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“Un errore eliminare lo scudo penale per l'ex Ilva”. Parla Landini

Il segretario della Cgil ospite della Festa del Foglio a Firenze: “I nostri iscritti votano Lega? La politica deve tornare a discutere delle cose che interessano davvero le persone” 

23 Novembre 2019 alle 12:24

“Un errore  eliminare lo scudo penale per l'ex Ilva”.  Parla Landini

Maurizio Landini (foto LaPresse)

Ilva, lavoro, sindacato, riforme, E infine il popolo delle sardine. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, intervistato da Salvatore Merlo alla Festa del Foglio di Firenze, affronta tutti i principali temi che riguardano da vicino l'Italia ai tempi del Conte bis. Si parte dall'acciaieria di Taranto, a poche ore dalla riunione notturna tra i vertici di ArcelorMittal e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “Vedremo cosa è successo stanotte, ma è chiaro che c'è profonda preoccupazione”, spiega Landini. La multinazionale “sta mettendo in discussione un accordo che ha firmato prendendo impegni precisi: prima fra tutto investimenti e messa a posto degli impianti per arrivare a 6 e poi a 8 milioni di tonnellate”, spiega il segretario. Tuttavia, “in questi mesi Mittal non ha lavorato per rispettare l'accordo, ma per andarsene. È dal 2012 che questa situazione complicata è aperta e in sette anni sono cambiati sei governi. Abbiamo la piena consapevolezza che si debba continuare a produrre acciaio, ma vogliamo anche il governo faccia la sua parte”. 

 

Eppure nel 2012 la Fiom, all'epoca guidata proprio da Landini, decise di non unirsi alle proteste di Cisl e Uil contro le incursioni continue della magistratura sull'ex Ilva. “Io rivendico ancora quella scelta di non scioperare contro la magistratura”, spiega il segretario della Cgil che poi attacca la famiglia Riva: “Le leggi vanno rispettate. Se deve intervenire la magistratura vuol dire che qualcuno non ha fatto tutto quello che doveva fare. Ecco perché rifarei la scelta di non scioperare. Grazie alla magistratura di Milano si è ritrovato oltre un miliardo che i Riva avevano sottratto all'Ilva”. 

A Taranto c'è in ballo molto più di una città. “Non discutiamo solo di 20.000 posti di lavoro. Qui è in discussione anche se siamo un paese industriale che vuole restare competitivo”, dice Landini, che manda un messaggio anche a Mittal: “Non abbiamo intenzione di modificare un accordo che abbiano firmato un anno fa. Possiamo venirci incontro se ci sono delle difficoltà, certo, ma se qualcuno pensa di volere cambiare quanto abbiamo già stabilito, ecco, allora non funziona così”. Cosa fare, allora? Come riportare in piena attività lo stabilimento e che ruolo dovrà ritagliarsi il settore pubblico? “Taranto è a ciclo integrale, l'ultima acciaieria in Europa di questi tipo. Per poter funzionare ha bisogno di una quantità minima di acciaio. Da 6 a 8 milioni di tonnellate: al di sotto di questi numeri lo stabilimento non regge - ricorda Landini - Non escludo che il pubblico possa avere una presenza dentro l'azienda, dando l'idea che i lavori di bonifica e di intervento siano fatti nell'interesse di tutti. Il cosiddetto scudo penale? Non dimentichiamoci che era in piedi dal 2015. Credo che chi debba fare investimenti ne abbia bisogno. Va ripristinato, è stato un errore rimuoverlo e i partiti che lo hanno fatto hanno commesso un errore". 

  

Firenze è la “casa” di Matteo Renzi e, incalzato, Landini non può non parlare di uno dei temi su cui lui e la sua organizzazione si sono battuti negli ultimi anni: l'articolo 18. “Pensiamo che debba essere ripristinato, ma non solo. Serve un nuovo statuto dei lavoratori. Il disastro dell'Europa è la frantumazione dei diritti. Le persone per vivere hanno bisogno di lavorare e per farlo non devono competere tra loro. Ogni persona che lavora, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro, dal contratto, deve avere gli stessi diritti degli altri". Da qui il cambio di paradigma che propone Landini: "Il sindacato deve permettere a ogni lavoratore di godere del diritto di potersi realizzare. Per farlo occorre ricreare unità e uscire dalla crisi sociale". 

 

Il segretario parla poi del delicato rapporto con la politica. "Ho sempre avuto rapporti col Pd anche quando c'era Renzi; dagli 80 euro al jobs act - spiega Landini - Ma credo che i sindacati devono essere autonomi dalle forze politiche mantenendo la possibilità di dialogare con loro. Credo che in questi anni si sia creata una rottura drammatica tra politica e mondo del lavoro. Nessuno ha ancora proposto di cambiare il jobs act e altre leggi sbagliate, per esempio. Come il sistema degli appalti. Voi andate in qualsiasi luogo di lavoro, pubblico o privato: quello che succede è che siamo in una situazione che ha lacerato i diritti. L'attuale sistema degli appalti ha favorito la corruzione e ha permesso che pezzi interi dell'economia restino nelle mani della malavita organizzata. Così come ancora non è stato sbloccato lo sblocca cantieri. Serve un cambiamento culturale per tutti: in questa fase dobbiamo rendere le persone non succubi ma protagoniste del progresso. Abbiamo bisogno di sperimentare orizzonti nuovi di partecipazione dei lavoratori”.

 

Nel frattempo, però, la base della Cgil ha subito uno 'smottamento elettorale' abbandonando la sinistra per spostarsi verso la Lega. “Uno smottamento che riguarda anche la Cisl e la Uil - sottolinea Landini - Ma è anche vero che tra gli iscritti al sindacato molti non votano. In ogni caso tra il 2008 e il 2018 ci sono stati 20 milioni di italiani che hanno cambiato voto. Un processo senza precedenti nella storia del nostro paese”. Che siano le sardine la risposta che può riavvicinare elettori alla sinistra? “Se capisco qualcosa guardando queste piazza è che l'ambizione delle sardine sia quella di non diventare acciughe. Il loro obiettivo è  cambiare il sistema nel suo complesso. Il punto è: chi fa politica vuole tornare a discutere delle cose che interessano davvero le persone? La politica o torna a occuparsi della condizione materiale delle persone o deve accettare che la gente ragioni in altri modi. Serve una ricostruzione dell'identità sociale del mondo del lavoro. Ricostruire una cultura del lavoro e quindi politica che torni a occuparsi dei problemi delle persone”.

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