Sindrome di Bagnoli

Maria C. Cipolla

La bonifica dell’ex Italsider è un perenne rinvio. Se ne occupa Invitalia, che ora dovrà seguire anche l’ex Ilva

Milano. Chissà che non diventi una voce del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali: dopo quella di Stoccolma, la sindrome di Bagnoli. Una patologia per la quale se si dichiara un obiettivo, non si riesce a realizzarlo e lo si rinvia. E ora potrebbe essere Taranto ad ammalarsi, di fronte a una bonifica che sembra essere impresa irraggiungibile e perenne insieme. Nell’ultimo anno ArcelorMittal ha proseguito nella chiusura dei parchi minerali, quelli da dove il vento diffonde le polveri. La cancellazione dello scudo penale da parte della maggioranza di governo ha prodotto lo stop ai lavori. Mentre la riqualificazione dei lavoratori non è neppure cominciata. Lo spettro di Bagnoli si fa reale. Tanto più che il risanamento ambientale potrebbe essere affidato a Invitalia, la stessa che gestisce il rilancio dell’area dell’ex Italsider campana, un terzo dell’attività produttiva e un decimo dello spazio dell’ex Ilva. L’area a caldo dello stabilimento è stata spenta il 20 ottobre 1990; il 17 settembre 2019 Invitalia ha lanciato sul suo sito il concorso di idee per concepire finalmente la nuova Bagnoli. La scadenza della gara, che in un primo momento era prevista per luglio, è stata fissata a novembre. E a novembre prorogata al 7 gennaio 2020: così fanno quasi trent’anni per raccogliere le idee. La gara di bonifica per l’area dell’ex Eternit è stata aperta a luglio, per le altre due dovrebbe partire a marzo, fine dei lavori anno 2024. Solo per il risanamento ambientale l’ultimo piano prevede una spesa pubblica di 461,50 milioni di euro, 150 milioni per spiagge, parco, parcheggi, affaccio sul mare e 594,4 milioni di euro per le infrastrutture di collegamento alla città.

 

In tutto 1,2 miliardi di euro – a ora sono disponibili 500 milioni. La palla è passata a Invitalia nel 2014, dopo anni di mala gestio, un’azienda fallita, un’inchiesta per disastro ambientale e truffa e aree sotto sequestro della magistratura, mezzo miliardo sperperato. Ma con l’arrivo dell’agenzia di Domenico Arcuri, il mr. Wolf del Mise, la burocrazia è rimasta la stessa: è servito un anno solo per la firma della convenzione con il commissario per la bonifica, mentre l’attesa della valutazione ambientale sottoscritta da ministero dell’Ambiente e ministero dei Beni culturali ha ritardato sei mesi. I verbali della conferenza dei servizi tenutasi finalmente a giugno di quest’anno, a cinque anni dal decreto di affidamento a Invitalia, dipingono una situazione a tratti surreale. Annunciando di aver presentato al tribunale la domanda di dissequestro, per esempio, il commissario Francesco Floro Flores confida che la richiesta non era stata fatta “per motivi nostri”, per paura che le aree di competenza della regione, per cui alla fine il dissequestro non è stato chiesto, perdessero i fondi Ue stanziati e mai utilizzati. “Invitalia non può essere un tuttologo, quindi, visto che dobbiamo fare bonifiche, è necessario che al suo interno ci siano delle competenze specifiche sul tema”, dichiara ancora Floro Flores, lasciando intendere che il personale debba ancora essere individuato. E ancora più imbarazzante è la posizione di Giuseppe Albano, commissario della Fondazione Città della scienza, il polo scientifico d’eccellenza distrutto da un incendio doloso nel 2013: a metà 2015 è stata aggiudicata la gara per la ricostruzione, che però è stata bloccata perché i piani complessivi per Bagnoli sono stati modificati. Così il museo deve pure risarcire 1,2 milioni di euro ai vincitori del bando “Dovunque vado”, racconta Albano esortando un’accelerazione, “in Italia e in Europa, conoscono Città della Scienza e tutti dicono la stessa cosa ‘Perché la ricostruzione non si fa? Cosa ve lo impedisce? Perché le istituzioni non vi aiutano?’. La mia risposta è sempre di fare un po' di spallucce, perché cerco ovviamente di parare il colpo”.

 

Giovanni Dispoto, professore di Urbanistica alla Federico II di Napoli, per anni dirigente del comune, riassume in un articolo sulla rivista Meridiana i problemi di Bagnoli: la complessità della bonifica e il deficit di governance, con una gestione, scrive, “a infinite configurazioni, un vero e proprio cubo di Rubik istituzionale” e poi la mancanza di apertura ai privati che ha reso i “trasferimenti fortemente condizionati dalle alterne vicende della politica”. Una strada che si è dimostrata “fatale”. E che rischia di essere la stessa imboccata a Taranto.

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