Taranto, urgenza e rinvio

Luciano Capone

I commissari di Ilva avevano fretta di portare Mittal davanti al giudice e ora chiedono calma. Aspettando Invitalia

Roma. Alla fine la situazione che era di “straordinaria e improcrastinabile urgenza” è diventata di ordinaria e prorogabile calma. Si arriva così al paradosso che gli stessi commissari di Ilva che un mese fa avevano presentato al tribunale di Milano un ricorso d’urgenza contro la citazione di ArcelorMittal hanno chiesto allo stesso tribunale un rinvio dell’udienza prevista per oggi. A rendere la situazione ancor più paradossale è il fatto che il ricorso urgente dei commissari, spalleggiati dal governo, imputava ad ArcelorMittal l’intenzione di voler “danneggiare irreparabilmente gli impianti industriali” avviando in maniera “pretestuosa” lo spegnimento dell’altoforno 2 (Afo2) entro la scadenza del 13 dicembre fissata dal tribunale di Taranto: “Una circostanza che – scrivevano i commissari nel ricorso – è obbiettivamente altamente improbabile che si verifichi in futuro”. 

 

 

Ebbene, nel frattempo, il tribunale tarantino ha rigettato la richiesta di proroga e confermato lo spegnimento dell’Afo2 proprio per le inadempienze pluriennali dei commissari. Così, mentre si attende l’appello del tribunale del Riesame su Afo2, previsto per il 30 dicembre, i rapporti di forza si sono ulteriormente sbilanciati a favore della multinazionale. E pertanto, fino a ieri sera, a differenza dei commissari, i legali di ArcelorMittal non hanno formalizzato alcuna richiesta di rinvio, alzando in questo modo la posta sull’altro tavolo: quello del piano industriale. L’accordo sul rinvio dell’udienza a Milano è infatti subordinato all’accordo industriale e quindi all’intesa sulla proposta che il consulente del governo, Francesco Caio, e i commissari offrono al gruppo franco-indiano per restare a Taranto e rilanciare l’impianto. 

 

 

Da ciò che accadrà oggi a Milano davanti al giudice Claudio Marangoni si capirà quanto vicina è l’intesa. Se saranno solo i commissari a chiedere il rinvio, smentendo così la loro stessa richiesta d’urgenza, vuol dire che tutto è in alto mare. Se ci sarà una comune richiesta di rinvio breve, di una settimana, vorrà dire che le due parti non hanno ancora trovato un accordo ma sono in procinto di – o comunque intenzionate a – raggiungerlo. Se invece ci sarà una comune richiesta congiunta di rinvio dell’udienza a fine gennaio significherà che l’accordo di massima è stato trovato e che restano da definire i dettagli.

 

Il fatto che si tenti il rinvio di quella che il presidente del Consiglio Conte aveva definito “la battaglia giudiziaria del secolo” rende evidente quale sia adesso la parte forte e quale quella debole in questa vertenza. E in ogni caso il governo dovrà pagare uno scotto per la pessima gestione dell’intera vicenda. L’eliminazione dello “scudo penale”, unito alle inadempienze sulla messa in sicurezza dell’Afo2, ha indubbiamente consegnato un’arma nelle mani di ArcelorMittal: la possibilità di sciogliere un contratto che era molto vincolante. E adesso, per fare in modo che l’investitore torni a legarsi a quel contratto, bisogna pagare per gli errori commessi. Non è sufficiente cioè ripristinare la protezione legale, messa e rimossa quattro volte in un anno, ma c’è bisogno di altro. ArcelorMittal è stata messa in condizione di alzare il prezzo. E così il governo non solo dovrà accettare circa 2 mila esuberi, quelli che non erano previsti dal piano industriale ormai morto, ma dovrà farsene carico. Inoltre, lo stato dovrà mettere anche delle risorse entrando nel capitale, diventando così socio di minoranza dei franco-indiani. Cassa depositi e prestiti, costantemente evocata dalla politica per risolvere questa come altre crisi, si è tirata indietro perché impossibilitata da statuto a entrare in aziende in perdita e, come in questo caso, in assenza di un piano industriale. La soluzione più a portata di mano è Invitalia – il veicolo del governo usato per tappare tutti i buchi e risolvere tutti i fallimenti, dagli autobus alle banche – che prenderà sicuramente in carico gli esuberi per destinarli alle bonifiche, come già previsto dal piano di Carlo Calenda. Invitalia, dopo la Popolare di Bari, potrebbe entrare anche nel capitale di ArcelorMittal. Come ha detto l’ad Domenico Arcuri al Corriere, a differenza di Cdp sugli investimenti “noi a Invitalia possiamo essere pazienti, non abbiamo l’assillo di dover far fruttare un investimento in un periodo breve come un privato”. Forse non è proprio un buon biglietto da visita da presentare a un socio privato.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali