La rovina che porta un governo anti impresa

Luciano Vescovi*

Il grido d’allarme del nord-est. Non solo Ilva, non solo Alitalia: il danno che si sta facendo al paese è strutturale e continuo. Appunti per cambiare rotta, abbandonando plastic tax, Quota 100 e Reddito di cittadinanza

Lo scorso marzo scrissi una lunga lettera al Foglio per testimoniare, dati alla mano, come fosse crollata vertiginosamente la fiducia degli imprenditori verso un paese in balìa di un esecutivo – allora gialloverde – il quale, più che un governo, pareva un comitato elettorale fine a se stesso. Da allora, nonostante il cambio di maggioranza, la situazione è addirittura peggiorata.

   

La scorsa settimana abbiamo infatti diffuso i dati di una nostra indagine relativa al “sentiment” degli imprenditori vicentini. Un’indagine che si è sempre dimostrata molto affidabile nell’anticipare i trend e gli scenari macroeconomici in riferimento all’economia reale che Vicenza, con le sue mille sfaccettature produttive e la sua grande vocazione all’export, rappresenta in maniera importante.

  

La competitività residua è tenuta alta dall’industria e dal commercio, non certo dal comparto pubblico. Bisogna fare qualcosa per rendere questo paese un luogo dove conviene lavorare e investire per produrre ricchezza, per poi ridistribuirla e, in fin dei conti, decidere che si può avere l’opportunità di vivere felici

In questo senso, gli indici emersi sono davvero preoccupanti in vista del prossimo futuro perché la fiducia sullo stato dell’economia attuale e la fiducia a sei mesi, basate su numeri e sensazioni degli imprenditori vicentini, sono le peggiori dal 2015. Abbiamo pubblicato i dati con un commento piuttosto ruvido, perché non serve a niente nascondere la testa sotto la sabbia e mantenere un profilo “politically correct”.

 

Il punto è uno: l’Italia, membro del G7, secondo paese manifatturiero d’Europa, vuole essere un paese anti impresa? Perché, in questo senso, il governo, come il precedente, rappresenta in pieno questa volontà.

  

Io credo invece che al paese non convenga. E che non convenga nemmeno alla politica, la quale ormai da troppi anni sembra vivere in un universo parallelo a quello dei cittadini che devono guadagnarsi il pane. Ci rendiamo conto che nel mercato della politica paghi molto di più un tormentone rispetto all’elaborazione di un pensiero e di una strategia di medio lungo periodo. Ma questo atteggiamento rischia di essere il preludio per la rovina di questo nostro amato paese. Una rovina chiamata deindustrializzazione. Che vuol dire: povertà!

   

Partiamo, per capirci, dalle due drammatiche ma esemplari crisi aziendali croniche chiamate Ilva e Alitalia. Sulla prima, riassumendo, un imprenditore la vede così: lo stato prende un impegno con un gruppo che decide di investire miliardi in Italia (peraltro, in una zona del paese generalmente avara di investimenti, al di là di alcune lodevoli eccezioni), in un’azienda che è in perdita da tempo immemore e che necessita di grossi interventi di risanamento ambientale. Il governo, più di un paio di volte, cambia le regole del gioco (leggasi: scudo penale). A quel punto il gruppo, se in buona o cattiva fede lo stabiliranno altri, dopo averlo chiaramente annunciato, si tira fuori dai giochi e inizia una negoziazione che lo pone in una posizione di forza. Nel mentre, due diversi tribunali intimano al gruppo di porre in essere comportamenti uno opposto all’altro.

 

Ora, qual è quel pazzo che vorrà ancora investire in quel sito/zona/paese?

 

Quel pazzo, a quanto pare, si chiamerà governo italiano, ovvero il gestore delle nostre tasse. Lo stesso che ha da gestire un debito pari al 135 per cento di quanto guadagna e con clausole di salvaguardia Iva per 75 miliardi nei prossimi tre anni che gli impediranno di fare qualsiasi operazione intensiva di politica economica. A meno che non tiri fuori il coraggio e faccia davvero una spending review che tolga privilegi e misure masochistiche come il Reddito di cittadinanza.

