I limiti, giuridici e no, di un'app che serve solo se c'è una strategia complessiva

David Allegranti

Uno strumento che da solo non serve. E poi bisogna evitare la stigmatizzazione sociale e tutelare il diritto alla riservatezza. Parlano Emilio Santoro e Stefano Zanero

Roma. Da giorni una parte del dibattito pubblico è spostata sulla app per il contact tracing alla quale sta lavorando un task force di esperti su indicazione del governo. Il Comitato europeo per la protezione dei dati ha spiegato martedì 14 aprile che la “promulgazione di leggi nazionali, che promuovano l’uso volontario della app senza conseguenze negative per gli individui che non la utilizzano, potrebbe essere una base legale per l’uso delle app”. Tali interventi legislativi non dovrebbero essere intesi come un “mezzo per spingere all’adozione obbligatoria” e i cittadini “dovrebbero essere liberi di installare o disinstallare la app”.

  

Dal punto di vista tecnico vedremo che cosa produrrà il lavoro della task force. Intanto c’è tutta una serie di questioni giuridiche da analizzare. “Il Comitato europeo per la protezione dei dati dice che la legge deve evitare la stigmatizzazione sociale e ha sottolineato l’assoluto diritto alla riservatezza anche per chi è infetto”, dice al Foglio il filosofo del diritto Emilio Santoro. “E’ un principio giuridico sacrosanto che abbiamo salvaguardato già ai tempi dello scoppio del contagio dell’Aids, quando c’erano genitori che volevano sapere se i compagni di banco dei loro figli erano infettati o no. In quel caso naturalmente era più facile controllare il contagio, viste le diverse modalità di trasmissione dell’HIV, ma l’esigenza di evitare lo stigma sociale è la stessa”. Anche perché, osserva Santoro, stigma e repressione sono molto controproducenti visto che il sistema si basa sulla volontarietà dei partecipanti, che devono essere “consapevoli di quali siano i problemi, adottando un approccio collaborativo e non perché costretti dalla legge o dalla pressione sociale”. Basandosi dunque sulla volontarietà delle persone, osserva Santoro, c’è un’altra questione: “Questa app funziona solo se la usa un certo numero di persone. Alcuni esperti dicono il 60 per cento, altri l’80. Bene, qui allora si pone un problema di equità: se la app serve ad avvertirti di un pericolo, e cioè che potresti essere stato contagiato durante l’incontro con una persona positiva, devo essere messo in condizione di poterlo fare e di poter aderire a questo programma. Ma se non ho i soldi per comprarmi uno smartphone, anche a basso costo, non lo posso fare. Lo Stato a quel punto dovrebbe preoccuparsi di procurarli per chi decida di partecipare al programma ma non può farlo. Altrimenti si creerebbe una disparità sociale”. Santoro, uno dei primi a ravvisare il rischio del “contagio della Costituzione” in un’intervista al Foglio di venti giorni fa, è poi scettico su certe derive alle quali stiamo assistendo. “In questo momento usiamo gli elicotteri per vedere chi cammina sulle spiagge ma non per salvare chi muore in mare. Lo trovo assurdo”, dice Santoro. “Oltretutto, già c’è stato un trattamento sanitario obbligatorio senza passare dal giudice per chi è positivo al virus, ai quali si dice che non possono uscire di casa, adesso figuriamoci cosa potrebbe succedere con una app se non ci fossero i giusti limiti imposti dalla legge”.

 

C’è poi un altro punto, avverte il professor Stefano Zanero, informatico e docente al Politecnico di Milano: è sbagliato pensare che la app sia “salvifica”. “La app, che non serve chiaramente nel pieno dell’epidemia, dalla quale stiamo cercando di uscire, fa parte di una triade che è trace, test e treat con cui si prevengono le epidemie”, dice al Foglio Zanero, che da settimane spiega su Twitter perché una app senza una strategia complessiva serve a poco. La app serve appunto per evitare una seconda ondata di contagi. “Non è una cosa che stiamo imparando adesso; il procedimento è anzi molto tradizionale. Per evitare il contagio, dobbiamo trovare le persone malate. Quando ne trovi una, procedi a tappeto analizzando tutti i contatti che ha avuto; i positivi li tratti mettendoli in isolamento e li curi in maniera preventiva. Ma siccome non abbiamo una cura, in questo caso, li monitori prima che diventino critici. Bene, questa è la teoria. Poi c’è la pratica”. E la pratica prevede, appunto, una strategia complessiva. “La app è un pezzettino della trace: un pezzo di un pezzo della strategia. La app serve a evitare di saturare di nuovo le terapie intensive, cioè a non farci ricominciare daccapo. Io non so se serva e ho qualche dubbio ma i virologi e gli epidemiologi dicono che il contact tracing manuale è lento e oneroso, quindi va supportato elettronicamente. Ognuno di noi sta usando il meglio delle nostre conoscenze in una situazione completamente diversa. Se qualcuno mi dicesse, in condizioni normali, di usare una app per il tracciamento con il bluetooth risponderei: ‘Col cavolo’”. Questa però è una situazione eccezionale. Tuttavia non soltanto la mitologica app da sola non serve a niente, ma potrebbe pure causare non pochi danni alla privacy dei cittadini qualora ci fossero delle falle (il caso Inps, d’altronde, insegna). “Il caso di Trace Together usato a Singapore è molto utile. Chi l’ha sviluppata ha spiegato che la app non sostituisce il resto della strategia. E l’ha detto chi l’ha realizzata, non il governo che l’ha acquistata. Di nuovo: la app è un supporto ma non può sostituire il contact tracing manuale”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.