Il crimine paga. E incassa il reddito di cittadinanza

Riccardo Lo Verso

In Sicilia, solo a novembre, scoperti una decina di delinquenti che beneficiavano del sussidio. L'ultimo un presunto trafficante di droga. La parabola della malavita che un tempo puntava ai lavori socialmente utili 

Stavolta è toccato a un presunto (il principio di non colpevolezza vale per tutti) trafficante di droga. Per lo Stato era indigente, in cerca di occupazione e avente diritto al reddito di cittadinanza, ma in realtà un “lavoro” ce l'aveva: Gaetano Giannetto, così si chiama il venticinquenne del rione palermitano Brancaccio, era il destinatario di un carico di hashish. La droga era stata spedita dentro un tir partito dalla Calabria.

Due giorni fa si è scoperto che un altro beneficiario del sussidio di cittadinanza viveva in una villa che aveva comprato e ristrutturato, con tanto di leoni ad adornare il bordo piscina, con i soldi dello spaccio. Era uno degli uomini più fidati di Stefano Marino, considerato un boss in ascesa.

 

Neppure il ministro Luigi Di Maio, affacciato al balcone in quel giorno di settembre del 2018 in cui annunciò l'abolizione della povertà, avrebbe immaginato che della magnanimità grillina avrebbe goduto pure una platea di criminali e presunti tali. O meglio, sperava che i controlli e le contromisure avrebbero evitato le storture.

 

E invece nel solo mese di novembre e nella sola città di Palermo, e dintorni, una decina di persone son state beccate con le mani sul reddito. Nella peggiore delle ipotesi incassavano il sussidio mentre spacciavano droga o spaccavano le ossa della gente per mettere in scena finti incidenti e truffare le assicurazioni. Oppure, nella migliore, sono stati sorpresi mentre lavoravano in nero in attività lecite. Stando alle impietose statistiche nessuno di loro dovrebbe aver ricevuto neppure una delle tre offerte di lavoro previste dal piano, al rifiuto delle quali addio reddito. C'è da scommettere che anche qualora, per una imperscrutabile concatenazione astrale, gli fosse stato proposto un lavoro, impegnati com'erano, lo avrebbero rifiutato.

 

Volendo vedere a tutti i costi il bicchiere mezzo pieno, si potrebbe gioire perché la magistratura sta contribuendo alla scrematura della platea dei beneficiari. Troppo poco, però, per garantire che i soldi finiscano soltanto a coloro, e saranno la maggioranza, che vive davvero una condizioni di indigenza.

 

Al peggio non c'è mai fine. A Palermo c'è la propensione a sprofondare sempre più in basso. Un tempo alcuni delinquenti, anche in questi caso non bisogna generalizzare prendendosela con un'intera categoria, furono scovati nel bacino dei precari storici. Ex Pip (Piani di inserimento professionali), Lsu (Lavori socialmente utili), Coop sociali: tante sigle raccoglievano e raccolgono qualche migliaio di precari che per due decenni hanno ottenuto un sussidio e che promessa dopo promessa sono stati pure autorizzati a sentirsi in diritto di avere un posto fisso. Una trentina furono cacciati, specie quando si disse che nei locali della cooperativa Social Trinacria si tenevano riunioni di mafia.

 

C'è una differenza sostanziale fra i sussidi di ieri e quelli di oggi. Allora i beneficiari arrestati, almeno sulla carta, svolgevano lavori socialmente utili per la collettività. Finora, grazie al reddito di cittadinanza, sono pagati per non fare nulla, visto che il decreto che prevede l'impiego al servizio della cittadinanza è stato firmato poche settimane fa. Adesso saranno i Comuni interessati ad avere la possibilità di avviare la progettazione e definire le attività da fare svolgere. Si tratta dei “progetti utili alla comunità”, i Puc. Altra sigla, altro giro, altra corsa.

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