Idee per trasformare i rifiuti da costo a risorsa. Appunti per il sud

Maria Carla Sicilia

Dal Lazio, che spedisce all'estero gran parte di differenziata e indifferenziata, alla Sicilia, che ricicla solo il 22 per cento degli scarti. Uno studio dice che il Mezzogiorno è “sull'orlo dell'emergenza ambientale”

Tra tutte le difficoltà di fare impresa in Italia ce n'è una fino a ora sottovalutata che però comporta costi importanti per l'industria manifatturiera e crea uno svantaggio di competitività in tutto il paese: la gestione inefficiente dei rifiuti. La mancanza di impianti adeguati a chiudere il ciclo di smaltimento pesa non solo sui rifiuti urbani, con tutte le conseguenza che conosciamo in termini di costi per i cittadini e di cassonetti pieni, ma anche su quelli speciali. A fronte di un forte aumento dei rifiuti speciali nell'ultimo triennio, i processi di gestione hanno accentuato le proprie fragilità. Da una parte la chiusura del mercato cinese ha creato un tappo all'esportazione di rifiuti, dall'altra i ritardi normativi hanno rallentato per oltre un anno la filiera dell'economia circolare italiana. Il risultato è che i costi di smaltimento dei rifiuti per l'industria sono aumentati di 1,3 miliardi di euro all'anno, pari a un incremento medio di oltre il 40 per cento negli ultimi due anni. A rilevarlo è uno studio realizzato da Ref Ricerche con la Fondazione Utilitatis, e presentato da Utilitalia a Ecomondo, l'evento italiano più importante sull'economia circolare in corso a Rimini. “A pagare per questi squilibri, senza una presa in carico da parte delle istituzioni – spiega lo studio – è soprattutto la competitività dell’intero sistema delle imprese, con aggravi di costo che finiranno per ripercuotersi sui prezzi dei prodotti acquistati dalle famiglie e sull’occupazione, e in ultimo nella delocalizzazione delle attività maggiormente esposte”.

 

 

Esportare i rifiuti – vista l'insufficienza degli impianti italiani – è uno dei fattori che rende il sistema fragile e costoso. Nel 2017 il bilancio della gestione si è chiuso in passivo per 2,1 milioni tonnellate di rifiuti, di queste 1,3 milioni sono state esportate e 700 mila sono state stoccate e destinate a smaltimento. Le regioni più critiche sono quelle del sud, con Lazio e Campania che presentano un deficit complessivo di smaltimento di 2,7 milioni di tonnellate, mentre la Lombardia ha capacità per accogliere rifiuti dalle altre regioni per oltre 1,3 milioni di tonnellate all’anno. È proprio nei territori più sforniti di impianti che secondo Utilitalia gli aumenti dei costi per le imprese hanno pesato di più.

 

A inquadrare meglio il deficit del Mezzogiorno, – in particolare di Campania, Lazio e Sicilia – è uno studio presentato ancora a Ecomondo ma realizzato da Fise Assoambiente. La fotografia è quella di un sud “sull'orlo dell'emergenza ambientale”, dove il cerchio ideale dell'economia circolare molto spesso non si chiude e le discariche sono la meta principale del viaggio che percorrono i rifiuti.

 

 

Il Lazio è la regione che più di altre spedisce oltre confine, alimentando forti diseconomie e un maggiore impatto ambientale. E questo perché la regione non pianifica impianti sul proprio territorio, ma affida i suoi rifiuti a impianti di riciclo, valorizzazione energetica e discariche di altri territori. Per avere un'idea, il 40 per cento della raccolta differenziata (pari al 46 per cento dei rifiuti) è costituito dalla frazione organica, quindi dagli scarti alimentari. Di questi, quasi due terzi sono spediti fuori regione perché nel Lazio non ci sono impianti adeguati. Ancora più paradossale è il dato della frazione indifferenziata (il 54 per cento dei rifiuti), che per il 36 per cento alimenta gli inceneritori demonizzati a Roma ma usati nelle altre regioni, principalmente Lombardia, Molise, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia.

 

La Sicilia è invece campione di conferimento in discarica, dove finisce il 73 per cento dei rifiuti gestiti. Questo significa che manca completamente un tessuto industriale in grado di riciclare e la bassissima quota di differenziata dell'isola (pari al 22 per cento) certo non incoraggia gli investimenti. Di nuovi impianti in grado di accorciare la filiera ha bisogno anche la Campania, che esporta quasi l'89 per cento della frazione organica che raccoglie per l’assenza di un efficiente sistema di riciclo a valle della raccolta. A tenere in equilibrio il sistema è il termovalorizzatore di Acerra, ma secondo Assombiente l'equilibro appare solo momentaneo e decisamente fragile.

 

Forse è da qui che il sud può provare a cercare stimoli per ripartire, con un duplice vantaggio: sfruttare un'opportunità di crescita industriale proprio nella filiera dei rifiuti, con ricadute positive sull'occupazione e sull'ambiente, e alleviare le imprese manifatturiere dai costi extra che si generano con le inefficienze.

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