La custode dell'Ilva

Annarita Digiorgio

Si occupa di siderurgia, è esperta di plafoniere (decarbonizzate) e si oppone al Tap. Il futuro dell’Afo2 è nelle mani di Barbara Valenzano, la superdirigente di Emiliano

Sarà Barbara Valenzano a decidere sulla vita dell’Afo2. Il famoso altoforno Ilva di cui il tribunale di Taranto ha chiesto lo spegnimento entro il 13 dicembre, e che la procura di Milano impone di tenere acceso pena reato di sabotaggio all’economia della nazione. E’ a lei, infatti, che il giudice monocratico del tribunale di Taranto, Francesco Maccagnano, ha affidato il compito di effettuare entro il 5 dicembre la perizia di valutazione dell’analisi del rischio presentata dai commissari Ilva in As: un documento di 2.500 pagine secondo il quale ad oggi il rischio di incidente su quell’impianto sarebbe di 1 su 100 milioni. E’ lei il custode giudiziario dell’area a caldo, nominata dal gip Patrizia Todisco nel 2012, che da allora ne ha assunto il potere di vigilanza, ispezione, monitoraggio e controllo sulle cokerie, altoforni, acciaierie, parchi minerari e agglomerato. Oltre a essere consulente e ufficiale giudiziario anche per le altre procure pugliesi. Ed è proprio in virtù di questo ruolo che nel 2015 Michele Emiliano, appena eletto governatore, la nomina direttore del dipartimento Ambiente della regione Puglia. Un incarico da 120 mila euro e potere universale su tutte le decisioni, autorizzazioni e scelte tecniche e di risultanza politiche su tutto ciò che, in odore di ambiente, si può o non può fare nell’intera Puglia. Da Ilva alle plafoniere.

 

Il gip Todisco l’ha nominata nel 2012 custode giudiziario dell’area a caldo. Da allora ne ha assunto il potere di vigilanza e ispezione.

A chiunque sarebbe balzato subito agli occhi un tale conflitto d’interessi da consigliarne, come si ipotizzava in quel periodo, la rinuncia all’incarico giudiziario. Ma non a Emiliano che, invece, proprio in forza di quel ruolo la scelse, affidandole potere sul dossier Ilva anche per conto della Regione oltre che della Procura. “E’ nei fatti che la regione Puglia stia chiedendo la chiusura dell’Ilva, poiché il custode giudiziario che ha chiesto il sequestro è la stessa persona che poi io ho scelto come capo del dipartimento responsabile di ambiente e sicurezza della regione”, dichiarava il Emiliano lo scorso luglio, salvo poi negarlo – rivolgendogli i suoi “auguri” – al memore Alberto Brambilla che, cronista per queste pagine, gli ricordava le sue precedenti dichiarazioni per la chiusura dello stabilimento. E’ sulla base di una perizia della Valenzano che andranno a giudizio Enrico Bondi e Piero Gnudi, perché secondo la custode gli ex commissari Ilva hanno omesso di adempiere alle prescrizioni Aia nonché del piano ambientale del 2014. Altro che immunità. Ovviamente, la Valenzano è anche un super teste del maxiprocesso, anche se durante la testimonianza durata oltre venti ore i difensori hanno contestato il suo esprimere valutazioni da custode anzichè attenersi al ruolo di teste.

 

Mentre viviseziona impianti, redige pareri, e confeziona piani, l’ingegner Valenzano non fa mancare la sua presenza a dibattiti pubblici in giro per la Puglia, sempre presente ai convegni che abbiano per tema lo scibile ambientale, siano essi l’Ilva, la plastica, la bellezza, le discariche o i resort dei trulli. Tanto che per rendere ancora più visibile il suo lavoro, lo scorso anno pubblicò un avviso last minute ferragostano con cui, entro pochi giorni, ci si poteva candidare per far parte di una short list di sei esperti che a suo insindacabile giudizio l’avrebbero supportata nelle strategie di comunicazione. Bando subito interrotto dalle proteste dell’ordine dei giornalisti. Ma la nostra non si arrende facilmente e adesso ci riprova attraverso il climate change. Grazie alla nuova mozione approvata dal Consiglio regionale che dichiara la Puglia in “emergenza climatica”, sono stati finanziati 250 mila euro con cui la Valenzano potrà assumere, sempre a suo insindacabile giudizio (ma a spese nostre), otto esperti per aiutarla a combattere i cambiamenti climatici.

 

Emiliano la sceglie come direttore del dipartimento Ambiente della Puglia. E’ una donna di fiducia: va a parlare di plafoniere da Giletti

Presenza mediatica che l’ha condotta alla ribalta nazionale quando Emiliano decise di mandare lei a immolarsi da Massimo Giletti, nella famosa puntata sulle plafoniere della nuova sede del Consiglio regionale: 1.600 lampade da 637 euro l’una per un totale di oltre un milione di euro. In pochi minuti, Giletti consegnò alle teche delle figuracce tv la comparsata barbina che la Valenzano rimediò tentando di arrampicarsi sugli specchi del nuovo palazzo: “Ma sono plafoniere decarbonizzate!”. 

 

 

E siamo arrivati alla parolina magica, che ormai Emiliano ripete come un mantra, senza un minimo dettaglio, progetto, e numeri, ogni volta che vuole uscirne pulito: “decarbonizzazione”. E’ lei, ovviamente, la relatrice della famosa proposta sulla decarbonizzazione del siderurgico, che dice di aver presentato ovunque, da Renzi all’Unione europea, senza che i comuni mortali abbiano mai potuto leggerla né capire per quante tonnellate di acciaio e come. E che solo oggi Emiliano, in favore di governo e di elezione, dice dovrebbe essere progressiva (esattamente come già previsto da contratto Calenda-Mittal).

 

Inoltre, la Valenzano ha annunciato che i soldi per la decarbonizzare l’Ilva li avrebbe chiesti a Bruxelles, come se oltre che custode giudiziario fosse diventata anche proprietaria dello stabilimento. Ma siccome la direttrice Ambiente ha anche contrastato tutte le domande per la ricerca di gas in Puglia, on e off shore, persino oltre il bagnasciuga che limita la sua competenza, perdendo tutti i ricorsi, l’unica soluzione per il gas agli altoforni è prendere quello che arriverà dall’Azerbaijan con il gasdotto Tap, quando avrà superato tutti i ricorsi. Perché, ovviamente, la Valenzano in persona ha provato a bloccare anche quello negando l’intesa per “motivazioni di natura ambientale, paesaggistica nonché connesse alla diffusione della Xylella su tutto il territorio regionale, e, dunque, legate alla impossibilità di movimentare materiale vegetale di specie ospite all’interno della medesima area”. L’ingegnere era, dunque, contraria ai lavori del gasdotto che avrebbero movimentato gli ulivi colpiti da Xylella, mentre oggi sappiamo che gli unici alberi che si sono salvati dal batterio che ha distrutto la Puglia sono proprio quelli che furono eradicati e conservati in serra da Tap e Snam.

 

E’ la relatrice della proposta sulla decarbonizzazione e l’autrice di un’altra trovata: “Per chiudere l’Ilva serve un referendum costituzionale”

Che poi questa trovata di Ilva decarbonizzata le associazioni tarantine non se la sono mai bevuta. Una volta in un dibattito ai Tamburi in cui relazionava, appena la custode tirò fuori la parolina magica, gli organizzatori le risposero: “Noi siamo anche contro il gas che è pensiero fossile”. Allora lei rivelò: “Il gas serve solo per la transizione verso la chiusura definitiva”. Ma successivamente, come il suo mandatario, negherà di averlo detto, e auguri!

 

Anzi, una ulteriore trovata della Valenzano fu: “Per chiudere l’Ilva serve un referendum costituzionale”. Forse perché nella costituzione emilianesca avranno inserito le cokerie tra i diritti fondamentali. Del resto, il custode non risparmia sgambetti verso chiunque si sovrappone ai suoi poteri. Come quando l’allora ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, finalmente annunciò che “secondo i dati regionali la qualità dell’aria di Taranto negli ultimi quattro anni è stata in linea con i parametri fissati dalla legge per la protezione della salute e dell’ambiente con una tendenza a un progressivo ulteriore miglioramento”. Ma a lei forse non sembrò gradito che addirittura un ministro potesse scavalcarla annunciando dati ambientali peraltro positivi, e quindi indirizzò al dicastero una lettera di smentita delle parole del ministro dichiarando che “le centraline Arpa in realtà rilevavano il traffico e non l’inquinamento industriale”. Creando un cul de sac pericolosissimo, dal momento che sono state quelle stesse centraline a rilevare i dati ambientali fuori norma che hanno portato a incardinare il processo Ilva nel 2012. Ma Galletti fu caustico nel risponderle che le centraline, come i dati, erano forniti dalla stessa regione Puglia, al che lei a cui spetta sempre l’ultima parola inviò una seconda lettera: “Ferme restando le verifiche sulla bontà dei dati di qualità dell’aria di Arpa…”, mettendo in dubbio agli occhi ministeriali la validità dell’agenzia di Emiliano, quando non reca in calce la sua firma.

