadagnandoci su ogni operazione. In economia, come raccontano i manuali della finanza, l’arbitraggio è un’operazione che consiste nell’acquistare un bene su un mercato e nel rivenderlo poi su un altro mercato sfruttando le differenze di prezzo al fine di ottenere un profitto. Non c’è nulla di illecito e nulla di illegale in questa attività ma lo spin del Financial Times, se seguito con malizia, potrebbe portare ad alimentare una leggenda metropolitana che da tempo arricchisce il già robusto dizionario del tafazzismo italiano. Una leggenda che grosso modo suona così: le banche italiane sono un disastro mondiale e per non finire con le gambe all’aria hanno bisogno di trucchetti per non tirare le cuoia. Il sistema mediatico italiano, e anche quello politico, tende a parlare di banche, alimentando lo spin non italiano, solo quando qualche banca presenta delle difficoltà o solo quando qualche manager viene indagato (salvo poi scordarsi di quando quello stesso manager viene scagionato). Ma si scorda invece di parlare di banche italiane quando queste mostrano un qualche cenno di vitalità. Eppure, negli ultimi tempi, lontano dai radar dell’opinione pubblica, le banche italiane hanno mostrato una vitalità, e una vocazione all’internazionalizzazione, tale da aver impressionato buona parte degli operatori europei.

 

 

Un esempio recente, ovviamente, è stato rappresentato dal caso del passaggio di consegne in Mediobanca tra Unicredit e Del Vecchio, con Mediobanca che ha fatto aumentare di quasi un euro il valore delle sue azioni nel giro di cinque giorni e con Unicredit che ha fatto un passo ulteriore verso la sua internazionalizzazione (chissà che qualcuno in Intesa Sanpaolo oggi non stia ripensando se il piano di fusione tra la banca guidata da Carlo Messina e quella guidata da Alberto Nagel, di cui si è a lungo discusso nel 2017, non possa tornare d’attualità, anche per rafforzare la governance di Generali, di cui Mediobanca e lo stesso Del Vecchio sono ancora azionisti forti; e chissà che la suggestione evocata ieri da alcuni giornali della fusione tra Banca Mediolanum e Mediobanca, definita “sensata ma non sul tavolo” da Massimo Doris di Mediolanum e non demonizzata da parte dello stesso Nagel non possa permettere a Mediobanca di trovare nel futuro una maggiore stabilità). Un esempio ancora più recente, e meno commentato, è rappresentato invece da una serie di dati importanti relativi allo stato di salute delle banche italiane, che messi in fila uno accanto all’altro permettono di capire meglio in che senso la vulgata delle banche italiane descritte come fonti di problemi inesauribili non corrisponda alla realtà. I dati di Borsa, per quello che possono valere, ci dicono che nei primi nove mesi del 2019 le cinque principali banche italiane hanno registrato in media un aumento degli utili consistente (più 38 per cento) che si è accompagnato a una riduzione dei costi e delle svalutazioni dei crediti (-10,1 per cento). Pochi giorni fa, il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri hanno notato come sia stata rilevante in Italia la caduta dei prestiti deteriorati. 

 

 

E nonostante sia vero, come ha ricordato due giorni fa Moody’s, che le banche italiane detengono ancora uno stock molto alto di non performing loan (Npl), con 144,9 miliardi di euro alla fine del primo trimestre di quest’anno, contro gli 84,3 miliardi di euro nella pancia delle banche greche, è anche vero che nel 2018 sul totale dei crediti deteriorati scambiati a livello europeo la quota relativa ai crediti italiani è stata pari al 53 per cento (97 miliardi su 182 miliardi complessivi) ed è anche vero che secondo un rapporto presentato cinque giorni fa dall’autorità bancaria europea tra giugno 2015 e giugno 2019 le banche che hanno registrato il maggior calo di Npl sono quelle italiane (145 miliardi) seguite da quelle spagnole (81 miliardi), da quelle del Regno Unito (60 miliardi) e da quelle tedesche (43 miliardi). A questo va poi aggiunto un dato ulteriore che è quello elaborato poche settimane fa dalla Fabi (Federazione autonoma bancari italiani) su dati Bce, Bankitalia e sulla base dei bilanci dei gruppi bancari. E questi dati ci dicono che in quattro anni, dal 2017 al 2020, le banche italiane realizzeranno oltre 45 miliardi di utili, grazie anche a un taglio delle spese del personale e a un rapporto positivo tra costi operativi e margine di intermediazione fra i migliori di Europa (sempre secondo gli stessi dati le banche italiane hanno raggiunto un’efficienza operativa fra le migliori in Europa con un costo del lavoro che pesa per il 30 per cento dei ricavi). Se questi dati non fossero sufficienti a illuminare il quadro si potrebbe aggiungere il numero di utili in forte crescita (+ 38,5 per cento) per le grandi banche italiane rispetto a un anno fa (nei primi nove mesi dell’anno ammontano a nove miliardi gli utili netti cumulati dalle prime cinque banche italiane: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Ubi).

 

Da questo punto di vista, al contrario di quello che si potrebbe credere, i numeri ci dicono che in Europa le banche italiane sono un esempio per la rapidità con cui si sono liberate di Npl, per la capacità ad aver ricapitalizzato i propri istituti chiedendo solo in minima parte aiuti pubblici, per la propensione ormai quasi naturale a sprovincializzarsi rispetto al modello della banca di sistema (e se la Banca d’Italia avesse ancora le giuste leve per promuovere operazioni di sistema è possibile che alcune aggregazioni inevitabili non tarderebbero a essere messe in cantiere). E ci dicono che i veri problemi delle banche italiane non riguardano direttamente le banche ma riguardano più precisamente l’inaffidabilità trasferita sul paese dalla politica italiana. Aggregazioni a parte – le banche, ha detto due giorni fa il presidente del consiglio di Vigilanza della Bce Andrea Enria, dovranno investire una grande quantità di denaro nel loro passaggio al digitale “e non vedo come questo possa accadere senza consolidamento e fusioni” – i guai patiti dal sistema creditizio riguardano l’esposizione delle banche ai titoli di stato, la scarsa capacità del nostro paese ad attrarre capitali stranieri, la difficoltà, il premio molto alto che una banca deve pagare per finanziarsi in un paese che non riesce a fare fino in fondo i conti con la sua inaffidabilità. Per anni l’opinione pubblica al traino dei mozzorecchi della finanza ha cercato di dimostrare che i politici più affidabili fossero quelli disinteressati al destino delle banche. La storia recente dell’Italia ci dice che per fare l’interesse del popolo occorre avere un’opinione pubblica capace di spingere la classe politica a difendere le sue banche. Non giocare con l’agenda Tafazzi potrebbe essere un buon inizio.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.