Il j'accuse di Mittal è un (giusto) manifesto politico contro il “sistema Italia”

Annarita Digiorgio

Nella memoria depositata al Tribunale di Milano la multinazionale critica lo stravolgimento del contesto normativo e le pressioni mediatiche e giudiziarie subite

Taranto. “Non replicheremo alle numerose frasi iperboliche, enfatiche e sarcastiche” utilizzate dai Commissari “per attribuire una dimensione di estrema gravità politico-istituzionale a una controversia che ha natura contrattuale”. Parte così la memoria depositata dai legali di Mittal al Tribunale di Milano per chiedere il respingimento del ricorso d’urgenza dei Commissari di Ilva. E con questo attacco all’utilizzo politico dei tribunali, le cinquantaquattro pagine dell’atto, corroborate da pareri pro veritate di insigni giuristi come Valerio Onida, si trasformano nel più duro j’accuse al sistema Italia. Quel “sistema Italia” che per come è stato evocato “non potrebbe mai passare, se avesse i connotati mostrati in questo giudizio, il vaglio della Cedu o della Carta dei diritti dell’Onu”. E non è difficile dar loro torto considerando come è stato utilizzata la pressione giudiziaria, vuoi a mezzo stampa o con le sirene spiegate della Finanza: “Il ricorso, intriso di considerazioni politiche e demagogiche, tenta di cavalcare l’onda della pressione mediatica e istituzionale che è montata negli ultimi mesi, alimentata anche da inappropriate dichiarazioni governative (‘la battaglia giudiziaria del secolo’), per riversarla sulla scrivania del giudice e tentare di spazzare via ciò che conta davvero: fatti, documenti, norme”. Ad aumentare gli elementi avversi a un paese civile il fatto che la procura di Milano “possa versare in un giudizio civile elementi istruttori acquisiti al di fuori di ogni contraddittorio (e di ogni competenza) nonché del controllo del giudice civile”: qualcosa “mai verificatasi in Italia e, per quanto si sappia, in alcuno stato di diritto”.

 

Nel merito dell’iniziativa scrivono che “il rilievo strategico attribuito a uno stabilimento industriale non può essere strumentalizzato per costringere un investitore ad accettare evidenti violazioni degli impegni contrattuali e lo stravolgimento del contesto (anche normativo) in cui sono stati assunti”. Dopo aver investito 345 milioni, dismesso rilevanti beni in conformità alle indicazioni della Commissione europea ed esattamente eseguito il contratto per oltre un anno, Mittal si è così trovata in una situazione completamente diversa da quella concordata a causa di decisioni  imprevedibili di soggetti istituzionali. “Il governo e i commissari – scrivono – non possono indurre una società a effettuare un enorme investimento perché ha confidato su un’apposita norma di legge [lo scudo penale, ndr] e poi cambiare le “regole del gioco” durante l’esecuzione del contratto; né possono obbligarla a continuare ad adempiere le proprie obbligazioni, senza sciogliersi dal vincolo contrattuale, in violazione di ordini della magistratura penale che di quello stato è espressione”. E ancora “È molto più comodo accusare l’investitore straniero di ‘voler scappare dall’Italia’ e distruggere asseritamente una grande industria nazionale, erigendosi a paladini di una legalità che loro stessi hanno ripetutamente calpestato”.


 

Questo manifesto politico consegnato da Mittal, anche qualora dovesse decidere di restare, rimarrà come una indelebile macchia sulla credibilità internazionale del paese. Eppure hanno ancora una speranza: “L’opinione pubblica comprenderà nel tempo che il governo e i commissari sono i soli responsabili di questa controversia e delle relative conseguenze. Intanto, però, ArcelorMittal chiede ragionevolmente che lo comprenda l’ecc.mo giudicante nell’unica sede deputata a dirimere una controversia contrattuale: il processo civile, con le sue regole”. Fiducia nella magistratura e nell’opinione pubblica, insomma. Forse questi indiani non hanno ancora imparato a conoscere il sistema Italia.

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