“Su Ilva serve una pausa di riflessione”. Parla Amendola, pretore ambientalista

Carmelo Caruso

Prima la salute, poi l’impresa. La versione dell’ex magistrato

Roma. Non è più “pretore d’assalto” (è andato in pensione), ma è ancora l’irriducibile di “In nome del popolo inquinato” (otto edizioni). “E non pensate che mi sia arricchito. I diritti sono andati a Legambiente”. E poi è blogger del Fatto quotidiano, dove scrive: “Il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto. Il che implica che si intervenga sulle scelte di produzione delle industrie e sui loro prodotti”. Da magistrato, Gianfranco Amendola, già nel 1984, oggi ha settantasette anni, aveva fatto chiudere le torri del vecchio inceneritore di Malagrotta (altro che i magistrati di Taranto!), minacciato di transennare il centro di Roma per smog (“Fu un momento eclatante. Grazie alle mie indagini, il comune ha poi scelto di fare la fascia blu. E’ stato un successo”), indagato sull’inquinamento elettromagnetico di Radio Vaticana, (“In aula convocai ben sessanta testimoni. La voce di Dio entrava da tutte le parti. Non se ne poteva più”). Tra gli ultimi successi della sua carriera da “toga ambientale” c’è il sequestro (ed era perfino preventivo) del molo D dell’aeroporto di Roma Fiumicino, (“L’ho fatto per i dipendenti. Le norme non venivano rispettate. Il sequestro è stato un incentivo a regolarizzare la struttura”). E’ giusto ricordare che Amendola ha avuto anche la sua parentesi politica. Europarlamentare dal 1989 al 1994 per i Verdi. E’ tornato in magistratura perché ha sperimentato che “la politica non fa per me. Tanto più quella italiana”. Per molti è il padre del diritto ambientale e per altri il simbolo della magistratura che paralizza la libera iniziativa economica. In ogni caso è necessario ascoltarlo. In ogni senso. Amendola è stato anche il batterista del gruppo musicale “Dura Lex” che oggi si è sciolto: “Il gruppo era formato da avvocati e magistrati. Protagonista era Giorgio Santacroce, ex presidente della Corte di Cassazione”. La hit? “‘Only you’ dei Platters”.

 

 

Vogliamo cominciare dall’Ilva? Sequestrata dai magistrati, commissariata dallo stato. Senza uno scudo penale nessuno è disposto a investire. “Ma i magistrati di Taranto cosa potevano fare? Avevano l’obbligo di impedire che si reiterasse un reato. Sequestrarla era un obbligo”. Riconosce che così è impossibile fare impresa? “La Costituzione è chiara. Ci sono diritti, come prevede l’art. 32 che tutela il quello alla salute. Diritto fondamentale”. E però, c’è anche il diritto alla libera iniziativa sancito dall’art. 41… “E’ vero, ma la Corte Costituzionale si è espressa e ha detto che…”. Come si capisce, prima di accendere un altoforno, in Italia, si accende la disputa legale. Chiunque soccomberebbe di fronte alla sapienza di Amendola: “Mi sono dovuto fare una cultura su combustibili, bruciatori, acque reflue, percolati. Ho una biblioteca vasta”. Ma torniamo alla pronuncia della Consulta. “Ebbene, la Corte ha sancito che occorre bilanciare i due diritti: quello alla salute e quello che permette la libera iniziativa economica. Ma una volta che i due diritti entrano in conflitto, a prevalere è quello alla salute”. A Taranto si rischia la bomba sociale. Come se ne esce? “A mio parere, a Taranto bisogna prendersi una pausa”. Insomma, l’Ilva ha bisogno di una pausa di riflessione. Di quanto? “Secondo me di due anni. Ho letto che in Germania si è fatto qualcosa di simile. Si potrebbe fermare l’impianto. Mettere a posto e poi, nel caso, riaprire”. Ma lei, se fosse al posto dei franco-indiani di ArcelorMittal, investirebbe in Italia? “Probabilmente no. L’Italia è al limite per quanto riguarda i grandi impianti industriali. Dobbiamo interrogarci e chiederci se questo paese ha bisogno di acciaierie”. Per Amendola non ce sarebbe bisogno dato che questo paese, a suo vedere, possiede “beni immateriali e ha una vocazione paesaggistica”. E allora lo scudo penale per evitare la fuga da Taranto? “Da quanto ne so, quel tipo di immunità, e di scudo, non è previsto da nessuna parte d’Europa. Ha ragione il governatore della Puglia, Michele Emiliano. Sarebbe incostituzionale. Credo che sia un alibi. O ArcelorMittal non sapeva cosa fare o si sono accorti che era oneroso farlo”.

