Tanta voglia di exit strategy

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Nell’Europa che litiga per i soldi c’è fretta di uscire di casa: ma sarà sicuro? Ecco i metodi adottati in alcuni paesi. Lo scandalo del prof. Ferrari e il revival della ciambella

Nella serata dell’Eurogruppo senza risultati certi, uno di quei momenti in cui la convivenza europea sembra sul punto di spezzarsi e il sospetto prende il sopravvento sulla solidarietà, Mauro Ferrari, presidente del Consiglio europeo di ricerca, ha reso note le sue dimissioni. Dimissioni polemiche, un atto d’accusa (un altro) contro l’Europa che non capisce, che non aiuta, che non sostiene, che finge di esserci ma è assente. In questa stagione in cui gli esperti hanno di nuovo un ruolo rilevante, le parole del primo scienziato d’Europa, diciamo così, hanno avuto un effetto dirompente, ancorché esagerato. Perché ieri il comitato scientifico del Consiglio di ricerca ha reso note le sue ragioni che di certo ridimensionano quel che Ferrari aveva venduto come l’esempio perfetto dell’inutilità pericolosa dell’Europa.

Ferrari aveva assunto l’incarico il 1° gennaio scorso e in una lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera ha spiegato che la sua “dedizione verso gli ideali di un’Europa unita” e il suo “desiderio di essere al servizio” di questo progetto si sono scontrate contro “una realtà diversa”. Ferrari dice che i “segnali inquietanti” che aveva raccolto fin dall’inizio si sono “trasformati in raggelanti certezze”: lui cercava metodi per combattere la pandemia, ma la burocrazia europea lo ha bloccato. “Il mio idealismo”, come lo definisce lui, contro la solita Europa divisa, poco coordinata, poco solidale. Ferrari “torna al fronte”, dice, dispenserà consigli su richiesta, ma ha “visto abbastanza”.

 

Ieri il comitato scientifico del Consiglio di ricerca ha pubblicato le sue motivazioni, rivedendo “con dispiacere” la versione fornita da Ferrari, definita “nei migliori dei casi reticente”. Il 27 marzo, tutti i 19 membri attivi del Consiglio scientifico avevano “individualmente e all’unanimità” richiesto le dimissioni di Ferrari. Per quattro ragioni: il professore “ha mostrato una completa mancanza di apprezzamento nei confronti della raison d’etre del Consiglio” e “non ha compreso il contesto in cui il Consiglio lavora all’interno del programma europeo di ricerca e innovazione Horizon 2020”. Fin dall’inizio – questa è la seconda ragione – Ferrari “ha mostrato una mancanza di coinvolgimento, non ha partecipato a incontri importanti, ha passato molto tempo negli Stati Uniti e non ha difeso il programma e la missione del Consiglio pur rappresentandolo”. In più il professore – siamo alla terza ragione – ha preso “alcune iniziative personali all’interno della Commissione, senza consultarsi, senza metterne a conoscenza il Comitato scientifico, e usando la propria posizione per promuovere le proprie idee”. L’ultima ragione ha l’aria del conflitto d’interessi, di certo c’è una questione esplicita di “incompatibilità”: secondo il Comitato scientifico, il professor Ferrari era “coinvolto in molte iniziative esterne, accademiche e commerciali, che gli hanno portato via molto tempo e che in alcune occasioni sembravano avere la precedenza rispetto all’impegno preso al Consiglio”. Il comunicato ribadisce che di fatto c’era stato un voto di sfiducia nei confronti di Ferrari e soprattutto, “nel caso ci sia qualche dubbio”, che il Consiglio – vengono elencate molte iniziative già avviate – “sostiene completamente l’idea che la ricerca scientifica offrirà le soluzioni migliori per fermare le pandemie come quella del covid-19”. Nel maggio dell’anno scorso, il Foglio aveva scritto che la nomina europea di Ferrari pareva poco adeguata, viste le sue dichiarazioni favorevoli al cosiddetto “metodo Stamina”.

 

E le linee guida sulla fase 2 dell’Europa? Il progetto della Commissione di presentare ieri delle linee guida per uscire dal lockdown, per coordinare la riapertura nei 27 paesi membri, non ha avuto successo. Le richieste di una regia europea per gestire il coronavirus erano venute proprio dai governi nazionali, i quali, non appena hanno saputo che Ursula von der Leyen stava per pubblicare in conferenza stampa la sua exit strategy per tutti, hanno detto: un momento, qui ancora facciamo fatica a tenere la gente in casa e voi parlate di riaperture. Il rischio era di dare segnali contraddittori in un momento in cui c’è ancora bisogno di dire ai cittadini di restare a casa. Progettare la fine di un lockdown è materia delicata e non esiste una soluzione valida per tutte le nazioni, ognuna colpita in modo diverso. La Commissione, vista la contrarietà dei governi che hanno chiesto di essere coinvolti in questo piano, ha allora trasformato la presentazione della road map in un dibattito tra i commissari. Von der Leyen ha detto che ne parlerà “dopo Pasqua” – tutti nutrono grandi aspettative per questo “dopo Pasqua” – durante una conferenza stampa, quando il piano, la tabella di marcia, sarà pronta e accettata da tutti. Un’altra inversione a U, scrive Politico, che mette in luce gli attriti tra i governi e l’esecutivo dell’Unione. Nel frattempo, mentre von der Leyen prometteva di svelare la sua exit strategy e si illudeva di poter coordinare tutti, c’è chi una sua road map l’aveva già. Austria, Danimarca e Repubblica ceca sono pronte, con cautela. E poi c’è un rumor sulla Germania. Ovviamente, tutti per “dopo Pasqua”.

 

Riaprire – versione austriaca.

Austria in lockdown dall’11 marzo: 12547 casi, 243 morti. Zona più colpita: Tirolo.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che ama collezionare primati, il ministro degli Esteri più giovane dell’Austria, poi il cancelliere più giovane d’Europa, ha deciso che vuole essere il primo a ripartire dopo il lockdown. L’Austria ripartirà, lentamente, ma ripartirà presto, e lunedì Kurz ha annunciato che dal 14, subito dopo Pasqua, i negozi più piccoli potranno riaprire in tutto il paese. Ha anche precisato la metratura: fino a 400 metri quadrati. Potranno riaprire anche i vivai, i ferramenta e i parchi. Poi ci sarà un periodo di osservazione, di cautela e se tutto andrà bene il primo maggio sarà la volta dei negozi più grandi e di altri esercizi commerciali come i parrucchieri. Seguirà un altro periodo di controlli e da metà maggio riapriranno i ristoranti, i bar e gli alberghi, assieme alle scuole. Per i concerti e i grandi assembramenti bisognerà ancora attendere l’estate e chi uscirà dovrà indossare la mascherina, altrimenti 50 euro di multa. L’Austria è stata tra i primi paesi a chiudere, anche i confini, che probabilmente rimarranno chiusi ha detto Kurz, e negli ultimi giorni la crescita dei casi si aggira attorno all’1,5 per cento. La gestione dell’epidemia è stata rapidissima rispetto ad altri paesi europei, nonostante le critiche mosse al Tirolo, la regione con il più alto numero di casi, in cui si trova il villaggio di Ischgl, l’Ibiza delle Alpi. Dal centro sciistico si sono diffusi numerosi contagi e nonostante gli avvertimenti e le segnalazioni che arrivavano da altre nazioni, la Norvegia ha dichiarato che quasi il 40 per cento dei malati di coronavirus si era infettato in Austria, il Tirolo ha lasciato aperta Ischgl e Vienna non è intervenuta, a lungo. Ma non è stata questa mancanza ad aver acceso il dibattito politico tra maggioranza e opposizione. Con l’Fpö, il partito di estrema destra ex compagno di coalizione di Kurz, ormai scomparso, sono rimasti soltanto i socialdemocratici a cercare di frenare il governo. L’Spö, che ha la gestione della capitale, ha iniziato una battaglia sui parchi e sulla necessità dei cittadini di frequentarli. Hanno definito Kurz capriccioso per la decisione di chiudere le aree verdi. Ma dalla parte del cancelliere c’era l’altro partito di maggioranza, i Grünen, anche loro non si sentono molto in questo periodo, approvano la gestione del cancelliere, ma continuano a rosicchiare l’elettorato che un tempo era dei socialdemocratici.

 

Riaprire – versione danese.

Danimarca in lockdown dal 13 marzo: 4.978 casi, 203 morti. Zona più colpita: Copenaghen.

Se Kurz sarà il primo a riaprire, la Danimarca è stata la prima ad annunciare la riapertura. Bisogna andare adagio e stare attenti, ha detto la premier danese Mette Frederiksen, ma bisogna ripartire. Danimarca e Austria sono state tra le prime nazioni a imporre il lockdown e per diversi aspetti i loro metodi sono simili. Neppure Copenaghen è pronta ad aprire i confini, si teme che il contagio possa arrivare da fuori. La Danimarca riaprirà su tutto il territorio prima gli asili e le scuole primarie il 15 aprile. Il virus va comunque tenuto sotto controllo e osservato e soltanto dopo si penserà a riaprire scuole secondarie e università. I negozi finora sono rimasti aperti, ma non i ristoranti, per i quali ancora non è stata stabilita una data di ripartenza. La gestione dell’epidemia non ha avvelenato il dibattito politico, o meglio le faide politiche, Copenaghen è stata la zone più colpita della Danimarca, assieme alla parte centrale dello Jutland dove era stato registrato il primo caso, il 12 marzo . Lo scorso anno Mette Frederiksen ha vinto le elezioni ed è riuscita a costruire una maggioranza solida, la gestione dell’economia durante il lockdown è stata esemplare e ambiziosa, il governo ha pagato il 75 per cento degli stipendi dei lavoratori fino a un massimo di 30 mila corone (circa 4.000 euro) e le aziende coprono il restante 25 per cento. Adesso la premier dice di temere più i danni della recessione che di una seconda ondata di contagi, ma bisogna procedere lentamente: “E’ come camminare su un filo – ha spiegato – se ci fermiamo, cadiamo, se andiamo troppo veloci, anche. Dobbiamo avanzare passo dopo passo”.

 

Riaprire – versione tedesca.

Germania, in lockdown dal 22 marzo: 109.178 casi, 2.066 morti. Zona più colpita: Nord Reno-Vestfalia.

Appena uscita dalla quarantena, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che il coronavirus è la più grande sfida che l’Ue si trova a dover fronteggiare dai tempi della Seconda guerra mondiale, ha detto che per superarla serve solidarietà, tra cittadini e tra europei. Serve uno sforzo da parte di tutti e verranno chiesti sacrifici nuovi, non ha detto quando saranno tolte tutte le limitazioni in Germania, sicuramente non prima del 19 aprile, ma l’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato la bozza di un piano del ministero dell’Interno per la fine del lockdown. Il documento traccia un ritorno graduale alla normalità che non coinvolgerà tutta la Germania insieme, ma ogni Land sarà soggetto a diverse strategie. Il progetto del ministero prevede l’uso obbligatorio delle mascherine in pubblico, il divieto assoluto di assembramento e la rapida tracciabilità degli infetti. Scrive Reuters che il piano tedesco tiene conto del fatto che la pandemia durerà fino al 2021, per adesso non ci sono state dichiarazioni ufficiali sui progetti futuri di riapertura, ma anche qui sembra valere il principio: lentamente e con cautela.

 

Riaprire – versione ceca.