 

A proposito di follie, su Alitalia lo spreco insensato di risorse pubbliche, a fronte di operatori di settore stranieri, francesi e tedeschi, che si erano anche fatti avanti, non si deve nemmeno spiegare, tanto è palese. E nessuno venga a parlare, come fece Berlusconi ai tempi e i sovranisti oggi, di “svendere” i nostri gioielli. Al di là che evidentemente Alitalia non può più considerarsi un gioiello, l’Ocse ci dice che l’Italia ha Fdi (investimenti esteri diretti) in entrata pari a 426 miliardi di euro, il 20,5 per cento del pil. Tanti? Pochissimi! La media Ocse è del 40,3 per cento, quasi il doppio. E quindi, anche qui, è già intervenuto e dovrà intervenire sempre di più il cittadino contribuente.

 

In questo contesto, però, il governo (i governi) sta mettendo il cappio al collo al futuro, in particolare a quello delle nuove generazioni. Non solo con operazioni assurde come quelle sopra descritte, che potrebbero essere etichettate come una tantum, come “errori che possono accadere”.

 

Il punto è che il danno che si sta facendo a questo paese è strutturale e continuo. Si depauperano le risorse che abbiamo, non si interviene sulle situazioni di emergenza, si punisce chi lavora e produce ricchezza.

 

Si sono mai sentiti i ministri del governo Conte I e II parlare di produttività? L’Istat ci dice che il tasso medio annuo di crescita della produttività del lavoro in Italia tra il 2014 e il 2018 è stato di soli 0,3 punti percentuali, contro una media Ue dell’1,4 per cento. Anche i nostri “parenti” più prossimi, Francia e Germania, ci staccano di molto: +1,3 per cento e +1,1. Ma anche solo guardando in casa nostra, possiamo ben vedere come nello stesso periodo i contributi a questa crescita siano stati molto diversi: l’attività manifatturiera, estrattiva e industriale in generale, ha fatto segnare un +1,5 per cento. Bene anche il commercio all’ingrosso e al dettaglio e la logistica (+1,2 per cento). Note dolenti: attività professionali e amministrative, -1,8 per cento, e istruzione, sanità e assistenza sociale che fanno -1 per cento.

  

Questi numeri ci dicono due cose. Primo: che la competitività residua è tenuta alta dall’industria e dal commercio, non certo dal comparto pubblico che pare essere l’unico per cui il governo abbia un occhio di riguardo.

 

Secondo: che bisogna fare qualcosa per rendere questo paese un luogo dove conviene lavorare e investire per produrre ricchezza, per poi ridistribuirla e, in fin dei conti, decidere che si può avere l’opportunità di vivere felici.

  

E quindi servono politiche che incentivino: ricerca sviluppo e Industry 4.0 (un gran lavoro fu svolto da Calenda con il Piano nazionale Industria 4.0, bene Patuanelli che lo sta riprendendo dopo il buco nero di Di Maio), istruzione, formazione continua e università (pare che non diano i 50 milioni previsti per l’apprendimento duale, da pazzi), mercato del lavoro flessibile (ovvero il contrario del decreto dignità) con politiche attive del lavoro e non mance come il Reddito di cittadinanza (se poi Landini vuole togliere il Jobs Act, chissà come pensa che le imprese paghino gli stipendi… forse li vuol far pagare, anche qui, al solito cittadino contribuente).

  

A questo, aggiungiamo che Eurostat ci riferisce che la vita lavorativa attesa per chi ha oggi 15 anni in Italia è di 31,8 anni in media. In Germania è di 38,7, in Francia di 35,4, in Inghilterra di 39,2. Quindi in Italia si lavora per meno anni che altrove. Se poi notiamo, e ce lo riferisce sempre Eurostat (dati 2017), che l’Italia utilizza il 57,8 per cento (16,2 per cento del pil, oltre 4 per cento in più della media Ue) della propria spesa in “social protection” per gli anziani e il 5,8 per cento (1,6 per cento del Pil, il 20 per cento in più rispetto alla media dell’Ue… e non c’era ancora il Reddito di cittadinanza) per i disoccupati, capiamo altre due cose. La prima: che Quota 100, oltre a non essere sostenibile, non ha alcun senso e rappresenta un utilizzo a fini elettorali di risorse pubbliche. Va abolita domani! La seconda: che il lavoro, in Italia, non è un valore. E che anche il Reddito di cittadinanza come è stato pensato, strutturato e gestito, andrebbe abolito domani!

