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Facciamo Euroguerriglia!

I sovranisti sono il nuovo establishment, gli europeisti sono i ribelli. Basta difendersi, è ora di attaccare. Qualche idea per politici, scrittori, registi (ci si diverte pure, incredibile)

11 Giugno 2019 alle 06:04

Facciamo Euroguerriglia!

Una manifestazione europeista a Londra contro la Brexit davanti a Westminster (foto LaPresse)

L’apocalisse era una fake news. Matteo Salvini e Viktor Orbán non prenderanno il controllo dell’Unione europea dopo le elezioni del 26 maggio. Al contrario, i nazional-populisti resteranno ancora una volta ai margini delle istituzioni comunitarie. Se si esce dal terreno istituzionale per entrare in quello delle idee, però, bisogna ammettere che sono loro a dare il tono e a fissare l’agenda della conversazione. Perfino gli avversari più accesi, oggi, hanno integrato i loro argomenti e li impiegano, più o meno consapevolmente, nei loro discorsi: li rincorrono, fosse anche solo per distinguersene.

 

Sul piano della cultura, i nazional-populisti sono diventati il nuovo establishment. Il che significa che i pro europei devono diventare i nuovi ribelli. Una posizione scomoda, certo, alla quale non siamo abituati. Della quale però conviene prendere atto e trarre le conseguenze.

 

Nulla sarebbe più ridicolo che mantenere la postura soddisfatta del notabile, quando il vecchio mondo dei maggiordomi e dei pranzi in quattro portate è stato spazzato via da uno tsunami di masterchef e di video virali. Come diceva Clausewitz: “Ci sono situazioni nelle quali la più grande prudenza coincide solo con la più grande arditezza”. 

 

Ecco perché gli europeisti devono prendere esempio dal cuoco andaluso Dani Garcia che, appena ricevuta la terza stella Michelin, ha annunciato l’intenzione di chiudere il suo ristorante di Marbella per aprire un bar di tapas. Per loro è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle le mense imbandite, di perdere qualche chilo e di imboccare le mulattiere con gli zaini in spalla.

 

In altre parole, è arrivato il momento dell’Euroguerriglia.

 

Dato che hanno più l’abitudine dei boutique hotel che dei fuochi di campo però, prima di mettersi in marcia non è forse inutile ripercorrere i princìpi fondamentali della guerriglia, così come sono stati illustrati da alcuni dei più grandi rivoluzionari del XX secolo.

 

Il primo ingrediente della guerriglia è la sorpresa. “In linea generale – scrive Mao – le operazioni dell’Armata rossa assumono la forma di colpi imprevisti”.

 

Nella pratica questo significa che gli europeisti non hanno più bisogno di essere noiosi. Certo, lo sappiamo, la noia ha fatto molto per l’Europa. Sotto la sua copertura, un piccolo esercito di uomini vestiti di grigio e di marrone ha costruito una formidabile trama di interessi e di regole comuni, mascherando una delle epopee politiche più esaltanti della storia – la costruzione di un unico spazio di pace e di scambio che va da Lisbona a Tallin – dietro a una serie interminabile di direttive sui fermenti lattici e sulla pesca sportiva.

 

Tutto questo oggi ci serve ancora (guai a cedere all’ingiusta retorica contro gli eurocrati!), ma non basta più. Le direttive sulla pesca sportiva ci vorranno sempre, ma questo è soprattutto il momento delle idee, dei simboli e delle storie.

 

Gli unici che parlano in modo appassionante dell’Europa, oggi, sono i suoi nemici.

 

I Viktor Orbán che sostengono di incarnare i veri valori dell’Europa contro la decadenza dei degenerati liberali dell’ovest. Gli Steve Bannon che sognano di formare dei nuovi gladiatori del popolo nei monasteri del Milleduecento. I Philippe de Villiers che ricostruiscono la storia dell’Unione come una spy story orchestrata dalla Cia. Se vogliamo essere in grado di contrastare la loro visione dobbiamo iniziare a costruire un racconto che sia avvincente almeno quanto il loro.

