Spegnere la follia del caso Ilva

Luciano Capone

Quello che succede a Taranto è il massimo esempio di uno stato responsabile di tutto e, allo stesso tempo, completamente irresponsabile. Mittal perseguìta sia se tiene acceso l’altoforno sia se lo spegne

Roma. Attorno alle crisi industriali in questo periodo si sente parlare tanto di “fallimento di mercato”. E quindi di un intervento diretto dello stato, come azionista o imprenditore. Nessuno però, affrontando il caso Ilva, sembra rendersi conto che si tratta di un colossale “fallimento di stato”. In tutte le sue articolazioni: stato legislatore e stato giudicante, stato regolatore e stato imprenditore. L’ultimo capitolo della vicenda è il respingimento, da parte del Tribunale di Taranto, della proroga dell’uso dell’altoforno 2 (Afo2) per adeguarsi agli adempimenti di sicurezza: a meno di un giudizio opposto del Riesame, ciò vuol dire spegnimento dell’Afo2 a partire da domani. Da qui l’annuncio da parte di ArcelorMittal della cassa integrazione straordinaria per 3.500 lavoratori e non più ordinaria per 1.300. In questa particolare vicenda, la nuova proprietà davvero non ha responsabilità. Ma quelle pubbliche sono enormi.

 

Il sequestro dell’Afo2 avviene nel giugno 2015, quando Ilva era già gestita dallo stato attraverso i commissari, dopo la morte di un operaio investito da un getto di ghisa incandescente. Il sequestro dell’Afo2 è poi stato sospeso con un atto governativo, il decreto del 4 luglio 2015, per consentire il prosieguo dell’utilizzo e in un determinato arco temporale. Un decreto che poi è stato giudicato incostituzionale, nel 2018, dalla Consulta. In mezzo, tra un rinvio e l’altro dello spegnimento dell’Afo2, il governo ha approvato nel 2015 uno “scudo penale” per consentire di proteggere i commissari straordinari dell’Ilva da responsabilità penali rispetto alle azioni necessarie ad attuare il piano ambientale. Insomma, è lo stato che difende sé stesso da sé stesso. Ma nonostante numerose proroghe e circa quattro anni di tempo (ovvero lo stato giudicante), i commissari di Ilva (ovvero lo stato imprenditore) non sono riusciti ad adeguarsi agli adempimenti previsti dalla legge (ovvero lo stato regolatore) nei termini stabiliti dal tribunale di Taranto (ovvero lo stato giudicante).

 

Nel frattempo, mentre lo stato è in conflitto con se stesso, dopo aver vinto una gara internazionale, nel 2018 ArcelorMittal entra nello stabilimento da affittuario (in attesa di diventare proprietario) e ha a che fare con tutti gli attori pubblici protagonisti di questa vicenda: il governo, i commissari, la magistratura. Nell’arco di un anno il governo, che aveva introdotto lo scudo penale per consentire ai commissari di far funzionare l’impianto, mette e toglie – per quattro volte – quella stessa protezione legale ai nuovi gestori. Dall’altro lato, i commissari – almeno stando a quanto ha stabilito il Tribunale di Taranto – non hanno messo in sicurezza l’Afo2. Questi sono i due punti principali dell’atto di citazione di ArcelorMittal per chiedere il recesso: l’eliminazione della protezione legale (da parte del Parlamento) e la mancata esecuzione delle prescrizioni riguardanti Afo2 (da parte dei commissari). Due criticità che al momento non sono state sanate (la protezione legale) o sono state confermate (la prescrizioni mancanti).

 

Ma non è finita qui. Perché quando ArcelorMittal, in assenza di una tutela legale che le consentisse di attuare il suo piano industriale e di fronte alle inadempienze rispetto alle scadenze imposte dalla magistratura, ha provato a tirarsi indietro si è trovata indagata sia dalla procura di Milano sia da quella di Taranto. In quest’ultimo caso in maniera davvero paradossale: su denuncia dei commissari, gli stessi che secondo il Tribunale di Taranto non hanno messo in sicurezza Afo2, la procura di Taranto indaga Mittal per aver avviato lo spegnimento dell’Afo2 con l’accusa di “cagionare un grave nocumento alla produzione nazionale”. Da un lato ArcelorMittal viene perseguita se tiene acceso l’altoforno, dall’altro se lo spegne. Nel primo caso perché i commissari non hanno messo in sicurezza l’impianto, nel secondo caso perché secondo i commissari danneggerebbe l’impianto. Altro che fallimento di mercato: il caso Ilva è il massimo esempio di uno stato responsabile di tutto e, allo stesso tempo, completamente irresponsabile.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali