Perché la tassazione ecologica la pagano consumatori e lavoratori

Maria Carla Sicilia

"Non si può pensare di obbligare le imprese a cambiare modello produttivo aggiungendo tasse, ma si possono sostenere le imprese nei progetti di diversificazione industriale" ci dice Falcinelli (Filctem-Cgil)

Roma. Tassare la produzione di alcuni beni non può essere considerata una misura con finalità ambientali. Ne è convinto Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem-Cgil che rappresenta gli occupati della chimica, del tessile, dell'energia e delle manifatture, settori travolti dalle iniziative green del governo che rischiano di restare schiacciati sotto il peso di misure che non hanno la capacità di indirizzare le imprese verso una riconversione delle proprie produzioni. La tassa sugli imballaggi di plastica è l’ultimo esempio, un balzello che riguarda circa 20 mila aziende con cui nel 2020 si conta di recuperare più di un miliardo di euro. “Non si può pensare di obbligare le imprese a cambiare modello produttivo aggiungendo tasse – dice al Foglio Falcinelli – ma si possono sostenere le imprese nei progetti di diversificazione industriale. Fare ricerca costa e gli incentivi alla ricerca dovrebbero essere uno strumento importante di politica industriale che si può mettere in campo attraverso il sistema del credito di imposta”. Secondo i calcoli della Filctem la tassa determinerebbe un aumento pari al 10 per cento del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, incidendo negativamente sulla domanda interna con ripercussioni su tutti i settori industriali che fanno largo uso di imballaggi. “Le imprese che ne avranno la possibilità riverseranno il costo della plastic tax sul prezzo finale pagato dai consumatori. Quelle che invece non ce la faranno, presenteranno il conto ai propri lavoratori. Mentre chi assume comportamenti incivili disperdendo i rifiuti nell'ambiente continuerà a farlo”. Scegliere di intervenire sulla cultura delle persone è più complicato, commenta il segretario della Filctem, e in questo caso poco si fa per sostenere la differenziata e il riciclo. Mentre spesso chiedere all’industria di cambiare è più facile ed è una scelta che produce l’impatto più immediato, ma anche più delicato.

 

La questione, come spesso accade quando si parla di temi ambientali, è al centro di un dibattito molto polarizzato e in questo contesto il sindacato di settore della Cgil si trova in una posizione a dir poco particolare. Mentre Falcinelli avverte da mesi sulla necessità di governare i processi che guidano la transizione energetica con prudenza, ad aprile il segretario nazionale Maurizio Landini ha consegnato la tessera onoraria del sindacato alla giovane attivista Greta Thunberg. “La nostra categoria chiede da anni di cambiare i cicli produttivi e puntare sull’innovazione per tutelare l'ambiente, ma rivendichiamo attenzione da parte della politica: governare la transizione è diverso da introdurre interventi che tagliano con l’accetta il tessuto produttivo. Nel nostro settore si fa fatica a trasmettere la complessità dei temi, ma non si può convertire un sistema a colpi di slogan”. L’approccio del governo all’estrazione di gas dai fondali italiani è un caso emblematico in questo senso. “Un’altra follia”, dice Falcinelli. “Tutti gli studi di settore dicono che il gas sarà una fonte indispensabile per accompagnare il sistema in sicurezza fuori dal carbone, di cui l'Italia dovrebbe fare a meno entro il 2025 chiudendo tutte le centrali. E il governo che fa? Adotta provvedimenti che scoraggiano le estrazioni e l'uso del gas andando nella direzione opposta alla tutela dell’ambiente”. A scontarne le conseguenze è l’industria nazionale, concentrata per lo più a Ravenna. “I quattromila lavoratori del distretto ravennate, tutte eccellenze italiane, rischiano di andare a lavorare altrove mentre le risorse di metano sottoterra finiranno nei pozzi perforati dall'altra parte dell'Adriatico. Questo fa bene all'ambiente?”. Un boomerang per una regione che sarà la più colpita anche dalla plastic tax, dal momento che sul territorio sono presenti 230 aziende con oltre 17mila occupati e un fatturato annuo di cinque miliardi di euro, pari al 63 per cento del giro di affari nazionale.

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