Parlando con Di Lorenzo, “democrazia” “popolo” “confronto” smettono di essere termini astratti: diventano vivi e vivaci e formano uno spazio in cui l’indottrinamento non ha né peso né senso. Avete presente un servizio pubblico? Ecco la Zeit, che naturalmente non è pubblica, è quanto di più simile a un servizio pubblico si possa immaginare, ancora più virtuosa se si pensa a quanto i veri servizi pubblici abbiano del tutto abdicato alla loro missione (in Italia certamente). “E’ difficile e spesso faticoso avere continuamente a che fare con proposte e spunti che non sono uguali ai tuoi – dice Di Lorenzo – ma è importante ridare al pubblico un luogo di dibattito in cui possa cercare e trovare idee senza manipolazioni”: questa incrollabile fiducia nei lettori e nell’opinione pubblica è uno dei tratti più affascinanti della filosofia di Di Lorenzo, che combatte, ogni giovedì (ma in realtà ogni giorno: il sito della Zeit, che ha più di vent’anni di storia, è studiato e copiato in tutto il mondo), una doppia crisi: quella del business dell’editoria e quella, più profonda e dolorosa, della credibilità. Per la prima parlano i numeri e quella enorme comunità che si ritrova nel mondo della Zeit, uno specchio che riflette le insofferenze e le preoccupazioni dei lettori e restituisce idee per progettare una visione comune. In un discorso di un paio di anni fa, Di Lorenzo disse che, in questa stagione di molte informazioni senza filtri, di fake news e trollaggi, bisogna rispondere a domande elementari, “che cosa sta accadendo?”, e non lasciarsi tentare da ricostruzioni parziali o peggio ideologizzate. La gente non è scema, diceva Di Lorenzo, se a partigianeria rispondi con altra partigianeria di segno opposto, hai perso l’occasione per riconquistare credibilità, e non è detto che si ripresenti una seconda chance. Nella nostra conversazione, l’“approccio Zeit” emerge di continuo: Di Lorenzo fa una fotografia accurata della politica tedesca ed europea, alternando luci e ombre e mostrando così sfumature che, nel dualismo noi-loro, uno contro l’altro, sfuggono di continuo. La sua preoccupazione maggiore è la concretezza: dice che agli europeisti manca soprattutto questo, la capacità di tradurre il proprio spirito e i propri valori in un approccio pratico e concreto alla quotidianità. “Le elezioni europee in Germania sono state di una superficialità disarmante – dice – lo slogan della sinistra socialdemocratica, l’Spd, era: ‘L’Europa è la risposta’. Anche i cristianodemocratici, la Cdu, avevano formule fumose sul benessere, quando è evidente che una delle preoccupazioni più grandi dei tedeschi e non solo è proprio quella di perdere il proprio benessere. Soltanto con la concretezza si può costruire un consenso stabile al progetto europeo, altrimenti siamo sempre in balìa di quel che accade, senza riuscire a orientare nulla”. Come altri intellettuali europei – da ultimo
Giuliano da Empoli che sul Foglio ha lanciato il manifesto dell’Euroguerriglia contro il monopolio comunicativo del sovranismo – Di Lorenzo pensa che siano più i nemici dell’Europa a parlare di Europa rispetto agli europeisti, e questo si è visto benissimo in Germania, dove c’è una gran voglia di Europa ma non nella sua forma collaudata eppure remota che è stata offerta dai principali partiti del paese. “La cosa più concreta che da ultimo l’Europa è riuscita a fare è stata la ferma risposta alla Brexit: lì si è visto che forza può avere un progetto europeo unitario”. Un’altra dimostrazione di concretezza, secondo Di Lorenzo, è arrivata dal G20 dei ministri delle Finanze, la settimana scorsa, che si sono accordati su una tassazione dei giganti del web che introduce un nuovo principio: le tasse non si pagano soltanto dove ci sono gli headquarter di questi colossi, ma anche nei paesi in cui le multinazionali registrano le loro entrate. “Questa decisione – dice Di Lorenzo – è di grande importanza e dimostra ancora una volta che quando si è uniti e con un obiettivo chiaro si possono raggiungere risultati concreti: ma come spesso accade con le cose europee, la notizia non ha avuto grande risalto, tutto quel che di buono e di efficace i paesi uniti riescono a fare viene spesso trascurato”. La discussione sulle tassazione dei colossi del web ha anche avuto un ruolo importante in uno degli argomenti che più appassionano i commentatori: il cuore franco-tedesco. I tedeschi erano contrari, i francesi erano a favore, e stanno avendo la meglio. E’ la sintesi del cambio di battito all’interno di questo cuore? “L’Europa ha un grande deficit in termini di carisma – dice Di Lorenzo – e questo è un dato di fatto. Di certo Angela Merkel ha esercitato una leadership solida, ma ora è nell’ultima fase della sua carriera e il suo posto è stato preso da Emmanuel Macron, che è un’altra figura molto carismatica, e il passaggio è quasi fisiologico, chi va e chi arriva”. Di Lorenzo non dà molto seguito alle chiacchiere sempre animate sulla crisi franco-tedesca, ma dice che “i tedeschi si sono accorti che il presidente francese è molto più concreto rispetto ai loro politici. E non sono infastiditi, riconoscono che il suo decisionismo è più efficace”. La Germania è da troppo tempo sulla difensiva, e questo è un problema ricorrente in Europa, “un progetto unico al mondo che non riesce a mostrare il proprio eccezionalismo, anzi a volte accade addirittura il contrario – dice Di Lorenzo – I sovranisti si sono accaparrati, tra le tante cose, anche il concetto di ‘autenticità’. Il messaggio autentico è il loro. Prendiamo Donald Trump: sappiamo che dice tante bugie, i giornali americani compilano elenchi molto accurati sulle sue menzogne, eppure quello autentico sembra sempre lui. E’ una perversione incredibile, non trova?”. Altroché, in Italia siamo sopraffatti da questa perversione, ma il direttore della Zeit è preoccupato dal senso di alienazione che si sente in Europa, anche da parte degli europeisti. E che un’inversione avvenga dalla Germania è piuttosto improbabile. “Credo che la Merkel stia già pensando al dopo, pure con un certo sollievo – dice Di Lorenzo – I risultati elettorali deludenti dei cristianodemocratici non vengono più attribuiti a lei, semmai alla sua delfina, Annagret Kramp-Karrenmabuer”. L’attuale leader della Cdu sta attraversando un periodo complicato, e la luna di miele iniziata dopo la sua nomina è già finita. “La Cdu non l’ha eletta con grandissimo entusiasmo – ricorda Di Lorenzo, che era presente al congresso del partito ad Hannover, nel dicembre dello scorso anno – Anzi, diciamo che il suo principale rivale, Friedrich Merz, si giocò proprio male la sua chance davanti ai mille delegati: sbagliò completamente il suo discorso, nei toni e nel contenuto. Nonostante questo, la Kramp-Karrenbauer prese 517 voti contro i 482 di Mertz, uno scarto molto piccolo che riassume lo scetticismo nei suoi confronti. Però sono convinto che la ragione della sua debolezza non sia soltanto dovuta al ‘partito contro’: la Kramp-Karrenbauer ha molta competenza, certo, ma le manca l’esperienza e soprattutto le manca il carisma”, siamo sempre lì. Il riscatto europeo della concretezza non è dato senza una leadership forte (ma Di Lorenzo non vuole avventurarsi nel totonomine dell’Unione europea che domina le cronache brussellesi delle ultime settimane: “Con tutti gli errori che noi giornalisti abbiamo fatto in passato, le previsioni sono bandite”, dice con un sorriso).