Il direttore tedesco

Paola Peduzzi

La carta ha un futuro. La Zeit di Giovanni di Lorenzo è il simbolo di un nuovo europeismo. Una chiacchierata

Giovanni di Lorenzo sta chiudendo il numero della Zeit in edicola questa settimana e scherza: “Faccio un titolo un po’ osé, vediamo che effetto fa”. Sulla copertina del settimanale che dirige, che è uno dei prodotti editoriali più belli d’Europa, Di Lorenzo ha messo Jürgen Habermas, “il più grande filosofo tedesco vivente”, e il titolo è: “L’uomo che vuole migliorare il mondo”. Può non sembrare molto osé, ma l’audacia, dice Di Lorenzo, sta nel raccontare le grandi trasformazioni che stiamo vivendo, nella sua Germania e nel resto del mondo, recuperando uno spazio di confronto e di dialogo che non sia dominato soltanto da iperboli ed estremismi: “Dobbiamo sottrarre l’attenzione alle semplificazioni volgari”, dice, e non si sta riferendo soltanto al suo giornale.

 

L’audacia, dice Di Lorenzo, sta nel raccontare le grandi trasformazioni che stiamo vivendo, in Germania e nel mondo

“L’ambientalismo rischia di diventare uno scontro tra più poveri e più ricchi, un altro capitolo della battaglia sulla globalizzazione”

Padre italiano, madre tedesca, parenti sulla riviera romagnola, due passaporti e un doppio voto alle elezioni europee del 2014 che fece grande scandalo, di Lorenzo è direttore della Zeit dal 2004 e conduttore della trasmissione “III nach 9”, seguitissima. E’ uno dei giornalisti e scrittori più noti e importanti della Germania, un intellettuale liberale che ha “grande fiducia nei propri lettori” – che sono tanti: i numeri sono sempre con un + davanti, la tiratura è di oltre 500 mila copie ogni settimana – e nella capacità dei media di fornire tutti gli strumenti necessari “perché le persone formino autonomamente la propria opinione”. Nulla avviene, nello “Zeit-Universum”, senza che ci sia un confronto tra i giornalisti e i lettori, “non esistono progetti o innovazioni che non siano stati discussi con la nostra comunità”, dice Di Lorenzo, “abbiamo anche un Parlamento dei nostri lettori” in cui vengono proposte e votate le diverse iniziative.

 

Parlando con Di Lorenzo, “democrazia” “popolo” “confronto” smettono di essere termini astratti: diventano vivi e vivaci e formano uno spazio in cui l’indottrinamento non ha né peso né senso. Avete presente un servizio pubblico? Ecco la Zeit, che naturalmente non è pubblica, è quanto di più simile a un servizio pubblico si possa immaginare, ancora più virtuosa se si pensa a quanto i veri servizi pubblici abbiano del tutto abdicato alla loro missione (in Italia certamente). “E’ difficile e spesso faticoso avere continuamente a che fare con proposte e spunti che non sono uguali ai tuoi – dice Di Lorenzo – ma è importante ridare al pubblico un luogo di dibattito in cui possa cercare e trovare idee senza manipolazioni”: questa incrollabile fiducia nei lettori e nell’opinione pubblica è uno dei tratti più affascinanti della filosofia di Di Lorenzo, che combatte, ogni giovedì (ma in realtà ogni giorno: il sito della Zeit, che ha più di vent’anni di storia, è studiato e copiato in tutto il mondo), una doppia crisi: quella del business dell’editoria e quella, più profonda e dolorosa, della credibilità. Per la prima parlano i numeri e quella enorme comunità che si ritrova nel mondo della Zeit, uno specchio che riflette le insofferenze e le preoccupazioni dei lettori e restituisce idee per progettare una visione comune. In un discorso di un paio di anni fa, Di Lorenzo disse che, in questa stagione di molte informazioni senza filtri, di fake news e trollaggi, bisogna rispondere a domande elementari, “che cosa sta accadendo?”, e non lasciarsi tentare da ricostruzioni parziali o peggio ideologizzate. La gente non è scema, diceva Di Lorenzo, se a partigianeria rispondi con altra partigianeria di segno opposto, hai perso l’occasione per riconquistare credibilità, e non è detto che si ripresenti una seconda chance. Nella nostra conversazione, l’“approccio Zeit” emerge di continuo: Di Lorenzo fa una fotografia accurata della politica tedesca ed europea, alternando luci e ombre e mostrando così sfumature che, nel dualismo noi-loro, uno contro l’altro, sfuggono di continuo. La sua preoccupazione maggiore è la concretezza: dice che agli europeisti manca soprattutto questo, la capacità di tradurre il proprio spirito e i propri valori in un approccio pratico e concreto alla quotidianità. “Le elezioni europee in Germania sono state di una superficialità disarmante – dice – lo slogan della sinistra socialdemocratica, l’Spd, era: ‘L’Europa è la risposta’. Anche i cristianodemocratici, la Cdu, avevano formule fumose sul benessere, quando è evidente che una delle preoccupazioni più grandi dei tedeschi e non solo è proprio quella di perdere il proprio benessere. Soltanto con la concretezza si può costruire un consenso stabile al progetto europeo, altrimenti siamo sempre in balìa di quel che accade, senza riuscire a orientare nulla”. Come altri intellettuali europei – da ultimo Giuliano da Empoli che sul Foglio ha lanciato il manifesto dell’Euroguerriglia contro il monopolio comunicativo del sovranismo – Di Lorenzo pensa che siano più i nemici dell’Europa a parlare di Europa rispetto agli europeisti, e questo si è visto benissimo in Germania, dove c’è una gran voglia di Europa ma non nella sua forma collaudata eppure remota che è stata offerta dai principali partiti del paese. “La cosa più concreta che da ultimo l’Europa è riuscita a fare è stata la ferma risposta alla Brexit: lì si è visto che forza può avere un progetto europeo unitario”. Un’altra dimostrazione di concretezza, secondo Di Lorenzo, è arrivata dal G20 dei ministri delle Finanze, la settimana scorsa, che si sono accordati su una tassazione dei giganti del web che introduce un nuovo principio: le tasse non si pagano soltanto dove ci sono gli headquarter di questi colossi, ma anche nei paesi in cui le multinazionali registrano le loro entrate. “Questa decisione – dice Di Lorenzo – è di grande importanza e dimostra ancora una volta che quando si è uniti e con un obiettivo chiaro si possono raggiungere risultati concreti: ma come spesso accade con le cose europee, la notizia non ha avuto grande risalto, tutto quel che di buono e di efficace i paesi uniti riescono a fare viene spesso trascurato”. La discussione sulle tassazione dei colossi del web ha anche avuto un ruolo importante in uno degli argomenti che più appassionano i commentatori: il cuore franco-tedesco. I tedeschi erano contrari, i francesi erano a favore, e stanno avendo la meglio. E’ la sintesi del cambio di battito all’interno di questo cuore? “L’Europa ha un grande deficit in termini di carisma – dice Di Lorenzo – e questo è un dato di fatto. Di certo Angela Merkel ha esercitato una leadership solida, ma ora è nell’ultima fase della sua carriera e il suo posto è stato preso da Emmanuel Macron, che è un’altra figura molto carismatica, e il passaggio è quasi fisiologico, chi va e chi arriva”. Di Lorenzo non dà molto seguito alle chiacchiere sempre animate sulla crisi franco-tedesca, ma dice che “i tedeschi si sono accorti che il presidente francese è molto più concreto rispetto ai loro politici. E non sono infastiditi, riconoscono che il suo decisionismo è più efficace”. La Germania è da troppo tempo sulla difensiva, e questo è un problema ricorrente in Europa, “un progetto unico al mondo che non riesce a mostrare il proprio eccezionalismo, anzi a volte accade addirittura il contrario – dice Di Lorenzo – I sovranisti si sono accaparrati, tra le tante cose, anche il concetto di ‘autenticità’. Il messaggio autentico è il loro. Prendiamo Donald Trump: sappiamo che dice tante bugie, i giornali americani compilano elenchi molto accurati sulle sue menzogne, eppure quello autentico sembra sempre lui. E’ una perversione incredibile, non trova?”. Altroché, in Italia siamo sopraffatti da questa perversione, ma il direttore della Zeit è preoccupato dal senso di alienazione che si sente in Europa, anche da parte degli europeisti. E che un’inversione avvenga dalla Germania è piuttosto improbabile. “Credo che la Merkel stia già pensando al dopo, pure con un certo sollievo – dice Di Lorenzo – I risultati elettorali deludenti dei cristianodemocratici non vengono più attribuiti a lei, semmai alla sua delfina, Annagret Kramp-Karrenmabuer”. L’attuale leader della Cdu sta attraversando un periodo complicato, e la luna di miele iniziata dopo la sua nomina è già finita. “La Cdu non l’ha eletta con grandissimo entusiasmo – ricorda Di Lorenzo, che era presente al congresso del partito ad Hannover, nel dicembre dello scorso anno – Anzi, diciamo che il suo principale rivale, Friedrich Merz, si giocò proprio male la sua chance davanti ai mille delegati: sbagliò completamente il suo discorso, nei toni e nel contenuto. Nonostante questo, la Kramp-Karrenbauer prese 517 voti contro i 482 di Mertz, uno scarto molto piccolo che riassume lo scetticismo nei suoi confronti. Però sono convinto che la ragione della sua debolezza non sia soltanto dovuta al ‘partito contro’: la Kramp-Karrenbauer ha molta competenza, certo, ma le manca l’esperienza e soprattutto le manca il carisma”, siamo sempre lì. Il riscatto europeo della concretezza non è dato senza una leadership forte (ma Di Lorenzo non vuole avventurarsi nel totonomine dell’Unione europea che domina le cronache brussellesi delle ultime settimane: “Con tutti gli errori che noi giornalisti abbiamo fatto in passato, le previsioni sono bandite”, dice con un sorriso).

 

La sua preoccupazione più grande è che agli europeisti manca soprattutto la capacità di tradurre i propri valori in fatti

Per Di Lorenzo la storia più edificante d’Europa è quella dei Verdi: “In Germania più di un sondaggio li dà come primo partito”

Verso la fine della nostra conversazione – che si è interrotta più volte, lo Zeit-Universum è totalizzante ed esigente: la pausa più divertente è stata quando Di Lorenzo, con la sua compostezza gentile, ha detto: “Mi perdoni, devo richiamarla, ma stiamo intervistando Madonna” – il direttore della Zeit sente di essere stato un pochino pessimisita, e con uno squillante “l’Europa sta recuperando!” racconta la storia europea più edificante: è quella di colore verde. “In Germania i Verdi sono andati bene alle europee, e già avevano registrato buoni risultati a elezioni precedenti – dice – Ma in questi giorni le notizie per loro sono ancora più motivanti: più di un sondaggio li dà come primo partito tedesco, davanti ai cristianodemocratici e ai socialdemocratici, e con questi ultimi è naturalmente più facile”. In un anno e mezzo i Grünen hanno triplicato i loro consensi, “hanno preso i voti della cosiddetta middle class, che si è definitivamente allontanata dall’Spd, ma anche il 33 per cento del voto giovanile e moltissimi consensi da chi nelle passate elezioni non era andato a votare”. I Verdi tedeschi – che hanno trainato un’onda verde che si è realizzata anche in altre parti dell’Europa, in Francia soprattutto – sono diventati un antidoto all’indifferenza e un motore per il cambiamento. Come hanno fatto? “Quando nelle trattative per formare la coalizione di governo dopo le elezioni del 2017 è sfumata la cosiddetta ipotesi Giamaica, i cristianodemocratici alleati con i liberali e con i Verdi, i Grünen si sono dati una nuova leadership e soprattutto un nuovo metodo: sono finiti i litigi interni, che avevano condizionato tantissimo la tenuta del partito dopo i fasti di un paio di decenni fa. Poi, per quanto possa sembrare paradossale, sono un partito votato all’ottimismo, e sì che trattano il più catastrofico dei temi, quello del riscaldamento globale e della fine della Terra”. Mentre i cristianodemocratici si leccano le ferite, tengono a bada i cugini bavaresi cristianosociali e cercano di far eleggere il tedesco Manfred Weber alla guida della commissione europea; mentre i socialdemocratici non riescono a trovare un leader e pensano di ricorrere a un triumvirato – “ma il problema per la sinistra oggi è cosa vuole essere, sono le idee oltre che i leader”, dice Di Lorenzo; mentre la destra dell’Afd realizza che non sono una forza di sfondamento nazionale e cerca carburante nelle prossime elezioni regionali dell’est della Germania, “i Grünen sono diventati il partito del buonumore”, merce rara e preziosa. La questione ambientale è diventata una nuova risorsa di energia politica e il direttore della Zeit dice che sottovalutarla o liquidarla come un’infatuazione momentanea da piazze del Friday For Future ispirate dalla giovane Greta sarebbe un grave errore. “A livello di dibattito e di posizionamenti, l’ambientalismo rischia di diventare una nuova linea di divisione e di battaglia culturale. Una volta c’era la questione dell’euro, della austerità e dei salvataggi: l’Afd nasceva come una costola austera della Cdu. Poi c’è stata la crisi dell’immigrazione, e i rifugiati sono diventati l’elemento di divisione politica. Ora che l’immigrazione non è più un problema molto sentito, il fronte potrebbe diventare quello ambientalista: l’Afd nega che il riscaldamento globale sia un problema esistenziale, e questo ci fa intuire come questo partito abbia deciso di gestire la questione. L’ambientalismo rischia di diventare un scontro tra più poveri e più ricchi, un altro capitolo della più grande battaglia sulla globalizzazione”. In Germania il processo di sostituzione dei Verdi sulla sinistra è già avviato, ma la questione ambientale è di quelle che ridisegnano alleanze e posizionamenti, oltre la destra e oltre la sinistra: “Non è un caso che in Francia i Verdi abbiano avviato un dialogo con i macronisti – dice Di Lorenzo – Macron è il più verde dei politici europei”.

 

Il buonumore è tornato, assieme a qualche idea che sa di concretezza, di autenticità e di carisma. “C’è molta attenzione e richiesta nei confronti dell’Europa – dice Di Lorenzo rassicurante – I nostri lettori chiedono di continuo approfondimenti e spiegazioni sia sui temi europei sia su quelli legati all’ambiente. C’è soltanto una contraddizione ancora da risolvere: c’è grande richiesta di Europa ma se metti ‘Europa’ in copertina è un disastro. Vale anche con ‘ambiente’, devo dire”. Che si fa? Di Lorenzo non lo dice, deve tornare al suo universo, ma forse questa contraddizione ha a che fare con il fatto che le storie belle sono sempre le più difficili da raccontare. Allora, aspettando il prossimo numero della Zeit con quei termini disastrosi in prima pagina – lo compreremo di corsa, promesso – intanto è meglio vivercela, questa Europa.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi