No, la borraccia no! Le virtù della plastica spiegate da chi la ricicla

Michele Masneri

Nello stabilimento campano dei Pontecorvo si lavorano 23 mila tonnellate di materiale all’anno. “Molto meglio del vetro”

Roma. Autobiografia idrica d’Italia: non ci sono solo le storiche campagne con la Gioconda (Liscia, gassata o…): Ferrarelle, quarto produttore italiano di acque minerali, 450 dipendenti, con le sue bottigliette verdi con etichette bianche e rosse è orgoglio nazionale, ma adesso la società civile convertita alla borraccia ti guarda male: l’acqua in plastica è peggio di una molotov. Prima che arrivasse Greta erano tutti fieri del nuovo stabilimento supersostenibile di Presenzano (Caserta). “Ricicla 23 mila tonnellate di plastica ogni anno”, dice al Foglio Michele Pontecorvo, vicepresidente dell’azienda campana. Ma allora non c’è solo l’Emilia, come culla del contenitore plasticoso italiano, che la nuova plastic tax vorrebbe decimare. Ma il vostro conterraneo Di Maio, uno dei più scatenati contro le bottigliette, è mai venuto a trovarvi? “No, è venuto il ministro Costa, un anno fa”, dice il padre Carlo Pontecorvo, presidente dell’azienda.

 

La plastica di cui sono orgogliosi riciclatori è il Pet, “polietilene tereftalato, il materiale in assoluto più riciclabile, il più conveniente”. La Rolls Royce delle plastiche. “Non si usa solo per l’acqua ma anche per yogurt, olio e aceto, o prosciutto: è il più sicuro, il più leggero e il più ecologico”, dice Carlo Pontecorvo. “Interamente riciclabile: ogni bottiglia può essere riciclata infinite volte per diventare una bottiglia nuova e identica all’originale. Il Pet che rinasce con questo processo si chiama RPet, una plastica a impatto zero”. Come il vetro. “Meglio del vetro”, dice ancora Pontecorvo senior, che è anche medico, con un passato da chirurgo, poi ha lasciato tutto per seguire l’azienda di famiglia.

 

“Per novant’anni abbiamo fabbricato bottiglie di vetro. Solo da quindici siamo diventati imbottigliatori”. Di Ferrarelle, ma anche dell’acqua Natía, Santagata, Boario e Vitasnella. E si sono buttati sulla plastica. “Che è molto meglio. A parte che il vetro fonde a temperature elevatissime. Emette molta più anidride carbonica. Poi, per riciclare il vetro servono molti più camion, le bottiglie prima della fusione devono essere igienizzate. Un sacco di trasporti”. Si è mai pentito di essersi buttato sulla plastica? Non stava meglio col vetro? “Mai”. “Il problema della plastica c’è, è vero, esiste, era ora che se ne accorgessero”, dice il figlio. “Però a parte che la tassa c’è già: le aziende versano già 200/300 euro a tonnellata al consorzio Conai, che vanno allo smaltimento e al riciclo. E poi c’è plastica e plastica. E invece che mettere tasse a caso si potrebbe per esempio incentivare la riconversione delle tante aziende che producono altri tipi di contenitori, come per esempio detergenti, farmaci, cosmetici. Non sono tutti uguali, non tutti sono riciclabili al 100 per cento”. Oppure chi produce piatti e posate di plastica, che dal 2021 sarà fuorilegge. “Il paese avrebbe l’occasione di rilanciare il settore diventando un esempio di economia circolare”, dice ancora Carlo Pontecorvo. Una grande pet therapy per rilanciare l’Italia. “Dove la plastica è stata inventata. Il moplen”, si esalta il figlio Michele. Il Nobel a Giulio Natta nel 1963 per il polipropilene. “Invece adesso c’è tutta la retorica del plastic free. Ma bisognerebbe seguire la tecnologia piuttosto che l’ideologia. Bisogna incentivare il riciclo, in maniera intelligente”.

 

“Noi in Italia abbandoniamo la bottiglietta e pensiamo che qualcuno la debba riciclare per noi. Non funziona così”, dice Michele Pontecorvo. “Bisogna piuttosto dotare le città e le scuole di compattatori, dove si lasciano le bottiglie, e si ottiene in cambio un servizio o un premio”. Non mi dirà che ha ragione la Raggi con le sue macchinette spremi-bottiglie nelle metropolitane. “Ah, sì, certo. La sindaca di Roma era anche lei molto contraria alla plastica, ma poi dopo un incontro col nostro consorzio, Coripet, ha cambiato idea. Così nelle stazioni della metropolitana dove sono stati installati i compattatori sono state riciclate già 750 mila bottiglie. Molto meglio di Milano, dove il sindaco Sala regala le borracce nelle scuole, e avrebbe fatto bene invece a metterci dei compattatori”. Ma cosa dice mai, l’acqua del sindaco. Sala non si contesta. “Ah, le borracce”, sospira Pontecorvo senior. “Ormai siamo al delirio, ci sono i presidi che vietano le bottigliette e le mamme che devono chiamare gli avvocati perché non vogliono che i figli bevano l’acqua del rubinetto”, dice Pontecorvo figlio. “A parte che dotare tutti gli studenti di borracce di alluminio contundente non mi pare una grande idea”, aggiunge Pontecorvo padre, “l’alluminio si riempie di germi. E di solito la borraccia è fatta in Cina”. “Ma poi intendiamoci, va benissimo, tutti abbiamo un rubinetto in casa; ma le acque minerali sono un’altra cosa. L’acqua del rubinetto viene da una falda di superficie, ha subito un trattamento chimico per diventare potabile. L’acqua minerale viene imbottigliata invece dalla sorgente ed è microbiologicamente pura. Il paradosso poi è che si tassa la plastica ma la rete idrica è un colabrodo. Si mettono le casette dell’acqua e le borracce ma non si riparano gli acquedotti. Così certo l’acqua del rubinetto si può bere, per carità, la signora di corso Magenta ci riempie la borraccia col suo filtro: ma in tante zone d’Italia bisogna usare l’acqua in bottiglia anche per bollire la pasta o per lavarsi i denti”.

 

“Se poi esaminassimo cosa c’è in quei filtri”, aggiunge il medico-presidente, “provi, provi a fare un tampone a un filtro del bar dopo ventiquattr’ore di utilizzo”. Non facciamo terrorismo. “Ma se proprio volete bere l’acqua del rubinetto”, aggiunge Pontecorvo, fate pure. “A quel punto riempite la bottiglietta”. Uguale alla borraccia? “No, è molto meglio. Perché quella è riciclabile, dopo che l’hai usata la metti nel compattatore. Provi a riciclare una borraccia. L’alluminio è un ottimo materiale, certo. Anche se molto costoso da riciclare”. Un ottimo materiale, davvero. Quasi quanto la plastica.