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Adesso bisogna evitare il fallimento delle imprese

Fabiano Schivardi*

Con il lockdown rischiano di entrare in crisi dalle 100 mila alle 145 mila aziende e dai 2,4 ai 3,2 milioni di lavoratori. La politica deve evitare che falliscano, canalizzando le risorse verso quelle che ne hanno più bisogno

Una questione fondamentale per prevedere gli effetti economici del coronavirus è capire se lo shock sarà temporaneo, cioè se dopo il lockdown l’economia tornerà al livello precedente, o se la caduta nel reddito non verrà riassorbita in tempi brevi.

 

Ciò dipende da quante imprese italiane falliranno per crisi di liquidità dovuta al calo delle vendite. I fallimenti richiedono molto tempo per essere riassorbiti, prolungando gli effetti dello shock; i mancati pagamenti potrebbero amplificare il contagio finanziario ad altre imprese, con un effetto a catena sull’intera economia, coinvolgendo anche i pochi settori non colpiti da questa crisi. In poco tempo riprenderebbero a crescere gli NPL e il contagio si estenderebbe anche al settore finanziario.

 

In questa fase, obiettivo fondamentale della politica economica è quindi quello di evitare i fallimenti. È un obiettivo condiviso e la risposta data dalle istituzioni è quella giusta: whatever it takes. Ma per funzionare ha bisogno di essere credibile, e quindi sarebbe utile avere un’idea di how much it takes. Una promessa di garantire qualunque cosa, dato anche il debito pubblico italiano, potrebbe risultare non credibile e quindi non essere efficace.

 

L’utilizzo dei big data e dei bilanci delle imprese può aiutare a canalizzare le risorse in modo chirurgico verso le società che ne hanno bisogno, massimizzando i benefici per il sistema produttivo e minimizzando gli effetti sulla finanza pubblica. Così come le persone sono colpite dal virus con diversa intensità e hanno capacità diverse di reagire, anche le imprese hanno diversi gradi di esposizione (calo delle vendite della produzione) e di difese immunitarie (riserve finanziarie): non tutte hanno bisogno della terapia intensiva.

 

Con il supporto dell’Ufficio studi di Cerved, ho utilizzato i bilanci di 720 mila le società di capitali italiane per il 2018 (gli ultimi disponibili), che coprono circa il 55% degli occupati dipendenti e che generano un valore aggiunto pari a un terzo del Pil italiano.  A questa base si applicano le previsioni di variazione dei ricavi che Cerved ha elaborato per oltre 200 settori economici sulla base di due scenari:

- uno scenario cauto, secondo il quale l’emergenza sanitaria durerebbe fino a giugno, sarebbero necessari due mesi per tornare a una situazione di normalità e da settembre si tornerebbe ai livelli pre-COVID19;

- uno scenario pessimistico, secondo il quale l’emergenza durerebbe fino alla fine dell’anno, con un sostanziale isolamento delle economie.

 

Per determinare quali imprese vanno in crisi, allo stock di liquidità dichiarata nel bilancio si somma mese per mese il cash flow, definito come le vendite meno costi. Si tiene conto del fatto che quando calano le vendite si riducono, in parte, anche i costi, mitigando l’impatto dello shock sul cash flow (i dettagli analitici sono disponibili in una versione più lunga disponibile sul sito del lavoce.info). Inoltre, assumiamo una moratoria sugli interessi e sui debiti finanziari, che vengono congelati fino a fine anno.

 

Secondo lo scenario cauto, potrebbero entrare in crisi di liquidità quasi 100 mila imprese, raggiungendo un picco a luglio. Successivamente, i casi di crisi causa COVID-19 si ridurrebbero velocemente. Secondo lo scenario estremo, il numero di imprese salirebbe a 145 mila a fine anno. In entrambi i casi, il costo sociale di questi fallimenti sarebbe importante: i lavoratori a rischio sarebbero 2,4 milioni nello scenario cauto e 3,2 milioni in quello estremo. È chiaro che è necessario intervenire con urgenza, perché un numero consistente di imprese uscirebbe dal mercato già dai primi mesi della crisi.

 

Grazie ai bilanci è anche possibile calcolare le iniezioni di liquidità minime necessarie per evitare le crisi, cioè la quantità di risorse necessarie a coprire l’accumulo di perdite una volta che l’impresa ha “bruciato” tutta la sua liquidità. Nello scenario base sarebbero necessari circa 30 miliardi di euro tra marzo e agosto, con un supporto che toccherebbe un massimo di 8 miliardi in giugno. Nello scenario pessimistico le iniezioni per “salvare” tutte le imprese ammonterebbero a 80 miliardi: ai 30 spesi tra marzo e agosto secondo lo scenario base, se ne dovrebbero aggiungere altri 50 per far fronte al perdurare dell’emergenza.

 

Nello scenario pessimistico, le imprese “salvate” brucerebbero 21 miliardi di liquidità, che potrebbe essere necessario ricostituire almeno in parte per permetterne l’operatività. L’ammontare complessivo dei debiti finanziari di queste imprese è di 136 miliardi, una cifra che, se lasciate fallire, andrebbe a pesare sui bilanci delle banche. A questa cifra si sommano 161 miliardi di debiti commerciali che, se non pagati, diffonderebbero la crisi anche alle imprese meno colpite direttamente.

 

Terminata la crisi, queste imprese avrebbero una struttura sostenibile o sarebbero schiacciate dall’indebitamento? Il leverage (rapporto fra debiti finanziari e mezzi propri) delle società “salvate” aumenterebbe dal 73% al 117%. Anche se l’aumento è consistente, il forte processo di deleveraging delle imprese italiane dall’inizio della crisi finanziaria fa sì che il valore rimarrebbe comunque ampiamente sostenibile, tenendo anche conto dei bassi tassi di interesse sul debito. Inoltre, queste imprese hanno a bilancio ben 174 miliardi di crediti commerciali. Sarebbe sufficiente che il sistema finanziario ne scontasse poco più della metà per coprire i bisogni di liquidità delle imprese.

 

Per fare questi conti abbiamo dovuto fare una serie di ipotesi in qualche misura arbitraria e i risultati vanno quindi presi cum grano salis. Indipendentemente dai valori puntuali, ci sono alcune lezioni generali da trarre. La prima è che è fondamentale intervenire subito perché le imprese a rischio sono tante. La seconda è che le iniezioni di liquidità sono notevoli, ma non rendono insostenibile la struttura finanziaria delle imprese. La terza è che vale la pena investire risorse pubbliche per salvare le imprese. Si stima che le garanzie pubbliche abbiano una leva di 1 a 14, cioè ogni euro di soldi pubblici può garantire 14 euro di prestiti alle imprese. Per coprire gli 80 miliardi dello scenario pessimistico, quindi, servirebbero meno di 6 miliardi di euro. L’ultima è che l’utilizzo di strumenti analitici permette di canalizzare le risorse in modo chirurgico verso le imprese che più ne hanno bisogno.

*Fabiano Schivardi, professore di economia alla Luiss e research fellow all'Eief

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