Oltre alle librerie

Serena Sileoni

Bene i libri, ma la prima necessità è sapere che si sta lavorando per farci tornare in sicurezza alle nostre vite

È molto bello che oggi abbiano riaperto le librerie. Per molti di noi, specie per chi è da solo in casa, sono un ottimo antidoto alla solitudine e allo sconforto, oltre che alla noia casalinga. Tuttavia, l’ampliamento degli esercizi commerciali che possono stare aperti in base a quello che vendono ha serie criticità. Al fondo, torna più prepotente ancora l’interrogativo sulla convenienza di tenere aperte le attività in base alla loro essenzialità.

 

I libri curano l’anima, penne e matite sono materiale didattico fondamentale per quella che di fatto è home schooling, e per fortuna anche in questi tempi lugubri continuano a nascere e crescere migliaia di bambini che hanno bisogno di vestiti. Il ministro Franceschini ha dichiarato che la riapertura delle librerie “non è un gesto simbolico, ma il riconoscimento che anche il libro è un bene essenziale”. Eppure, la circostanza che fino a ieri questi prodotti non si trovavano in commercio, se non online, è proprio un’ammissione di errore del governo sulla sua capacità predittiva di ciò che è essenziale. Riaprire poco a poco sembra allora un modo di procedere per trial and error, più che per un piano strategico meditato. Solo la spiegazione che chi governa non può sapere cosa sia essenziale per ciascuno di noi giustifica, tra l’altro, il fatto che – almeno per ora – le librerie siano ritenute templi dell’anima più essenziali di altri santuari sacri e profani e di altri luoghi in cui l’anima trova conforto: chiese, luoghi di culto, teatri, musei, sedi di attività ricreative e para-educative, in particolare per persone in difficoltà o disabili.

 

Quello di cui abbiamo bisogno non dipende da un tratto di penna del legislatore, ma da esigenze pratiche e emotive che cambiano di continuo e da un’analisi più o meno inconsapevole che facciamo di continuo tra il rischio che frequentando un luogo ci possiamo ammalare e le altre nostre necessità di vita quotidiana.

 

Oltre al dubbio di discriminare altri spazi e servizi che possono considerarsi essenziali, la riapertura dei negozi a motivo di ciò che vendono e non di come lo vendono pone incertezze sul bilanciamento tra ripresa delle attività economiche e sociali e sicurezza igienico-sanitaria, che dovrebbe contraddistinguere la lunga fase 2 in cui il virus continuerà a circolare ma le limitazioni alle nostre libertà potranno allentarsi. A tal proposito, il decreto raccomanda ma non impone ai negozi l’applicazione delle misure anti contagio.

 

Posto che ad oggi noi comuni cittadini non abbiamo ancora capito se le mascherine sia meglio metterle o no, sarebbe forse più rassicurante per tutti sapere che possono aprire i negozi, le aziende, gli uffici pubblici e privati, a prescindere da quello che fanno, ma a condizione che siano in grado di rispettare un protocollo igienico-sanitario aderente alla loro tipologia, dimensione, attività.

  

Le grandi aziende stanno già provvedendo autonomamente a inventarsi procedure di lavoro sicure, a partire dall’accordo, approvato dal prof. Burioni, tra Fca, Fiom, Fim e altri sindacati. Sarebbe confortante, prima di riaprire per settori, che il governo coi suoi tecnici predisponesse e validasse dettagliatamente le procedure da seguire e rispettare, sia nei luoghi di lavoro che nei luoghi e nei mezzi pubblici attraverso cui si va a lavoro e si rientra a casa. Negozi, uffici e aziende sono punti di snodo di una rete di relazioni e traffici che devono essere ragionevolmente sicuri tanto quanto quelli che avvengono al loro interno.

  

Sarà per questa incertezza su come ci si deve comportare, a partire dal reperimento e dalla fornitura di mascherine e guanti con cui consentire di sfogliare i libri prima di comprarli, che molti librai domani continueranno a stare chiusi. 154 di essi hanno firmato in proposito una lettera pubblicata sul sito minimaetmoralia. E’ presumibile che a rimanere chiusi saranno proprio quei piccoli librai tanto cari al governo che, pensando di salvarli, ha imposto solo pochi mesi fa il divieto di sconto sul prezzo di copertina. Commercianti che, ora, per dimensioni fisiche e risorse, non riusciranno a garantire agevolmente la stessa sicurezza che potranno assicurare strutture più grandi, più spaziose e, probabilmente, più attrezzate ad affrontare una situazione inedita.

  

Chi scrive, oggi sarebbe voluta andare in libreria a fare acquisti, se non fosse che, comprensibilmente, la regione dove vive è una di quelle che hanno reagito alla decisione del governo emanando ordinanze restrittive alla riapertura. Ci sarebbe andata con un’autocertificazione per motivi di necessità. Curare lo spirito è, infatti, una necessità, ma la prima delle necessità che tutti noi, amanti della lettura o del golf o delle passeggiate o devoti religiosi abbiamo, è sapere che al governo stanno seriamente pensando a farci tutti tornare in ragionevole sicurezza alle nostre vite, ciascuno con le proprie passioni e esigenze dell’anima.

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