 

Non è stato migliore il rapporto col nuovo ministro, a cui la Valenzano, sempre nel suo ruolo di “direttorissimo” regionale, ha inviato una nuova richiesta di riesame Aia. E dai cui uffici ha ricevuto, stavolta, un ammonimento da manuale: “Con riferimento alla nota che si riscontra – le rispose il direttore generale Lo Presti – occorre in primo luogo lamentare quello che costituisce un comportamento non nuovo da parte del titolare di codesto dipartimento il quale, in violazione dei più elementari princìpi di correttezza istituzionale, e si vorrebbe aggiungere, di buona creanza, continua a diffondere a mezzo stampa il contenuto di note che si dicono dirette a questo ministero giorni prima dell’effettivo invio. Appare poi surreale che codesta Regione, con nota sottoscritta da un dirigente, si ritenga legittimata a contestare la legittimazione del vertice politico di questo ministero (il quale, si rammenta, è per legge il firmatario dei provvedimenti di autorizzazione integrata ambientale) a rispondere a una nota come quella che codesta Regione medesima ha ritenuto di inoltrare, oltre al sottoscritto, al ministro Costa e agli enti locali, anche al presidente del consiglio”.

 

Mentre viviseziona impianti, redige pareri e confeziona piani, la Valenzano partecipa a dibattiti su Ilva, plastica, discariche e trulli

Allo stesso indirizzario ha più volte scritto contro il commissario straordinario per le bonifiche di Taranto, dottoressa Vera Corbelli, chiedendone la destituzione e sottolineandone inadempienze, cosa che anche in questo caso ha fatto oltre che tramite missive anche in incontri pubblici e tavoli istituzionali dovendo essere una volta bloccata nella querelle persino dal prefetto di Taranto. Ovviamente, ha contestato anche il prefetto. Quando la scorsa primavera Sua Eccellenza si coprì del grave oltraggio di convocare un tavolo sulle cosiddette collinette ecologiche senza invitarla. E allora lei, oltre la convocazione, contestò anche la decisione presa da tutti gli organi quel giorno presenti (tra cui Arpa e Asl) di procedere alle analisi “top soil” del terreno che secondo il suo incontestabile giudizio ne avrebbero compromesso la stabilità. E che invece furono propedeutiche per la successiva messa in sicurezza.

 

Ma ovviamente la plenipotenziaria all’Ambiente regionale non si occupa solo di Ilva. La sua firma deve essere ovunque, dalla legge sulla bellezza alle discariche in poi. L’ultima in ordine di tempo è il parere su un resort di dieci trulli a Polignano, che dopo aver avuto tutti i permessi degli enti preposti, sovrintendenza, Asl, piano regolatore e persino gli enti regionali, si è visto piombare una relazione di 17 pagine della Valenzano arrivata in supporto di Emiliano dopo che alla vista delle gru si è sollevato un comitato di pastori locali. E’ a firma Valenzano anche il piano rifiuti regionale, o meglio quello che dovrebbe essere e che in realtà non è, poiché fermo al 2013. E per la cui assenza, in deficit di impianti per lo smaltimento, Emiliano ha emesso, col di lei placet, in totale emergenza, una ordinanza presidenziale con cui da sei mesi manda l’organico già differenziato da molti comuni anche attraverso l’oneroso “porta a porta”, a conferire insieme all’indifferenziato e in violazione di Aia (non tutte sono sacre) presso gli impianti tmb e quindi in discarica.

 

Dopo le plafoniere decarbonizzate, ora deciderà sulle sorti dell’afo2. Il tutto anche qui nasce da una sua relazione, nel ruolo di custode, dell’8 ottobre 2018. Quando in una nota scriveva che delle sette prescrizioni imposte, e impartite con la restituzione dell’impianto, due non erano state attuate affatto. A scrivere quelle prescrizioni era stata lei stessa quando nel 2015 ci fu un incidente in cui morì un operaio, il cui processo si avvia in questi giorni a dibattimento con autorevoli pareri che lo riconducono a un errore umano dello stesso ragazzo deceduto. Nelle more della decisione del giudice Maccagnano, dunque, il custode Barbara Valenzano ha cominciato a luglio 2019 le operazioni di spegnimento di Afo2.

 

Nel verbale di verifica del 26 settembre l’ingegner Valenzano scriveva di aver “preso visione dello stato di avanzamento del programma di spegnimento”, precisando che “che è stata implementata tutta l’ingegneria di dettaglio e costruttiva; sono state consegnate tutte le necessarie forniture e la ditta incaricata risulta pronta a intraprendere le attività di spegnimento”. Quindi già a settembre Afo 2 era in fase di spegnimento, sotto la vigilanza del custode. E senza accuse di sabotaggio.

 

Ora è tutto, ancora, nelle sue mani. Sapendo che finalmente Michele Emiliano è riuscito con “un cambio di paradigma epocale” a entrare in Ilva sentendosi “a casa”, seduto accanto al ceo di Mittal, magari questa volta il suo responsabile Ambiente dirà che Afo 2 potrà restare acceso. Cioè il custode giudiziario, volevamo dire.

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