La scarsità di Trump

Paola Peduzzi

Non c’è più lavoro in America e non c’è nemmeno più materiale sanitario indispensabile (e introvabile)

Milano. Sei milioni e seicentomila americani hanno chiesto il sussidio di disoccupazione questa settimana. La settimana scorsa erano tre milioni. Siamo a dieci milioni, e “aprile sarà il mese peggiore”, ripetono politici e commentatori. La mitica flessibilità del mercato del lavoro diventa: da oggi non hai più il posto, vediamo quando finirà. Intanto c’è una guerra interna ed esterna per recuperare materiale sanitario indispensabile, e introvabile. 

 

La faccia triste dell’America sta venendo fuori tutta insieme e tutto d’un colpo, e se è vero che alcuni elementi sono sistemici, è anche vero che la regia di questo film americano doloroso conta, eccome. Donald Trump non ha soltanto accumulato ritardo nella reazione alla pandemia, ma ha anche deciso di affrontarla con un modello preciso: tutti contro tutti, che siano gli stati americani o l’America vs il resto del mondo, e vinca il migliore. E’ un grande classico del trumpismo, ma se si aggiunge l’impreparazione – nessun avvertimento è stato ascoltato, nessun preparativo è stato fatto – ecco spiegata la tragedia americana. L’assenza di riserve di materiale sanitario ne è la dimostrazione più esatta.

 

Ora: il materiale sanitario – maschere, guanti, tute, reagenti per i test – manca ovunque, c’è scarsità in tutto il mondo ed è iniziata una guerra per recuperare quel che ancora rimane. Un’inchiesta dell’Interpol di inizio marzo ha indicato le aziende che hanno approfittato della scarsità mettendo in circolazione materiale non conforme (e quindi pericoloso). Ma da allora la situazione è peggiorata, perché nel frattempo tutto il mondo è entrato in lockdown e va a caccia di materiale sanitario per proteggere prima di tutto il personale medico – lezione che noi italiani abbiamo imparato sulla nostra pelle. E molti dei paesi che hanno reagito con ritardo perché i loro leader hanno coltivato una spericolata presunzione d’immunità non hanno nemmeno fatto scorte preventive: ora manca tutto.

 

Trump ha detto più volte che ha a disposizione una riserva di 10 mila respiratori da destinare agli ospedali più colpiti, ma il New York Times ha rivelato che ci sono altri duemila ventilatori nelle scorte che non possono essere utilizzati perché il contratto con l’azienda che doveva curare la manutenzione di questo materiale è scaduto l’estate scorsa e una disputa legale ha fatto sì che il contratto fosse rinnovato soltanto alla fine di gennaio. Questo si è scoperto perché il dipartimento della Salute ha aperto un’inchiesta sulle lamentele ricevute da alcuni stati: le macchine sanitarie che ci avete mandato, dicevano, non funzionano. Avevano ragione.

 

Il sito Axios ha fatto un approfondimento sull’aereo che è arrivato domenica all’aeroporto JFK di New York proveniente da Shanghai: conteneva 12 milioni di guanti, 130 mila mascherine N95, 1,7 milioni di mascherine chirurgiche, 50 mila camici, 130 mila disinfettanti per mani e 36 mila termometri. Il contrammiraglio John Polowczyk, che è a capo della task force che si occupa della filiera di approvvigionamenti presso l’Agenzia americana per le emergenze (la Fema), ha detto che ci sono altri 22 voli con carichi simili prenotati, “più o meno uno al giorno, per lo più dall’Asia”, indispensabili per iniziare a colmare il buco nelle scorte. Il Congresso vorrebbe che questa filiera fosse nazionalizzata e che Polowczyk ne fosse a capo, centralizzando la distribuzione del materiale sanitario, ma lui stesso dice che il sistema è del tutto impreparato ad affrontare un’emergenza di questo tipo, e non si riusciranno a creare scorte, è già tanto riuscire a colmare parzialmente il fabbisogno attuale.

 

Il Washington Post ha scritto che “l’Amministrazione Trump e i singoli stati devono competere per ottenere materiale di protezione personale (mascherine, guanti, etc) in un mercato globale sregolato e pieno di approfittatori e di prezzi alle stelle, secondo quanto riferito da funzionari del dipartimento per la Sicurezza nazionale coinvolti nella frenesia degli acquisti”. Le scorte non erano mai state pensate per una pandemia globale, ma l’avvertimento dell’Organizzazione mondiale della sanità è di febbraio, quando ancora gli Stati Uniti (ma anche il Regno Unito dove c’è lo stesso problema) pensavano che il “virus cinese” non li avrebbe colpiti. Ora i rifornimenti vengono mandati direttamente agli ospedali, ma a giudicare dalla crescita esponenziale del contagio giorno per giorno è tardi: gli istituti sanitari sono già focolai.

 

Di fronte a questo disastro causato dall’impreparazione, stanno accadendo cose molto preoccupanti. Bloomberg ha raccontato che è stato vietato al personale sanitario di parlare con i giornalisti: se lo fanno perdono il lavoro (modello cinese). Il quotidiano francese Libération ha raccontato che una commessa di mascherine dalla Cina diretta alla Francia è stata dirottata verso gli Stati Uniti “che offrivano più soldi” (modello corsaro). Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha detto: “Tutti gli stati americani sono in competizione per comprare lo stesso prodotto. E’ come essere su eBay con altri cinquanta stati che fanno un’offerta per lo stesso respiratore” (metodo Trump).

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi