Così il lavoro dell'Italia sull'app contro il virus si impantana nella burocrazia

Eugenio Cau

Avevamo un vantaggio, adesso è sfumato. Due ragioni principali che hanno bloccato il progetto: una di carattere tecnico, giustificabile, e una di carattere politico, che sarebbe stato meglio evitare

Milano. Nella realizzazione di una app per il tracciamento dei contagi da coronavirus, l’Italia ha avuto l’opportunità di essere la prima, almeno in Europa. Siamo stati il primo paese d’occidente colpito dalla pandemia, il primo a cercare di trovare risposte a questa crisi, e il primo a sviluppare un dibattito maturo attorno alle possibilità e ai rischi di usare la tecnologia per tracciare e controllare l’espandersi del contagio. Questo dibattito, per una volta, si era tradotto in azione: poco meno di un mese fa gli sviluppatori di uno dei progetti di app di “contact tracing” che secondo le indiscrezioni è quello prescelto dal ministero dell’Innovazione dicevano al Foglio che il sistema era praticamente pronto all’uso, e anche dalla retorica della ministra Pisano tutto faceva pensare a un lancio imminente. E’ passato un mese e il nostro vantaggio è evaporato. Alcuni governi europei, come per esempio l’Olanda, dicono che avranno pronta una app entro la fine del mese, mentre la app italiana ancora non ha nemmeno una data di lancio. Cos’è successo? Ci sono due ragioni principali che hanno impantanato il progetto: una di carattere tecnico, giustificabile, e una di carattere politico-burocratico, che sarebbe stato meglio evitare.

 

Le ragioni tecniche: nonostante l’entusiasmo degli sviluppatori, fare una app di tracciamento che coinvolga l’intero sistema sanitario nazionale non è semplice. O meglio: realizzarla è semplice, ma fare in modo che scambi i dati giusti con il sistema sanitario (per esempio: chi deve essere considerato positivo?) è complicato. E poi la app va testata e resa compatibile per tutti, e anche questo richiede tempo.

 

Ma tutti questi passaggi tecnici avrebbero potuto essere risolti più velocemente se non ci si fossero messi di mezzo politica e burocrazia: tra il moltiplicarsi delle task force e la scarsa chiarezza sui ruoli istituzionali, il processo decisionale attorno alla app contro il virus si è incartato. A fine marzo la ministra Pisano ha convocato una task force pletorica di ben 74 membri per valutare i progetti tecnologici, nella quale, accanto a esperti indipendenti e validi, erano stati collocati alleati politici che scalpitavano per un ruolo. Se i primi hanno lavorato intensamente per vagliare i progetti, alcuni sottogruppi più politici, a quanto risulta al Foglio, non hanno prodotto praticamente niente in settimane di lavoro. Quando ormai sembrava che si fosse vicini a un risultato, e che la ministra avesse preso una decisione obliterando una parte delle raccomandazioni della sua stessa task force, si è aggiunta una task force ulteriore, quella più compatta e destinata a gestire la riapertura guidata da Vittorio Colao, che ha cambiato tutti i giochi: non soltanto Colao ha voluto far parte del processo decisionale, ma ha anche idee tutte sue su come dovrebbe funzionare la app.

 

E qui viene la parte controversa: se a marzo gli sviluppatori erano orientati verso l’utilizzo della tecnologia Gps per tracciare i contagiati, nelle ultime settimane tutti avevano abbandonato il Gps in favore della tecnologia Bluetooth, più rispettosa nei confronti della privacy e raccomandata dall’Unione europea. Poi è arrivato Colao e negli ultimi giorni tutto è cambiato di nuovo: il Gps è tornato in campo, almeno in via ipotetica, le tecnologie sviluppate finora potrebbero dover essere da aggiornare per una seconda volta (e con gran preoccupazione per i diritti umani, perché Gps significa sorveglianza).

   

C’è anche una terza ragione per cui la app si è impantanata, ed è la paura nei confronti delle aspettative. Per settimane i media, sospinti dalla retorica ministeriale, hanno presentato la app come lo strumento quasi sovrannaturale che ci avrebbe salvato dal contagio o come il nostro passaporto per uscire di casa. Ma queste aspettative sono destinate a essere deluse, come sanno anche i tecnici del ministero dell’Innovazione: una app di contact tracing non può funzionare senza un tasso di adozione praticamente irraggiungibile, senza un sistema di tamponi capillare (che attualmente non c’è) e senza squadre di tecnici che facciano tracciamento manuale (che attualmente non ci sono). Diffondere una app per condannarla all’insuccesso rischia di essere più dannoso che non diffonderla.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.