Il grande spettacolo della terra pro-Mes

Claudio Cerasa

Affidarsi all’Europa per salvare le penne. Il governo e il dramma dei populismi

Il titolo utilizzato in questo articolo è preso in prestito in modo manigoldo da una geniale letterina di Giuseppe De Filippi, che trovate qui, e che descrive bene una sensazione che noi pazzi europeisti stiamo avvertendo da qualche giorno, più o meno da quando il dibattito sugli strumenti offerti dall’Europa per governare la crisi più grave mai conosciuta dal nostro continente e dal nostro paese si è andato ad arenare su tre letterine che stanno ridefinendo il perimetro della nostra vita politica: Mes. Il dibattito sul Mes – ovvero sulla possibilità che l’Italia possa prendere in prestito da un fondo creato per le emergenze circa 36 miliardi di euro da spendere senza condizionalità per le spese sanitarie – è un dibattito insieme fantastico e surreale, perché in modo spietato dimostra come l’Europa, in presenza di una discussione politica permeata di retorica, di demagogia e in definitiva di fregnacce, sia un formidabile filtro contro le minchiate.

 

Il dibattito sul Mes – in un momento in cui l’Italia si trova sull’orlo di un collasso insieme economico e forse anche finanziario, con le previsioni di crescita per il 2020 che oscillano tra un ottimistico meno nove per cento del Fondo monetario internazionale e un realistico meno undici per cento stimato da molte banche italiane e con lo spread nuovamente risalito ieri oltre quota 240 – è un dibattito insieme fantastico e surreale perché ha prodotto una serie di effetti a catena che vale la pena considerare.

 

Il primo effetto riguarda i nemici del Mes, che dall’alto del loro noto europeismo urlano contro l’Europa matrigna travestita da Fondo salva stati chiedendo quello che loro stessi hanno sempre negato (dateci gli Eurobond, caro Salvini, significa dateci più Europa: are you sure?) e rinnegando quello che loro stessi hanno direttamente negoziato (il centrodestra era al governo quando fu ideato il Mes, Salvini era al governo quando il Mes è stato rinegoziato, i nemici degli Eurobond in Europa sono i migliori amici degli antieuropeisti italiani, e per pietà ci fermiamo qui).

 

Il secondo effetto, più appassionante perché ci parla di futuro più che di passato, riguarda il modo in cui il Parlamento più pazzo della storia si sta ridisegnando di fronte al tema del Mes sì e del Mes no. La legislatura in corso, come sappiamo, è stata più volte scandita dal rapporto dei vari partiti con l’Europa – il governo Salvini-Di Maio è finito, prima ancora che al Papeete, quando il partito di Di Maio ha accettato di votare, insieme con il Pd e con Forza Italia, Ursula von der Leyen. Ma arrivati alla fase in cui ci troviamo oggi – e l’indice del progressivo ritorno alla normalità è misurato più dai litigi nel governo che dalla riapertura dei negozi – la brusca realtà imposta dell’Europa mostra una divisione del Parlamento spietata per i teorici del vaffanculo grillino.

 

E la realtà ci dice questo: il presidente del Consiglio espressione di un movimento nato contro l’Europa, contro la Casta, contro Renzi, contro Berlusconi, contro Prodi, sul tema del Fondo salva stati ha posizioni meno vicine al movimento di cui è espressione e più vicine all’Europa, alla Casta, a Renzi, a Berlusconi e Prodi. Capire la linea del presidente del Consiglio non è semplice (d’altronde il Parlamento italiano è quello che è) e far stare insieme la linea di Vito Crimi e di Danilo Toninelli con quella di Roberto Gualtieri e di Angela Merkel è un’operazione la cui difficoltà non è inferiore rispetto alla gestione di una pandemia. Ma nonostante le ambiguità del governo non è difficile capire dove il presidente del Consiglio voglia andare a parare anche in vista del Consiglio europeo: accettare i soldi del Mes senza attivare il Mes, trasformando la sua battaglia per gli Eurobond in una battaglia per il Recovery fund. Conte non lo dice esplicitamente e il suo non essere chiaro su questo punto ha contribuito a irrigidire un pezzo della maggioranza (chiedere a Dario Franceschini) e ha contribuito a creare maggiore incertezza per il dopo (chiedere agli investitori).

 

Ma anche in questo caso l’Europa potrà tornare d’aiuto e la splendida terra pro-mes, emersa nel dibattito di queste ore è lì a indicare che Conte o non Conte il futuro dell’Italia non può prescindere dall’Europa. E qualora il governo non dovesse tenere, qualora l’economia dovesse ancora di più sprofondare, qualora la gestione della riapertura dovesse essere più drammatica del previsto non c’è geometria futura che possa prescindere da un concetto semplice: un paese molto inguaiato, molto indebitato, molto debilitato, molto sfiduciato per non finire ancora di più nei guai e per tentare di ritrovare nuova fiducia avrà bisogno sempre più di farsi guidare dall’Europa. E lo spettacolo della terra pro-mes ci aiuterà a capire presto se i protagonisti dello show saranno o no gli stessi di oggi oppure no.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.