 

 

E allora, per questo protagonista della magistratura come bastone che raddrizza l’umanità, la soluzione non è altro che far in modo che lo stato e la politica “intervengano su ciò che si produce”. Solo cosi si limiterebbero i rifiuti. Per questo, secondo Amendola, “gli imballaggi di plastica andrebbero vietati” e sulle plastiche monouso si è fatto poco. Non basta la tassa? In Emilia-Romagna un intero comparto economico minaccia il collasso dopo la famigerata plastic tax. Cosa risponde? “Io avrei fatto molto di più. Le avrei vietate all’origine. Vedo ambientalisti che si riempiono la bocca per poi strillare come aquile e per quattro centesimi in più”.

 

E qui, Amendola torna pretore d’assalto, intuizione linguistica di Indro Montanelli per definire un gruppo di giovani pretori che negli anni Settanta iniziarono a transennare l’Italia convinti di rifarla più giusta e più virtuosa. “I pretori d’assalto erano figli del ‘68”. Si riconosce in quella parola? “In pieno. Significava intervenire e non più aspettare in ufficio le indagini. Per la prima volta era il magistrato che usciva dalla sua stanza e andava sul luogo, personalmente, a svolgere indagini”. Non è che si rischia di fare politica anziché amministrare la legge? “Oggi mi sembra che, purtroppo, quello spirito dei pretori d’assalto sia andato perduto”. Vuole dire che i magistrati intervengono poco? “Si, mi sembra che i magistrati siano oggi impiegati. Nella magistratura c’è troppa burocrazia. E un magistrato non può mai fare l’impiegato. Nelle ultime leve c’è la tendenza a rimanere fermi, a fare gli impiegati”. A dire il vero, ma chiaramente sono quelli che vorrebbero i magistrati impiegati, la sensazione è che i magistrati si muovano tanto, perfino troppo. Ma in loro soccorso viene Amendola che ha tenuto conto dei suoi fascicoli e che può offrire un dato, un termine di paragone. Quanti ne ha istruiti nella sua lunga e irripetibile carriera? “Di sola tutela ambientale ho istruito ben trentamila fascicoli. La media è di mille ogni anno”. A proposito, come è finito il processo per l’inquinamento elettromagnetico di Radio Vaticana? “E’ stato prescritto in Cassazione. Sa, eravamo di fronte a uno stato estero. Dopo hanno ridotto le emissioni”. Immaginiamo che Amendola non possa che essere attratto dai giovani di Fridays for Future. E’ così? “Mostrano una consapevolezza autentica dei problemi di cui parlano. Per altri invece l’ambientalismo è solo di facciata. Questi studenti chiedono di rivedere il tipo di sviluppo”. Diventeranno nuovi pretori d’assalto? “Non esiste una via giudiziaria all’ecologia”. Anche perché si è perso lo spirito… “Già. Si è perso quello spirito”. Eccetto in Amendola che, però, è pensionato e che oggi scrive, divulga, ma senza più sequestrare: “Se fossi ancora magistrato avrei potere d’intervenire, ma con i limiti dell’età…”.