Gran lezione di Draghi al fissato liberista

Giuliano Ferrara

Il nichilismo del virus si combatte senza tentennamenti dottrinari

Il “fissato liberista” è servito. Nell’articolo di Mario Draghi per il Financial Times molte affermazioni sono, per quanto magnificamente e autorevolmente argomentate, semplicemente intuitive. E’ successo un casino di proporzioni inimmaginabili fino a ieri. A parte le conseguenze di vita e di morte, le implicazioni per l’economia, cioè per la vita reale di imprese e persone e popoli oggi e domani, sono immense. Se il mondo chiude, redditi profitti investimenti lavoro, insomma quello che con termine commerciale si chiama business, tutto è compromesso. Non solo per il momento presente, anche per il dopo. Non solo per la recessione, inevitabile, anche per la prospettiva possibile di una grande depressione a seguire. Dunque bisogna finanziare a debito (pubblico), senza illudersi che il livello di questo debito non assuma tratti di permanenza, l’insieme delle attività economiche, dalle corporation al lavoratore autonomo allo small business. E bisogna farlo per cancellare il debito privato montante, frutto della chiusura delle attività. Lo stato, gli stati, l’Europa come Unione e come sistema integrato di finanza e credito e commercio devono fare tutto il possibile, whatever it takes, nel tempo più breve possibile per sostituirsi interamente a una regola e a una struttura di economia di mercato letteralmente abbattuta dalla pandemia.

 

Il liberismo di Draghi, keynesiano e allievo di Federico Caffè, è sempre stato un paradosso o un equivoco, almeno nel senso del “fissato liberista”, il dottrinario che non si capacita della presa di possesso dei mercati da parte dello stato in una situazione di guerra. Il fatto che il Grand Commis de l’Etat e Governatore di Bankitalia e della Bce abbia per anni predicato le riforme fiscali, la mobilità nel mercato del lavoro, l’equilibrio nei conti pubblici, non fa di lui un Chicago Boy, senza offesa per una insigne categoria di pensatori e analisti del contemporaneo, piuttosto un economista e timoniere di finanza con la testa sulle spalle, quindi uno che segue i fatti con intelligenza ed è pronto a mutare pelle e opinione sui fatti in corrispondenza con i cambiamenti e con traumi “biblici” come quello presente. 

 

L’aderenza piena delle verità illustrate da Draghi alla situazione determinata in cui ci troviamo è dimostrata, oltre tutto, dalla circostanza che altrettanto intuitivamente le classi dirigenti europee, comprese quelle che si direbbero le meno attrezzate per un impasto di visione e rapidità esecutiva, si sono già mosse in quella direzione. Non è il momento di chiedere collaterali e garanzie o di distinguere la natura del debito e il suo livello, è il momento di dare garanzie, e gli unici che possono darle sono il potere pubblico e il sistema finanziario, e di attrezzarsi per un indebitamento strutturale di stato che compensi fino alla sua cancellazione il livello altissimo dell’indebitamento privato dovuto alla cessazione delle attività, occorrenza letteralmente inaudita.

 

La cosa buona è che secondo Draghi l’Europa è tra i diversi sistemi integrati di poteri e norme e mercati forse quello più pronto a corrispondere a questo impegno. E questo è meno intuitivo ma altrettanto importante. Abbiamo strutture e canali di propagazione delle risorse pubbliche a contrasto con la penuria privata incommensurabilmente superiori e mobili rispetto a quelli di altri sistemi. L’iniziativa per la mutualizzazione del debito mediante un prestito europeo, firmata da otto capi di governo, da Macron a Sánchez a Conte, corrisponde a questa direzione di marcia. Specie se affermato da qualcuno che in occasione di una crisi di debito precedente di qualche anno, e incommensurabilmente minore nelle premesse e nelle conseguenze, seppe dire la parola giusta al momento giusto e scongiurare esiti disastrosi per tutti, questo è un modo concreto e fattivo di affrontare le conseguenze economiche della pandemia. Ognuno secondo competenze e ruoli leggerà quello che intende in questo articolo che già di per sé fa epoca, ma non va trascurato un punto decisivo: Draghi taglia la testa al toro, e investe senza tentennamenti dottrinari ciò che sa e che ha esperito in un fermo anche intellettuale a ogni ortodossia petulante, spiega che qui non si contende teoria a teoria, modulazione di liberismo a interventismo statalista, qui si gioca la resistenza al nichilismo di un virus e la ripartenza possibile senza pagare tutto il prezzo che la pandemia sembrerebbe esigere.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.