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I mestieri dell’arte

Storia di Franco Cologni e della fondazione che fa conoscere (ai giovani) l’artigianato di alta qualità

1 Dicembre 2019 alle 06:00

I mestieri dell’arte

Franco Cologni è un giovin signore, classe 1934, milanese di nascita e nell’anima, dall’occhio azzurro vispo di chi se ne intende della vita e dei suoi piaceri, e della bellezza vera, quella dell’uomo e delle sue capacità, ha fatto una bandiera. “La mia passione per i lavori artigianali ha radici profonde – racconta – Mi sono laureato in Lettere e filosofia all’Università Cattolica, ed ero assistente alla cattedra di Storia del teatro di Mario Apollonio; lavoravo inoltre per il quotidiano cattolico L’Italia (una costola del futuro Avvenire, ndr). Collaborando con i tipografi, ricordo quanto fosse affascinante vedere la pagina che veniva composta, e come il lavoro con la tipografia mi aiutasse ogni giorno ad apprendere meglio come fare i titoli, come essere più efficace, come il vincolo dello spazio diventasse uno sprone a una creatività più attenta”. Non solo piombo. “La stessa impressione di preziosità legata al lavoro manuale di alto profilo l’ebbi lavorando per Cartier, e notando quale maestria possedessero i gioiellieri, gli orafi, i tagliatori, gli orologiai che trasformavano ogni progetto in un prodotto che era un vero e proprio ‘bene’, ovvero qualcosa di prezioso”. Cologni è stato fondatore e direttore del magazine internazionale Cartier Art. Per quarant’anni ha collaborato con Cartier fino a diventare presidente Mondo e, a seguito dell’incorporazione di Cartier nel Gruppo Richemont è diventato presidente esecutivo di tutto il settore gioielleria e orologeria del gruppo. “Nella mia carriera di manager ho sempre e comunque avuto cura a che il profitto fosse destinato non solo alla remunerazione del lavoro o degli azionisti, ma anche all’approfondimento della cultura”. Valorizzare la creatività e i mestieri d’arte è stato un credo, fino a fondare il Comitato culturale della Fondation de la Haute Horlogerie di Ginevra e la Michelangelo Foundation for Creativity and Crafstmanship.

  

Nel 1995 la svolta: con la fondazione che porta il suo nome e che ha ricevuto il Premio Giano di Confartigianato Imprese.“Ho deciso di creare una Fondazione non profit proprio perché desideravo lavorare sulla ‘cultura’ del mestiere d’arte, sulla sua promozione e valorizzazione. Ogni vero cambiamento parte sempre da un cambiamento culturale: e una rivoluzione nella percezione del ‘craft’ non può non passare dalla cultura del bello, del ben fatto, dall’apprezzamento del lavoro di chi sa fare e creare”. La Fondazione Cologni non è una fondazione erogatrice: “Partecipiamo a volte a progetti di istituzioni che condividono le nostre finalità, ma in generale noi sviluppiamo progetti concreti, ad hoc, originali, e impegniamo le nostre risorse per la loro realizzazione”. Fondamentale farsi conoscere in modo che i giovani sappiano che certi mestieri godono di una tutela. “Ogni anno abbiamo degli appuntamenti fissi: Doppia firma, il progetto che realizziamo per il Salone del Mobile e che mette in contatto artigiani e designer. O i tirocini formativi del progetto ‘Una scuola, un lavoro. Percorsi di eccellenza’. E le iniziative editoriali, libri e riviste; e naturalmente le attività didattiche presso le Case Museo di Milano, che ci permettono di avvicinare le famiglie ai mestieri d’arte”. Da diversi anni, inoltre, la fondazione cura il sito Wellmade, vera guida online alle migliori botteghe artigiane d’Italia, e ha una cattedra presso la facoltà di Design del Politecnico di Milano. “E ogni due anni assegniamo il titolo di MAM – Maestro d’Arte e Mestiere”.

 

Corre seri pericoli di sparire il mestiere d’arte? “E’ un’attività di trasformazione creativa della materia, che rappresenta la massima espressione consapevole di saper fare e saper creare. Prevede destrezza manuale, competenza artistica, capacità di interpretare il progetto, legame con il territorio, visione poetica dell’arte del fare. Anche se viviamo in un’era digitale, i nostri sogni sono ancora analogici. Abbiamo bisogno di oggetti meravigliosi che ci comunichino emozioni, che rappresentino una differenza. Inoltre, i mestieri d’arte sono un vantaggio competitivo straordinario per il nostro paese: l’eccellenza che innerva tutti i settori per i quali il made in Italy è famoso. Senza i mestieri d’arte il made in Italy sarebbe solo un’indicazione geografica. Infine, i mestieri d’arte rappresentano ancora una possibilità di impiego per giovani di talento. Occorre lavorare sull’orientamento: in molti casi, i giovani non scelgono un mestiere d’arte perché non ne conoscono l’esistenza. Occorre lavorare sulla percezione: in Giappone li chiamano ‘Tesori nazionali viventi’, qui con il nostro titolo di MAM stiamo cercando di andare in quella direzione, ma c’è ancora molta strada da far”“. E occorre lavorare sulla cultura: una generazione ignorante può fare più danni di un’epidemia, per un paese come il nostro”.

Paola Bulbarelli

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