La politica della visione corta

Veronica De Romanis

Da Bruxelles arriva un solo, accorato appello sui conti dell’economia italiana: “Bisogna ragionare sul lungo periodo”. Invece ci arrovelliamo su quota 100 e Rdc

La Commissione europea ha pubblicato in questi giorni le sue previsioni di autunno. Oramai da diversi anni, il quadro delineato dalle due paginette dedicate all’Italia è composto da più ombre che luci. Mai come questa volta, però, dovrebbe preoccupare. L’Italia resta il paese che cresce meno. L’anno dovrebbe chiudersi con un prodotto interno lordo che varia dello 0,1 per cento, mentre nel 2020 non dovrebbe superare il mezzo punto percentuale (la media dell’area dell’euro è rispettivamente 1,1 e 1,2 per cento). Una performance così asfittica non la registra neanche la Germania che pure sta entrando in recessione tecnica: già a partire dall’anno prossimo, l’economia tedesca è attesa in recupero, con una crescita dell’ordine dell’1 per cento.

 

Una performance così asfittica della crescita non la registra neanche la Germania, che pure sta entrando in recessione tecnica

La situazione italiana è preoccupante anche per quanto riguarda il mercato del lavoro. Nel triennio di previsione, il tasso di disoccupazione resterebbe inchiodato al 10 per cento (contro il 7,4 per cento dell’area dell’euro). In Grecia e in Spagna – paesi che da anni mostrano tassi più elevati (ma ancora per quanto?) la dinamica, invece, è decrescente. Sul fronte della produttività le notizie non sono migliori: è negativa per l’anno in corso (meno 0,5) e dello 0,3 nel 2020 contro lo 0,7 dell’area dell’euro. Bollino rosso anche per le finanze pubbliche italiane. Il rapporto debito/pil continua ad aumentare fino a raggiungere 137,4 per cento nel 2021 (1,2 punti percentuali rispetto al livello atteso per quest’anno). Questo rapporto cresce, ma davvero poco, solo in altri due paesi dell’Eurozona: in Francia (0, 3 punti percentuali) e in Belgio (0,5 punti percentuali). Lì dove la crisi è stata ben peggiore della nostra (come in Grecia, in Spagna e in Portogallo), il rapporto – invece – evidenzia da diversi anni una dinamica decrescente. In Italia aumenta anche il disavanzo tanto da raggiungere nel 2021 il 2,7 per cento del pil. Questo dato include l’ammontare previsto per le clausole di salvaguardia (circa 25 miliardi di euro) segno che Bruxelles non crede a un loro disinnesco se non attraverso maggiore indebitamento, metodo che è divenuto prassi. Va precisato che, oramai, registrare un disavanzo – peraltro in crescita – nell’area dell’euro significa far parte di una ristretta minoranza: ben undici paesi (su un totale di diciannove) sono in surplus e tra quelli in deficit, diversi – come Francia e Spagna – implementano da tempo un’azione di consolidamento fiscale.

 

Dal 2012, quattro governi diversi ma sempre con la stessa ricetta: molta spesa corrente, pochissimi investimenti, tanto debito

Per sintetizzare, in Italia non si cresce e non si trova lavoro. Eppure di soldi pubblici se ne spendono davvero tanti: le uscite pubbliche in rapporto al pil hanno quasi superato la soglia del 50 per cento. Il problema non è, quindi, lo scarso livello della spesa (di austerità in Italia non c’è traccia oramai da anni) bensì la sua composizione. Tra il 2012 e il 2018 la spesa corrente è aumentata di 37 miliardi mentre quella in conto capitale è diminuita di circa 4,3 miliardi. Nello specifico, i consumi intermedi – ossia la spesa che serve per far funzionare la macchina della pubblica amministrazione – è salita di quasi 10 miliardi, mentre gli investimenti – ossia la spesa che serve per potenziare la crescita del paese ed efficientare la macchina della pubblica amministrazione – sono stati tagliati per circa 5 miliardi. Nello stesso periodo, la spesa per interessi è scesa grazie all’azione della Banca centrale europea che ha messo in campo – a partire dal gennaio del 2015 – lo strumento del Quantitative Easing. Il beneficio è stato di circa 20 miliardi: tali risparmi, però, non sono stati utilizzati per ridurre il debito, bensì per finanziare altra spesa corrente.