Repubblica ceca in lockdown dal 14 marzo: 4.828 casi, 80 morti. Zone più colpite: Praga e regione orientale di Olomouc, tra la Moravia e la Slesia.

Poco colpita, ma la più colpita tra le nazioni dell’est Europa, la Repubblica ceca ha deciso di entrare nel circolo di chi riaprirà dopo Pasqua. Anzi, ha già detto martedì che si può uscire per passeggiare e correre, non ha fissato date, per il ritorno alla normalità, si vedrà giorno per giorno e ieri sono stati riaperti alcuni negozi. Dopo Pasqua sarà, forse, la volta delle scuole. Il progetto ceco sembra mancare della pianificazione prevista dall’Austria e dalla Danimarca e ha fomentato un sistema politico già pieno di tensioni. Praga è tra le zone più colpite e proprio nella capitale si concentrano le forze di opposizione che lo scorso anno hanno manifestato per un’estate intera contro il primo ministro Andrej Babis. Al centro delle polemiche tra i due partiti – l’amministrazione di Praga è affidata al sindaco star Zdanek Hrib dei Pirati, Babis è del partito Ano, a cui appartiene anche la commissaria europea Vera Jourová – è finita anche l’Italia con una commessa di mascherine proveniente dalla Cina e sequestrata dalla Repubblica ceca. Le mascherine secondo l’inchiesta ceca erano destinate a una vendita illegale, ma un ricercatore del Partito dei pirati ha denunciato il ministero dell’Interno del proprio paese accusandolo di mentire. Sulla commessa c’è davvero un’inchiesta e il governo ha deciso di inviare comunque in Italia centomila maschere per far fronte all’emergenza. Ma la disputa, che ha più il tono di un litigio tra partiti rivali, ha alimentato il mito della mancanza di solidarietà tra europei.

 

Un futuro a ciambella. Ve la ricordate la teoria della ciambella? Se ne parlava un paio di anni fa quando l’economista di Oxford Kate Raworth aveva pubblicato il libro “Doughnut Economics: Seven Ways to Think Like a 21st Century Economist” che, scrive il Guardian, per molto tempo ha abbellito i comodini di personaggi come l’ex ministro per la Brexit David Davis. La teoria funzionava più o meno così: avete presente una ciambella di quelle con il buco? Bene, l’anello interno delimita il minimo necessario per condurre uno stile di vita buono che derivi dagli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che chiamiamo “livello minimo sociale”. Questo è costituito da: cibo e acqua, lavoro, servizi, energia, istruzione, assistenza sanitaria, uguaglianza di genere, reddito e libertà di espressione. Una società che non raggiunge questi obiettivi minimi vive nel buco della ciambella. L’anello esterno invece è il limite ambientale, sarebbe a dire i confini oltre i quali il genere umano non dovrebbe andare per non danneggiare il clima, i suoli, gli oceani, lo strato di ozono, l’acqua dolce e l’abbondante biodiversità. Tra i due anelli c’è l’impasto, che dovrebbe essere fatto dalle esigenze dell’uomo e del pianeta, la parte che si mangia deve essere uno spazio sicuro e giusto per l’umanità, generato da uno sviluppo economico inclusivo e durevole. Il comune di Amsterdam per far rinascere la città dopo il coronavirus ha deciso di adottare questo modello a ciambella, il sindaco è convinto che possa servire a “superare gli effetti della crisi” e ha detto al Guardian di essersi coordinato con la Raworth che ha disegnato per Amsterdam una ciambella tutta sua con una particolare attenzione per il porto, che darà sì ricchezza, ma anche diseguaglianza (per non parlare dei combustibili fossili), dice la studiosa. La città olandese vuole diventare testimonial di un nuovo benessere che “sta nell’equilibrio”. Le crisi servono anche a questo, dice la Raworth, e confessa: prima del lockdown aveva portato la sua ciambella pure a Bruxelles.

Di più su questi argomenti: