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“Lo stato entrerà in Ilva”. Chiacchierata con Patuanelli

“Il piano con 6mila esuberi di Mittal? Inaccettabile. Alitalia? Valutiamo due proposte. Il Mes? Troveremo una soluzione nella maggioranza. Il M5s? Rivendico il nostro europeismo”, dice il ministro dello Sviluppo

5 Dicembre 2019 alle 06:11

“Lo stato entrerà in Ilva”. Chiacchierata con Patuanelli

Foto LaPresse

A vederlo arrivare così, un po’ in ritardo sull’orario concordato, trafelato, con gli occhi già arrossati (“Ho dormito quattro ore, stanotte”) alle dieci del mattino, viene spontaneo chiedergli chi glielo abbia fatto fare: prendersi il Mise lasciatogli in eredità da Luigi Di Maio. Domanda facile, a cui infatti Stefano Patuanelli risponde con un comodo sfoggio di umiltà: “E’ un onore poter mettere le mie limitate competenze al servizio del paese”. Cosa che l’ingegnere triestino, già capogruppo al Senato del M5s, uomo fidato di Luigi Di Maio e grande amico del “casaleggiano” Max Bugani, conta di continuare a fare, almeno a giudicare dalla fermezza con cui dice che “no, sulla riforma del Mes non ci sarà alcuna crisi di governo”, e che anzi “già a gennaio, subito dopo l’approvazione della legge di Bilancio, dovremo mettere a punto un grande piano industriale per l’Italia, che guardi ai prossimi dieci anni”.

 

Un vaste programme, insomma. Prima, però, ci sono scadenze più impellenti. Una arriverà di lì a poche ore, con la proposta di un nuovo piano industriale da parte di ArcelorMittal per l’ex Ilva. “Con 6.800 esuberi? Nemmeno lo prendiamo in considerazione”, ci dirà. “O l’azienda fa dei passi in avanti, oppure l’alternativa già c’è, ed è il piano firmato a settembre 2018. E sapremo farlo rispettare”. Poi c’è l’altro responso incombente, sempre a Taranto: quello del custode giudiziario su Afo2, il famigerato altoforno che potrebbe venire spento non per volere di Mittal ma della magistratura. “Attendiamo la perizia e la successiva decisione del Tribunale con grande rispetto. Non è pensabile un intervento legislativo del governo che vada a interferire con le decisioni del giudice. Già in passato si è scelto di farlo, e la Consulta ha sanzionato questo atteggiamento come incostituzionale: non ci infileremo in questo vicolo cieco. I commissari hanno lavorato bene per dare delle risposte alle perplessità del Tribunale. In ogni caso, quell’altoforno andrebbe chiuso entro il 2020. E quindi ci sono comunque le condizioni per continuare a produrre acciaio a Taranto. Quello stabilimento dovrà vedere una svolta verso le nuove tecnologie produttive, con un ciclo non più basato solo sul carbone: e dunque, per ora, forno elettrico e a gas, e in prospettiva, perché no?, l’idrogeno”. Con un intervento pubblico, giusto? Si parla di Invitalia, o anche di Fincantieri. “Non è solo una necessità, ma una precisa volontà: la partecipazione dello stato nella gestione dell’ex Ilva sarà una garanzia per i cittadini di Taranto, soprattutto per quel che riguarda l’impegno nel risanamento ambientale. Quanto alle soluzioni precise non mi esprimo, il ministro Gualtieri ci sta lavorando. Invitalia è una delle tante possibilità valutate”. Al che Patuanelli si ferma, quasi stupito, e sorride: “Ma ancora non mi chiedete dello scudo penale”. Appunto: siete pronti a reintrodurlo, se sarà necessario? “Siamo pronti a valutare, insieme ai gruppi parlamentari, quale sarà la posizione del M5s nel caso in cui un intervento in tal senso si dovesse rendere necessario”. Democristiano, ministro? “Devo essere più esplicito?”. Può dirci, ad esempio, che razza di credibilità ha un partito che, in un anno e mezzo, toglie e rimette per quattro volte uno strumento normativo? “Io rispondo delle cose che faccio. Il Parlamento, non solo il M5s, ha deciso di rimuovere lo scudo. Noi, come Movimento, siamo arrivati a questa scelta in una situazione assai difficile: un cambio di governo, una squadra di ministri rinnovata come pure la guida dei gruppi alle Camere. Ma i conti si fanno alla fine, come sempre”.

 

A proposito di conti: dopo circa 2,5 miliardi di soldi pubblici buttati nel pozzo di Alitalia in meno di tre anni, si può sperare finalmente che l’ultimo prestito, quello di 400 milioni appena disposto dal governo, sarà l’ultimo? “Se non pensassi che Alitalia si può rilanciare davvero, non avrei mai accettato di stanziare questo prestito, che stavolta impone ai vertici dell’azienda un impegno sulla ristrutturazione. Non in termini di esuberi o di asset societari, lo chiarisco, ma in termini di piano spese. Certo, non si potrà fare tutto in quattro mesi, ma abbattere le uscite nel bilancio della compagnia per renderla attrattiva sul mercato, questo è possibile e necessario”. Ma Lufthansa, che ormai è l’unico interlocutore credibile, non ha mai nascosto che proprio di esuberi – 4 mila, almeno – bisognerà parlare. “Alt. Siamo all’inizio di una nuova fase in cui la struttura commissariale dovrà proporre delle modifiche al programma di cessione del 2017. Qualsiasi cosa io dicessi oggi, sarebbe sbagliata. Quanto a Lufthansa o Delta, non esiste una soluzione di cui il governo è innamorato. E comunque nessuno di questi due piani prevede 4 o 5 mila esuberi, né si è mai arrivati a parlare di questi dettagli”.

 

Arriva il caffè, breve pausa. Brevissima, perché i suoi collaboratori già ticchettano sul quadrante dell’orologio, ricordandogli dell’impegno successivo. E allora la domanda su questa non meglio definita “Iri 4.0” annunciata dal ministro è necessaria. Non è che siete passati dallo stato imprenditore allo stato rigattiere, che interviene solo per provare a salvare imprese già fatiscenti? “Assolutamente no. Ma oggi siamo nel mezzo di una rivoluzione digitale non meno di quella che fu l’industrializzazione dell’Italia negli anni Cinquanta. Per questo, da gennaio, con tutte le forze di governo dovremo lanciare un grande piano industriale che abbia al centro l’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale. Questo processo di transizione deve essere accompagnato dallo stato anche attraverso una compartecipazione nelle aziende impegnate in questi settori. Se ad esempio entriamo in Ilva, come stato, non è solo per evitare esuberi ma è per sostenere un nuovo modo di produrre acciaio, compatibile con le attuali esigenze ecologiche, in uno degli stabilimenti più grandi d’Europa”. E Cdp non basta, per questo? “Cdp può essere una componente decisiva di questo disegno, con la sua straordinaria capacità attrattiva dimostrata anche nella gestione del Fondo per l’innovazione. Ma non basta”.

 

Tutto questo, comunque, solo a patto che il governo giallorosso non si dissolva prima. “E perché dovrebbe?”, scherza Patuanelli, quasi esorcizzando una paura che forse perfino lui, che per la costruzione di un’intesa col Pd ad agosto s’è speso come pochi, deve provare. “Posso escludere che sul Mes non si riesca a trovare una soluzione condivisa a livello di maggioranza”, assicura. 

 

E allora tocca rileggergli il programma elettorale del M5s, in cui si prometteva la “liquidazione del Mes”. E’ ancora attuale? “Questo fondo – spiega Patuanelli – esiste dal 2012: lo introdusse Monti a valle di una trattativa condotta dal governo di cui facevano parte Forza Italia e la Lega. A proposito di coerenza. Nella sua formulazione, è certamente molto pericoloso per il nostro paese, ed è un bene che venga modificato. Nella discussione in corso, credo che ci siano i margini per inserire, col coinvolgimento del Parlamento, dei paletti che non permettano ulteriori rischi per l’Italia, non solo sul testo del trattato in sé ma nell’ottica di una riforma generale dell’Unione bancaria europea, seguendo la logica del pacchetto richiamata dal premier Conte. E fatemi dire, a me fa sorridere Salvini che denuncia la svendita del nostro paese per salvare le banche tedesche mentre i loro principali alleati, AfD, urlano contro la svendita della Germania per salvare le banche italiane”. Ribadisco, volete ancora liquidare il Mes? E qui Patuanelli sorride, chiede clemenza: “Facciamo che ho già risposto”, dice, con una reticenza che è a suo modo indicativa del travaglio con cui il M5s sta vivendo questa fase di riposizionamento, vero o presunto, in Europa. “Voi ci accusate di essere antieuropeisti, ma noi non lo siamo mai stati. Anzi, a me sembra di essere massimamente europeista nel pretendere una maggiore integrazione a livello comunitario non solo sulla politica finanziaria e monetaria, ma anche estera, sociale, fiscale”. E sia. Ma il gruppo grillino, all’Europarlamento, è ancora tra i “non iscritti”, e nel voto di fiducia alla Von der Leyen i 14 rappresentanti hanno assunto tre posizioni diverse. “E’ un momento di maturazione, non lo nego. Ma l’ansia di doversi necessariamente collocare la reputo sbagliata, in Europa come in Italia”. Sta di fatto che Beppe Grillo sembra condividerla, quando parla della necessità di fare “progetti alti con la sinistra”. “Il che non significa stringere alleanze organiche coi partiti della sinistra, come in tanti ci chiedono senza spiegarci perché dovremmo essere noi, che siamo la prima forza in Parlamento, a doverci unire ad altri. Noi restiamo autonomi. Pensiamo a governare il paese, prima di parlare di alleanze e coalizioni, temi tanto più improvvidi, ora, per un M5s che si accinge a svolgere una profonda riflessione sulla sua identità”. Niente accordo col Pd sulle regionali di gennaio, dunque? “Guardi, io avrei preferito che neppure fossimo presentati a quelle elezioni, per preparare al meglio l’appuntamento degli stati generali di primavera”. E in questo ripensamento generale, verrà messa in discussione anche la leadership del M5s? “No. Quella spetta a Di Maio almeno per altri tre anni” risponde, liquidatorio, Patuanelli con la fretta di chi scaccia da davanti al viso una mosca. “Io ho già troppo da fare qui al Mise. Anzi, ora, se non vi dispiace, dovrei andare”.

Valerio Valentini

Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, piccolo paese sugli Appennini abruzzesi. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento, dopo un Erasmus nell'Essex e uno a Parigi. Al Foglio sono arrivato per la prima volta nel 2017, come stagista, e l'ho trovato il posto migliore dove fare il giornalista e occuparsi di politica. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia" (Laterza), sulla gente delle mie parti e sul loro strano modo di stare al mondo, che ha vinto nel 2018 il Premio Campiello Opera Prima

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