 

A conti fatti, dal 2012 a oggi ci sono stati ben quattro governi diversi (Letta, Renzi, Gentiloni, Conte in versione gialloverde) ma la ricetta è sempre stata la stessa: molta spesa corrente, pochissimi investimenti e tanto debito. Anche il governo Conte rossogiallo sta andando in questa direzione. Eppure, basterebbe guardare i dati attuali e le stime per i prossimi anni per capire che si tratta della direzione sbagliata. L’Italia è una delle poche economie che ancora non ha recuperato il livello pre-crisi: fatto 100 nel 2007 il pil pro-capite (la ricchezza per abitante), nel 2018 l’area dell’euro ha raggiunto quota 105, la Germania 112, la Francia 104, la Spagna 102, l’Italia è ferma a 98. La mancata crescita si inserisce in un quadro reso ancora più preoccupante dalla presenza di una serie di fattori, alcuni comuni ad altri paesi, a cominciare dall’invecchiamento della popolazione. L’Italia è il paese europeo con l’età mediana più elevata (46,3 anni contro una media Ocse di 43,1) e in rapida crescita: nel 2050 l’età dovrebbe salire a 52 anni (contro i 45 dei paesi Ocse). E’ prima in classifica anche per quanto riguarda la percentuale di over 65enni: 23 per cento (pari a circa 14 milioni di persone) contro il 21,5 per cento della Germania. Le previsioni per il 2051 – elaborate dal Censis – indicano che nel 2050 si passerà a un’incidenza degli anziani sul totale della popolazione pari al 33,2 per cento (19,6 milioni). Una società con un numero crescente di anziani con età superiore ai 65 anni in pensione richiederebbe un numero crescente di persone capaci di lavorare e produrre. E, invece, da noi questo numero sta rapidamente diminuendo. Basta guardare la dinamica del cosiddetto old age dependency ratio, che misura proprio il rapporto tra gli over 65enni e le persone in età lavorativa (15-64). Attualmente, si attesta a 36,2 (che significa che ci sono meno di tre lavoratori per ogni anziano, mentre la media europea è di due lavoratori per ogni anziano) ma nel 2050 è destinato a quasi raddoppiare tanto da raggiungere quota 64,7. Il progressivo invecchiamento della popolazione è un fenomeno che deve essere analizzato insieme all’altro grande problema italiano, quello del crollo demografico: nel 2018 sono nati circa 430 mila bimbi in meno rispetto al 2017 (4 per cento in meno, il minimo storico dall’Unità Italia). Questa tendenza negativa è in atto, oramai, dall’inizio degli anni Duemila: nel 2002 i nuovi nati ogni mille abitanti erano 9,4, nel 2018 sono stati 7,3.

 

A questi dati vanno aggiunti quelli che sono specifici alla nostra economia, a cominciare dal basso tasso di occupazione. Rispetto alle medie europee, l’Italia è in fondo alle classifiche per quanto riguarda il lavoro dei giovani (uno su tre non trova lavoro), delle donne (il tasso di occupazione è 14 punti sotto la media europea) ma anche degli over 55enni. In particolare, il tasso di occupazione tra i 55-64enni è pari a 53,7 per cento (8 punti inferiore alla media dei paesi Ocse) e quello tra 65 e 69enni è pari al 17 per cento (10 punti inferiore ai paesi Ocse). Gli anziani, inoltre, vanno in pensione con un’età effettiva superiore a quella Ocse: le donne a 61,5 (contro i 63,7 della media Ocse) e gli uomini di 63,3 (contro i 65,4 della media Ocse).

 

E’ chiaro che, in un contesto in cui i giovani che producono ricchezza sono sempre meno mentre gli anziani a cui viene redistribuita la ricchezza prodotta – ma anche la ricchezza presa a prestito – sono sempre di più, non resta molto spazio per fare aumentare la crescita e ridurre il debito pubblico. Il rischio maggiore – messo in luce da uno studio fatto insieme a The European House Ambrosetti per Unipol – è quello di minare la sostenibilità del sistema del welfare. Un simile tema dovrebbe essere in cima all’agenda di politica economica del governo e, invece, è totalmente assente. Il dibattito politico è monopolizzato da discussioni sulla sugar tax, sulla plastic tax e sulle tasse sulle auto aziendali.

 

Una netta inversione di rotta è, davvero, necessaria. L’orizzonte della politica economica deve andare oltre il breve (brevissimo) termine. Per crescere e creare lavoro, la parola d’ordine dovrebbe essere “formazione per tutti”. Aumentare il tasso di occupazione è una sfida che, infatti, non può prescindere da investimenti in formazione sia per i giovani sia per i meno giovani. Come evidenziato dall’Ocse, lo scorso anno i 25-34enni che hanno partecipato a dei corsi di formazione sono stati meno del 30 per cento, una percentuale che scende sotto il 10 per cento se si considerano gli adulti tra i 55 e i 64 anni. Lo strumento della formazione permanente deve essere incentivato e valorizzato. Peraltro, tale formazione sarebbe davvero utile in un paese come l’Italia dove la percentuale di 55-64enni con la laurea è del 13 per cento, contro il 27 per cento della media europea. Coinvolgere “tutti” dovrebbe essere la priorità di un governo che si è posto come obiettivo quello di una “crescita inclusiva e sostenibile”.

 

Si è scelta la strada del conflitto, dei “giovani al posto degli anziani”: la conferma di quota 100 nella legge di Bilancio ne è la riprova

Invece si è scelta la strada della sostituzione, del conflitto, dei “giovani al posto degli anziani”: la conferma nella legge di Bilancio a un provvedimento come quota 100 ne è la riprova. Secondo il suo ideatore Matteo Salvini, quota 100 consente di “liberare” le persone dal lavoro e, pertanto, è un provvedimento “sacrosanto”. Ma, davvero si può pensare che mandare in pensione per lo più uomini 62enni che lavorano nella pubblica amministrazione accollando il costo ai giovani che un lavoro neanche lo riescono a trovare sia un provvedimento “sacrosanto”? Peraltro, sottostante a questa misura vi è l’idea che i giovani debbano rimpiazzare gli anziani quando, invece, per una “crescita sostenibile e inclusiva” i giovani e gli anziani dovrebbero avere un rapporto di complementarietà. I dati dimostrano che nei paesi dove il tasso di occupazione degli over 55 è elevato, lo è anche quello dei giovani. Sarebbe auspicabile rivedere anche un’altra misura confermata interamente dal governo giallorosso: il Reddito di cittadinanza. La parte relativa a chi non è “occupabile” – ossia a chi è in una situazione di disagio – deve essere senza dubbio riconfermata e rafforzata attraverso un efficientamento dei servizi sociali. Quella relativa a chi firma il “Patto per il lavoro”, invece, dovrebbe essere ripensata. I cosiddetti navigator difficilmente potranno trovare un lavoro ai percettori del sussidio se il lavoro non c’è, se mancano le caratteristiche richieste dal mercato o se i centri per l’impiego non vengono dotati delle attrezzature informatiche adeguate. Questi centri, peraltro, dovrebbero essere messi nelle condizioni di operare al meglio anche per chi cerca un’occupazione ma non è beneficiario del reddito: di queste persone il governo sembra essersene dimenticato. Infine, anche gli 80 euro voluti da Matteo Renzi a ridosso delle elezioni europee 2014 andrebbero rivisti, sia perché il costo supera abbondantemente l’impatto che hanno sui consumi sia perché non vanno alle persone maggiormente svantaggiate, ossia i giovani senza lavoro. 

 

Anche gli 80 euro voluti dall’allora premier Matteo Renzi a ridosso delle elezioni europee 2014 andrebbero rivisti

In una recente intervista a Repubblica, il senatore di Rignano ha spiegato che “gli errori del passato” (che dal suo punto di vista sono quota 100 e il Reddito di cittadinanza ma non – ovviamente – gli 80 euro) “vanno tenuti” – e quindi né cancellati né modificati – per un “fatto politico”. In questo modo, però, si giustifica (e si nobilita) “la politica della visione corta”. Il messaggio che si può trarre dal quadro delineato dalla Commissione europea è esattamente opposto: basta con “la politica della visione corta”, c’è bisogno di coraggio e di “visione lunga”.

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