   

Imprenditori rassegnati rispetto alle politiche economiche, industriali e del lavoro del Conte primo e bis. Il pericolo della deindustrializzazione del paese è incombente, perché le aziende hanno bisogno di un contesto favorevole per poter fare investimenti e crescere di dimensione: il mercato mondiale lo rende necessario

Ora, sono tre mesi che sentiamo parlare della manovra di fine anno. Poi inizierà il tormentone del collegato. Le misure assumeranno efficacia a partire da luglio 2020, per il semplice fatto che non ci sono le risorse. Governare un paese con i nostri fondamentali macroeconomici è molto difficile e quindi diamo atto al governo di: avere indirizzato la maggior parte delle risorse, Iva esclusa, alla riduzione del cuneo fiscale (ma sono solo 3 miliardi), di aver mantenuto la stabilità generale del paese (spread), di aver ricostruito il rapporto, per noi fondamentale, con l’Europa (fino alla ridicola questione sul Mes).

  

Rimane però, di fondo, la sensazione per cui da un lato si finga di voler creare un contesto favorevole agli investimenti industriali, quando poi invece si vanno a replicare manovrine fiscali che di fatto aumentano la pressione globale sul sistema o che pospongono i problemi a tempi venturi (vedi le nuove clausole di salvaguardia e l’aumento del debito).

  

Il governo attuale ha poi la grande responsabilità di aver alimentato confusione e incertezza con alcune proposte sconcertanti. La plastic tax è stata presentata come la risposta a un gigantesco problema mondiale. E’ evidente a tutti che non possiamo continuare a replicare all’infinito modelli di produzione e consumo che considerano l’economia come un processo lineare anziché circolare. Tutti siamo consapevoli e d’accordo su questo, a parte qualche negazionista in mala fede.

 

Il problema è l’improvvisazione e la brutalità di una norma che potrebbe distruggere, in un anno, migliaia di posti di lavoro in un settore, quello del packaging italiano, che è all’avanguardia nel mondo. I dati Corepla dicono che nel 2018, sul totale di tonnellaggio immesso al consumo, il 44,5 per cento viene riciclato e il 43 per cento viene recuperato da un punto di vista energetico. Quindi l’87,5 per cento viene recuperato. La stima per il 2019 è che il recupero raggiunga il 92,8 per cento, con un balzo di oltre 5 punti in un anno. Vogliamo davvero affossare una realtà così? E poi, vogliamo dircelo davvero: la plastic tax e la sugar tax sono solamente specchietti per le allodole che servono a far cassa per foraggiare altre spese, magari improduttive o assurde. Per questo dico, per recuperare risorse, Quota 100 e Reddito di cittadinanza vanno eliminati domani.

  

Tornando al sentiment degli imprenditori, quelli che investono e assumono, giusto per ricordarlo agli smemorati, oggi l’industriale vicentino è oramai rassegnato rispetto alle politiche economiche, industriali e del lavoro adottate dal Conte primo e bis. Questi uomini e donne, all’unisono con i propri collaboratori, sono troppo concentrati sul mercato mondiale nel quale le loro aziende sono totalmente impegnate. Non sentono mai parlare del Parlamento di Roma, non capiscono se esista o cosa faccia. Non si interessano dell’esercito dei “nominati” perché hanno la sensazione che la maggioranza dei parlamentari italiani non abbia la consapevolezza dell’importanza del manifatturiero in Italia e in Europa.

 

Il piccolo e medio imprenditore vicentino non pensa questo con supponenza o come banale luogo comune ricadente nel disprezzo generico per la politica. Lo pensa con distacco, direi disinteresse, sperando che a Roma non combinino guai troppo seri per la sua azienda e per i suoi collaboratori.

  

Esiste però un dato incontrovertibile: il pericolo della deindustrializzazione del paese è incombente, perché le aziende hanno bisogno di un contesto favorevole per poter fare investimenti importanti e poter crescere di dimensione: il mercato mondiale lo rende necessario. Oggi le industrie italiane hanno bisogno di essere assistite sui mercati esteri da delegazioni autorevoli, forti e sempre presenti. Devono poter accedere a incentivi automatici, come il progetto Industria 4.0, lasciando all’interno delle aziende molte risorse per gli investimenti in innovazione e per la crescita del personale. Questo è quello che vogliono gli imprenditori e che farebbe bene al paese.

  

E allora, torna la domanda, guardandola dall’altra parte: l’Italia vuole essere un paese pro impresa oppure vuole continuare sulla via tracciata dai casi Ilva e Alitalia e pensare di poter sostentare la propria gente con Quota 100 e con il Reddito di cittadinanza?

  

* presidente di Confindustria Vicenza

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