Dove finisce la nostra libertà? Dove inizia quella degli altri

Maurizio Crippa

La definizione base della libertà individuale si misura di questi tempi in un metro, un metro e mezzo. Il resto è stupida belluria

Un metro, un metro e mezzo. Per i puristi della prevenzione, due metri. La definizione base della libertà individuale, quella imparata a scuola – la mia libertà finisce dove inizia la libertà dell’altro – si misura di questi tempi in un metro, un metro e mezzo. Sotto, inizia quella degli altri. Non è un concetto difficile, per non capirlo si deve essere zucconi, oppure donchisciotti da operetta contro i mulini a vento di un totalitarismo (per via sanitaria) che non c’è. Spuntano come funghi, al quarantesimo giorno della quarantena (ma avevano iniziato anche prima, per capriccio travestito da sentimento libertario) e proclamano il diritto a uscire. Si riversano – su Twitter, su Facebook – anche persone di solito seriose, che sbroccano come influencer al balcone. Tralasciando il noioso branco, si può prendere come esempio Filippo Facci, almeno pirotecnico as usual, che ha scritto su Libero: “Io da martedì (conoscendolo l’avrà fatto, ndr) uscirò liberamente e sfacciatamente per le strade del mio paese, e lo farò in spregio a un governo indegno e cialtrone che si illude di poter giocare a tempo indeterminato con le mie libertà individuali e con il mio diritto di parola e di espressione”. Parola ed espressione, boh. Però: “Non mi farò mettere ‘app’ sul telefono che equivalgono al braccialetto dei carcerati o alla dittatura cinese, non mi farò spiare da un drone, anzi, se ne vedrò uno lo abbatterò con la fionda”. Facci non è uno spirito suicidario, è uno spirito semmai che anela alla bella morte: ma sempre per un’altra volta, come direbbe Céline. E del resto precisa, nel suo proclama, che terrà guanti e mascherina e le distanze. Ma vuole essere libero. Il che lo rende persino simpatico, ma non condivisibile. Lo spazio della sua libertà finisce dove inizia la sicurezza altrui: un metro fuori dal suo uscio.

 

Ma questo delirio travestito da pensiero liberal-libertario, per cui “la libertà è più cara della sicurezza” ribolle. Millantando solidi impianti etici, giuridici, giusnaturalistici e, i più fessi, persino teologici. Il nostro Camillo Langone ne ha scritto (altrove) citando Lord Jonathan Sumption, ex giudice della Corte suprema: “La situazione è grave, ma è abbastanza grave da giustificare l’imprigionamento collettivo?”. La domanda è cretina, ma siccome la sua graziosa Regina è una persona molto gentile si è già disturbata a rispondergli: “Sì, lo è. Full stop”. Al di là del naso del proprio ego c’è il naso degli altri. Ci si può buttare dal ponte o sotto a un tram, per dimostrare la subordinazione della propria sicurezza alla propria libertà. Ma la propria, non quella degli altri.

 

Se volete criticare il governo, l’Ue, l’Oms e anche Dio in persona, per interposto Vicario, fatevi avanti. Ma con idee e documenti, proposte e fatti. Le rivendicazioni da Alfieri della mutua, “procomberò sol io”, nell’epoca in cui se un fesso gira per strada vestito da Vittorio Alfieri io posso rischiare di morire, non valgono un tubo. Sono caricature malthusiane o dannunziane, favole narrate da un idiota in un momento in cui pensava di aver scoperto il libero pensiero. Certo, è una deriva trascinata a galla dall’insofferenza delle persone per la reclusione, le fatiche, i disagi. Qualche volta qualcuno sbrocca, di solito nella forma degli interrogativi sottovuoto mentale dei social: “Sono chiusa in casa dal 25 febbraio, le cose non migliorano e tutte le sere quelli che governano la regione dicono che è colpa di noi cittadini” (questa era Silvia Ballestra, scrittrice). Ma è una deriva che ha un suo punto di ricaduta. Si leggono qua e là quesiti più seriosi: se il diritto (costituzionale) alla salute, essendo un diritto dell’individuo, non sia subordinato al libero giudizio e alla libertà personali. E dunque, se non si sia tutti nel grave rischio di finire in regimi di totalitarismo volontario. Sarebbe anche un bell’argomento. A patto di non confondere la Cina e Orbán con l’Europa. E di riconoscere che nel mondo libero la libertà personale termina dove inizia la libertà (e anche l’intelligenza) altrui. Un metro, un metro e mezzo.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"