Disfatta di stato all'Ilva

Annarita Digiorgio

La passerella di Conte a Taranto la vigilia di Natale è piena di contraddizioni, e gli operai sono scettici

Taranto. “Lo stato non ha capacità industriali. Entrerà in Ilva come garante”, ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante l’incontro in fabbrica con i delegati, nella visita a Taranto alla vigilia di Natale in cui ha allontanato i giornalisti che gli facevano domande per non trasformarla in una passerella, salvo poi far montare a Rocco Casalino un video con la musichetta strappalacrime e i bambini in ospedale sullo stile dei “Braccialetti Rossi”, la famosa serie tv ambientata in Puglia. Ci hanno pensato gli operai a registrare l’incontro, consegnandoci la testimonianza del loro scetticismo: “Come fa lo stato a fare da garante se fino a oggi Ilva era statale e ha fatto diventare la fabbrica un colabrodo economico e industriale? Lo sa che fino a oggi erano i commissari di governo i garanti, eppure non hanno mai denunciato l’incuria degli impianti? E che ancora oggi sono pieni di amianto, l’unica vera ragione dimostrata per cui in Ilva ci si continua ad ammalare con tumori che si scateneranno tra quarant’anni? Io non posso vergognarmi di fronte alla mia famiglia e alla mia città perché lavoro in fabbrica – dice un operaio a Conte – non sono un assassino, ma voi governo e voi 5 stelle mi avete fatto passare per tale”.

 

E’ l’Osservatorio ministeriale, formato da quelli che Di Maio chiamò poliziotti ambientali, ad aver confermato che se Ilva dal 2012 ha rispettato tutti i limiti emissivi lo ha fatto rinunciando al risanamento economico e quindi industriale, come ad esempio le prescrizioni non attuate sull’altoforno 2 (Afo2). “E se lo stato non riesce a essere garante di se stesso, come può farlo con Mittal, che oggi pomeriggio viene qui con lei a farci gli auguri e proprio stamattina ha mandato altri 1.400 operai per altre 13 settimane in cassa integrazione senza accordo sindacale?”.

 

“E’ la normalità del bilanciamento delle attività produttive”, risponde Lucia Morselli, ad di ArcelorMittal, presente accanto a Conte. “La fabbrica deve essere sostenibile, cioè si deve tenere in piedi con le sue gambe”. Che però oggi ha la faccia, e quindi i soldi, dello stato. “Dovete rispettare l’accordo del sei settembre 2018”, ribadiscono gli operai. “Mi state quindi chiedendo di continuare la causa? – risponde Conte – Io ero pronto a fare la battaglia giudiziaria del secolo, ma abbiamo deciso di raggiungere un accordo con Mittal”. Svelando quindi che la battaglia giudiziaria del secolo la perderebbe. Il contratto originario prevede una multa di 500 mila euro per ogni esubero fuori dal piano, perché allora rinunciarvi se si è certi di vincerla? Per la vicenda dello scudo e delle mancate prescrizioni su Afo2, inadempienze del governo che hanno fatto cadere quell’accordo e ora costringono lo stesso governo a rivedere il piano al ribasso, senza neanche poter difendere quegli esuberi con le multe stabilite da contratto. E senza neppure poter imporre il piano maoista con obbligo di produzione a 8 milioni di tonnellate, perché oggi la crisi industriale da 2 milioni di ammanco al giorno nasce dall’impossibilità di riuscirne a vendere almeno 4 milioni di tonnellate. Il consiglio di fabbrica contesta ancora più aspramente il presidente della regione Michele Emiliano, che non si capisce per quale motivo Conte abbia portato con sé durante tutta la visita, salvo poi tagliarlo del tutto dal video autocelebrativo. 

