50 sfumature di nazionalizzazione

Redazione

Si statalizza non solo in Italia ma l’Italia ha bisogno di lezioni dall’America

Donald Trump darà alla Boeing 60 miliardi e intanto aumenta del 50 per cento i dazi su Airbus. Il gigante aerospaziale era in ginocchio prima del coronavirus, per lo stop alla produzione del 737 Max dopo i molti incidenti avvenuti nel mondo. Boris Johnson riporterà le ferrovie britanniche sotto il controllo pubblico, per almeno sei mesi, per garantire il servizio dopo un crollo del 70 per cento dei passeggeri. Angela Merkel promette 550 miliardi di euro alle aziende con crediti della KfW, una sorta di Cassa depositi e prestiti tedesca. Tra i primi a farsi avanti la Lufthansa, che aveva buoni bilanci e potrebbe ripagare rapidamente, e l’auto, che invece ha bisogno di una profonda ristrutturazione per riconvertirsi all’elettrico. Emmanuel Macron per ora destina i fondi all’agricoltura: ma auto, aerospazio, cantieri francesi sono già a capitale pubblico. Ognuno fa per sé e non si profila un Iri europeo, idea non campata in aria (Foglio del 21 marzo) visto che dopo bisognerà fronteggiare la concorrenza impari di America e Cina. Al momento sono caduti i vincoli europei a debito e aiuti di stato. In Italia la pandemia ha eliminato l’ipocrisia dei prestiti ponte all’Alitalia, che torna pubblica non certo per colpa del coronavirus, mentre sulle sue capacità future grava una storia di bilanci in rosso. Stesso discorso per l’Ilva, dove il soccorso di stato c’era già. Per il resto il governo parla di banca pubblica per gli investimenti che non si sa bene che cosa sia né come si finanzierebbe. E in tanti invocano un piano Marshall, dimenticando che quello autentico fu attuato dagli Stati Uniti per risollevare l’Europa distrutta, in cambio dell’Alleanza atlantica e sbocco ai commerci. Ma oggi non c’è nessun ricco vincitore e chi ha i capitali li usa per la guerra commerciale. Questo non significa che un progetto di aiuti pubblici non sia possibile. Dopo la crisi del 2008 Obama salvò banche e industria con prestiti statali, poi ripagati. Chi prese i soldi dovette però attuare fusioni, esibire piani industriali e la compartecipazione responsabile dei sindacati. Quel modello aggiornato potrebbe non solo salvare, ma rimodernare e rilanciare un’industria italiana frammentata, familistica e al 60 per cento ancora in èra pre-digitale.