 

Al di là delle fake news, la forza dei movimenti nazional-populisti è stata di ricordare che la politica non è fatta solo di numeri e di interessi. Saremo anche entrati in un mondo nuovo, ma certi fondamentali restano gli stessi. In politica non basta essere i primi della classe per vincere, bisogna saper indicare una strada e, soprattutto, risvegliare le passioni.

 

I progressisti sono passati in una generazione da “prendete i vostri sogni per la realtà” a “prendete la realtà per il vostro sogno”. Nel corso del suo mandato, Barack Obama ha compiuto la transizione da “Yes we can”, lo slogan degli inizi, a “Don’t do stupid stuff” – non fare stupidaggini – la sua regola di condotta alla Casa Bianca.

 

Le forze moderate, progressiste e liberali continueranno a perdere finché non torneranno a proporre una visione motivante del futuro, in grado di dare una risposta convincente a quella che Dominique Reynié ha definito la “crisi patrimoniale”, il timore diffuso di perdere al tempo stesso il proprio patrimonio materiale e il proprio patrimonio immateriale, in termini di cultura e di stile di vita.

 

Oggi, la capacità di leadership e la visione politica restano determinanti. Non può esistere un progetto politico vincente che non porti con sé il desiderio contagioso di trasformare la realtà.

 

La guerriglia, scrive Lawrence d’Arabia nelle sue memorie, dev’essere “un’influenza, un’idea, una cosa intangibile, invulnerabile, senza diritto né rovescio, che si espande nell’aria come un gas”. “Il corollario di questa regola, scrive ancora il leader della rivolta araba, era un’intelligence perfetta, in modo da “poter pianificare le nostre mosse con certezza. Solo quando sapevamo tutto del nemico potevamo davvero sentirci a nostro agio”.

 

La seconda regola della guerriglia è l’intelligence: studiare l’avversario, decifrarne i movimenti per fare in modo che il fronte si trovi, come diceva il comandante vietnamita Giap, “dovunque si trovi il nemico”.

 

Nel nostro caso si tratta di prendere sul serio le idee e le strategie dei nazional-populisti, anziché ostinarsi a bollarle come il frutto di una nuova “età dell’irragionevolezza”, come fa, sin dal titolo del suo ultimo libro, George Osborne, l’ex ministro dell’Economia di David Cameron. La marea nazional-populista si nutre di due ingredienti che non hanno nulla di irragionevole: la rabbia delle classi popolari fondata su cause economiche e sociali reali, da una parte; e dall’altra una poderosa macchina comunicativa, concepita all’origine per fini commerciali, e divenuta lo strumento privilegiato di tutti quelli che vogliono moltiplicare il caos.

 

Capire come i nuovi leader antieuropei combinano la rabbia e gli algoritmi per far scivolare l’opinione pubblica nel loro campo è una priorità assoluta per chi vuole combatterli. Lo studio dell’avversario non deve però condurre ad una postura difensiva, puramente reattiva. Al contrario, tutti gli strateghi della guerriglia concordano sul fatto che solo l’offensiva conduce alla vittoria.

 

Riprendere l’iniziativa, nel caso dell’Euroguerriglia, significa non limitarsi a perseguire scopi difensivi. Anche perché, come Sartre diceva a proposito della cultura, l’Europa non si difende, la si fa.

 

A proposito di cultura: in passato l’Europa ne ha fatto a meno, partendo dal presupposto che non potesse trattarsi che di un fattore di conflitto e di divisione. Lo 0,001 per cento del bilancio che l’Unione riserva tuttora a questo settore ne è la testimonianza, così come il fatto che questo portafoglio sia stato affidato, nella Commissione uscente, al braccio destro di Orbán, Tibor Navracsics.

 

Ne “La capitale”, il romanzo che Robert Menasse ha dedicato al microcosmo degli eurocrati, l’ambiziosa protagonista greca si dispera quando viene assegnata alla direzione responsabile della Cultura. “La Cultura è un dipartimento insulso, si lamenta Fenia, senza budget, senza alcun peso in Commissione (…). Se durante una riunione il commissario per il Commercio o per l’Energia, o addirittura la commissaria per la Pesca si allontana per andare in bagno, si interrompe la discussione e si aspetta. Se a dover uscire, invece, è la commissaria per la Cultura, si continua a trattare e nessuno si accorge se quella è ancora seduta al tavolo dei negoziati o sul WC”.

 

Il risultato di questa situazione l’abbiamo sotto gli occhi. Una macchina poderosa ma senz’anima che s’inceppa a ogni imprevisto come il solito elefante dei cartoni animati messo in fuga dal topolino – che si tratti della Grecia o della crisi dei rifugiati. Laddove a colpire non è tanto – o non solo – l’ignavia dei governanti, quanto l’indifferenza dei popoli. A questa Europa non vuole bene proprio nessuno. Neppure la generazione cresciuta a colpi di Interrail e di Easyjet, dalla quale pure sarebbe stato legittimo aspettarsi una punta di gratitudine in più.

 

Per questo l’Euroguerriglia non può accontentarsi dell’articolo minimalista del Trattato di Lisbona che ha iscritto per la prima volta (dopo mezzo secolo!) la cultura tra le competenze dell’Unione. Non si tratta solo di salvaguardare “la diversità delle culture”, bensì di promuovere lo sviluppo di una cultura comune. E perché questo accada, il solito ciclo di convegni non basterà.

 

Perché non puntare ad esempio su un progetto di ricerca che, così come quello sul genoma che ha mobilitato scienziati di tutto il mondo, miri a produrre entro cinque anni strumenti portatili, sotto forma di un auricolare senza fili, di traduzione diretta e verbale che permetta a due locutori di lingue diverse di parlare ciascuno, e di sentire l’altro, nella propria lingua, in modo naturale? La Commissione, scrive Jean-Noël Tronc, ha proposto di destinare 5,5 miliardi di euro all’anno a un “fondo di capacità” in materia di difesa comune, destiniamo 500 milioni di euro a un progetto Babele il cui effetto politico sarebbe determinante per l’avventura europea, e i guadagni di produttività considerevoli in tutti i settori di attività dell’Unione.

 

Oggi la cultura non è più (solo) un affare di biblioteche e di musei: è il cuore stesso della vita economica, sociale e politica delle nostre società. Purché sia chiaro che, quando si parla di cultura, si parla soprattutto di cultura digitale. In questo campo, l’Unione ha le idee, le risorse e (forse) la volontà per inventare un modello che metta al centro gli utenti e gli autori, anziché gli stati o i nuovi monopolisti del web (perfino l’Economist è stato costretto a riconoscerlo in una storia di copertina…).

 

Questa ambizione deve tradursi in un quadro legislativo adeguato se vogliamo impedire che il capitalismo della sorveglianza intrappoli le nostre democrazie – e le nostre vite – in una gabbia impenetrabile di algoritmi che ci inchiodano ai clic passati chiudendoci in recinti sempre più piccoli.

 

Al di là delle regole, il miglior antidoto all’impero dell’algoritmo rimane una cultura capace di superare la frammentazione di una vita sempre più dispersa in mille schegge per parlarci di cosa significhi essere vivi qui e oggi. Di quanta magia la nostra esistenza possa ancora contenere nonostante le raccomandazioni di Alexa e le capsule di Arpeggio. I miti non dicono sempre la verità, ma intensificano la vita. Reincantano il mondo e lo rendono nuovamente degno di essere conquistato. Un luogo di avventure, non solo di lampadine a basso consumo.

 

Ecco perché l’Euroguerriglia non è un lavoro solo per i politici, ma anche per gli scrittori, per i registi, per i creatori di videogiochi. Quando hanno chiesto a Adam Price, il creatore di “Borgen”, cosa l’avesse spinto a scrivere una serie tv sulla politica danese, quello ha risposto che voleva rendere umano e appassionante un processo misterioso e noiosissimo. E’ ciò di cui avrebbe bisogno l’Europa per prendere in contropiede i nazional-populisti: qualche serie tv fatta bene in più e qualche convegno sul multilateralismo in meno.

 

Dappertutto ci sono movimenti, gruppi, singoli individui che reinventano lo spirito europeo in quest’ottica. A Zurigo, un gruppo di ragazzi pro europei ha montato un movimento battezzato Operation Libero, perché a calcio il libero è al tempo stesso quello che presidia l’ultima linea di difesa e quello che prende l’iniziativa del contrattacco. Da lì sono partite le campagne martellanti, on e offline, che all’inizio del 2019 hanno portato a sconfiggere per la prima volta in un referendum sull’immigrazione il partito nazional-populista Svp.

 

Più o meno nello stesso periodo, al Parlamento europeo, un fronte eterogeneo composto di politici, ricercatori, manager pubblici e artisti ha avuto ragione di una violentissima campagna di lobbying di Google & Co., ribaltando un voto dell’assemblea e portando all’adozione di una direttiva sulla tutela del diritto d’autore in rete che segna una svolta.

 

Al Bozar di Bruxelles, nel frattempo, gli architetti del collettivo Traumnovelle mettevano in mostra le loro idee per trasformare l’impersonale quartiere europeo della capitale, uno degli indizi più evidenti del vuoto culturale dell’Unione, in un vero luogo di incontro e di scambio.

 

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi e sono distribuiti sull’insieme del continente.

 

Si tratta ora per l’Euroguerriglia, dovunque essa si trovi, di collegare tra loro queste esperienze e queste persone, senza farsi illusioni sull’impatto immediato della propria azione, ma operando un taglio netto con la postura, tipica degli europeisti contemporanei, del cervo paralizzato di fronte ai fari di un’automobile in corsa. Nulla è peggio di non affrontare a testa alta un pericolo inevitabile.

 

“La guerra prolungata sul piano strategico e l’impetuosità nelle manovre di carattere operativo e tattico sono due aspetti di un’unica cosa, due princìpi paralleli, equivalenti nella pratica della guerra civile”, dice ancora Mao. L’Euroguerriglia saprà iscriversi nella durata, pur coltivando la rapidità e la sorpresa nella sua azione quotidiana, se non sarà unita né da un’ideologia, né da una fede, bensì da una cosa assai più solida: lo spirito ludico.

 

In fondo, le avanguardie sono sempre state un pretesto per divertirsi. Anche quando hanno un orizzonte ulteriore, il primo scopo della comunità è la comunità stessa, un’evidenza troppo spesso dimenticata dagli organizzatori di convegni negli alberghi a quattro stelle.

  

A ricordarcelo, oggi, sono i ritrovi dei nostri avversari, i trumpisti, i gilets jaunes, i grillini. La propaganda di questi movimenti, le loro campagne e i loro raduni si nutrono certo di emozioni negative, ma possiedono anche un lato liberatorio, troppo spesso ignorato da quelli che mettono l’accento solo sulla parte oscura del nazional-populismo.

  

Oggi non può esistere un movimento politico che sia privo di una componente ludica. “Non abbiamo in comune che il gusto del gioco – diceva Debord dei situazionisti – ma ci porterà lontano”. In un mondo nel quale i selfie azzardati fanno più vittime del terrorismo, l’Euroguerriglia sarà trasgressiva e concentrata sull’esperienza dei suoi partecipanti o non sarà.

Giuliano da Empoli è in libreria con il suo ultimo saggio, “Gli ingegneri del caos”, edito da Marsilio

Giuliano Da Empoli

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