 

Gli operai ricordano a Emiliano tutti gli attacchi che ha rivolto loro in questi anni, quando per combattere i governi del suo partito Emiliano prestava il fianco alla parte più integralista della città, quando ha detto che i sindacati lo avevano mobbizzato come la palazzina Laf o quando li ha chiamati “fan dei tumori”, anziché occuparsi della cura della loro salute: “A Taranto non abbiamo ospedali sufficienti per curarci, per una tac ci vogliono 9 mesi, non abbiamo questo tempo, nel frattempo siamo morti – dice un operaio ai due presidenti – Siete andati in visita al reparto pediatrico con 6 bambini, semivuoto, anziché andare al piano di sotto con un pronto soccorso al collasso perché avete chiuso tutti gli altri”. Risponde tra le contestazioni Emiliano: “Ma abbiamo fatto il Medimex (un concerto!) e faremo i giochi europei del Mediterraneo e a Grottaglie lo spazioporto per i voli suborbitali”. Sulla Sanità dice che ha trovato un primario e gli ha disegnato un concorso addosso, consiglia ad andare nelle trasmissioni televisive per invitare i medici a venire a Taranto con incentivi morali, e si arrampica su un nuovo ospedale (che verrà costruito da Invitalia con fondi Cipe del governo Renzi sui decreti Ilva).

 

Mentre l’attuale cantiere Taranto previsto dal governo non piace agli operai: “Parla di Museo dell’acqua quando qui dobbiamo pensare alle cose serie, il decreto sul lavoro prevede cinque articoli tutti e solo su cassa integrazione. Taranto dalla statistica dell’ultimo anno è la prima città d’Italia per Cig con un più 700 per cento solo nell’ultimo anno. Qui rischiamo di fare la fine degli esodati, perché sappiamo che voi la chiamate cassa integrazione ma quelli sono tutti esuberi. Noi abbiamo bisogno di lavoro”. Ma un piano B non c’è, ammette alla fine Conte: “Ci siamo guardati in giro, se stiamo negoziando con Mittal è perché è la prospettiva più concreta”. Salvo trascinarla in tribunale per sabotaggio all’economia della nazione: le contraddizioni sono infinite.

 

Le stesse cose sono state dette anche nell’incontro che Conte ha tenuto con le associazioni ambientaliste del Piano Taranto. Sono scettici sulla storia di Mittal, e Conte risponde anche a loro: “Lo stato entra proprio per fare da garante”. “Come può lo stato fare da garante se dopo non aver rispettato le prescrizioni ha chiesto il dissequestro dell’Afo2 che la stessa Mittal ha definito, come il giudice, un impianto criminogeno? Imponendo l’aumento della produzione da 4 milioni di tonnellate a 8?”. Qui il presidente Conte risponde stizzito: “Se l’impianto danneggia la salute, la danneggia sia a 1 milione di tonnellate che a 6”. Smantellando con questa frase anni di ricerche validate, studi epidemiologici e perizie di coorte di tutti gli organi scientifici preposti (Asl, Aress e Istituto superiore di sanità) che invece hanno stabilito che mantenendo la produzione a 6 milioni di tonnellate fino al completamento dell’Aia, al 2023 si sarebbe potuto passare agli 8 con l’attuale ciclo integrale, oltre i quali si sarebbe dovuto andare con produzioni alternative al coke. L’attuale piano ambientale (Calenda 2017) è ancora più restrittivo, ma dallo scorso maggio vi è anche una procedura di riesame Aia aperta dal ministero dell’Ambiente. Per farla è necessaria la valutazione del danno sanitario che la regione Puglia avrebbe dovuto consegnare entro il 25 ottobre. Da due mesi il ministero dell’Ambiente ne sollecita la trasmissione per procedere al riesame, chissà se Conte durante la visita con Emiliano glielo ha ricordato.

 

Queste sono le ragioni della scienza su ambiente, salute e produzione di Ilva. Nel frattempo si prospettano forni elettici come una tecnologia innovativa, quando invece è vecchia di 50 anni. Senza soffermarsi sul fatto che Ilva è l’unica fabbrica a ciclo integrale rimasta in Italia, e l’importanza di mantenerla tale per non dipendere dalla Cina per i rottami che dovrebbero alimentare questi forni, la cui produzione neppure al 2050 coprirebbe la metà dell’attuale fabbisogno, e che tra l’altro possono essere anche più nefasti in termini di produzione di CO2, diossine, polveri e forza lavoro. Nel frattempo, gli Afo del resto d’Europa vanno a plastica riciclata. Le pagine del dossier, su questo tema, sono oltre trentatremila, chissà se il governo le studierà in questi 30 giorni. Si attende la prossima visita a Taranto.

Di più su questi argomenti: