La sovranità delle nazioni è la negazione del buon governo

Giuliano Ferrara

La pandemia mostra i limiti della dottrina dell’autogoverno e l’Europa è un antidoto prezioso contro disordine e caos

Un uomo corre su una spiaggia abruzzese, solitario, un carabiniere gli si affianca per fermarlo, multarlo e riportarlo a casa in applicazione di ordinanze di salute pubblica adottate dall’esecutivo e ratificate ex post in modo pallido da un Parlamento a ranghi distanziati e ridotti, l’uomo accelera e semina il gendarme, che alla fine lo acciufferà. L’occhio dell’uomo libero e del cittadino gode per quella corsa verso la libertà solitaria, testimoniata da un video, che sembra invincibile. Ma un altro occhio, di un altro uomo libero e cittadino, aveva denunciato il runner, si moltiplicano le delazioni a danno di grigliate o messe clandestine, un elicottero volteggia su una Pasquetta palermitana, un suono d’organo a mezzanotte ha indotto la gendarmeria del Quartiere Latino a ispezionare la chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet su segnalazione anonima, a quanto pare la gente teme che percorsi liberamente decisi e autodeterminati, anche i più innocenti e distanziati socialmente, aprano la falla della quarantena contro l’epidemia e, se universalizzati, mettano in pericolo vite umane.

 

Le libertà civili sfioriscono nell’emergenza, e questo sarebbe anche comprensibile nella transitorietà consapevole e limitata delle misure di contenimento di un’epidemia maligna, ma chi decide dell’emergenza, chi stabilisce e ratifica credibilmente lo stato d’eccezione? Qui il problema diventa più complicato, e c’è da essere felici al pensiero di quanta bella gente rivendica giustamente autogoverno e primato della politica democratica come base della sovranità, anche nello stato d’eccezione. Si deve o no riaprire, dopo la lunga reclusione che abbatte l’economia reale? E quando e come, con quale gradualità, per quali settori innanzitutto, e come si regolano questioni come i trasporti in comune, il costume del distanziamento lungo i mesi, la socialità ordinaria del ristorante e del caffè, lo spettacolo dal vivo, lo sport, le adunanze, le relazioni in fabbrica e negli uffici? Certo, i governi fanno e disfano commissioni di competenti, le istituzioni neutre che lavorano per lo stato, come la Protezione civile e altre agenzie sanitarie nazionali globali, decisive in simile contesto, fanno il loro lavoro e lo fondano su un dogma della modernità, l’oggettività della scienza, dello sperimentale, del dimostrabile, e l’oggettività del modello previsionale, dell’algoritmo infine, ma tutte queste oggettività hanno niente a che fare con il libero conflitto soggettivo e parziale delle opinioni che è il sale dell’autogoverno democratico e liberale. Sfiorisce così anche il principio dell’autogoverno popolare, che si combina con il parere di quelli che sanno o si presume sappiano, con gli analisti dei dati, dei big data, roba sopraffina, con i luminari dell’epidemiologia, con i virologi e con tutta la brigata di sapienti che fanno scudo ai sistemi sanitari, e alla fine decidono che cosa sia giusto e che cosa sbagliato fare in campi che riguardano la produzione economica della vita, il lavoro, il reddito, il consumo, l’investimento, le molle del profitto e del suo governo sociale a vantaggio del capitale di rischio, senza il quale non resta che uno stato onnipotente e fallimentare, e insieme della collettività.

 

Ma non è una cosa nuova questo rosicchiamento dei princìpi dell’autogoverno. Se dici che la casa brucia e che l’ambiente è la scommessa del futuro umano, dici che la sovranità è in comune, perché l’ambiente è in comune, qualunque cosa tu voglia dire con l’espressione climate change. Se dici che le istituzioni sovranazionali in Europa devono trovare il modo di offrire una risposta simmetrica a un trauma simmetrico, che non dipende dalla bassa crescita o dall’alto debito dei reprobi (o non solo, non in misura decisiva) ma da un’epidemia che vola, viaggia, traversa le frontiere, allora dici che la sovranità deve essere messa in comune, altro che solidarietà. Se dati e trasmissione di dati diventano decisivi in ogni campo, e ti portano a casa la spesa, ti consentono l’accelerazione di un vaccino, ti mettono in connessione con saperi e poteri diffusi, e ti forgiano i gusti e le inclinazioni di vita, e ti schedano e seguono passo passo riducendo in brandelli la privacy in omaggio alla tracciabilità, anche sanitaria, allora un altro pezzo di sovranità nazionale e parlamentare, poiché questo è l’ambito dell’ideologia benedetta dell’autogoverno, se ne è andata.

 

Il sovranismo come si è profilato nell’opposizione alla globalizzazione dei mercati, cioè come richiamo alla nazione, intangibile territorio dell’autogoverno democratico, appare in questo contesto povera cosa, un’anticaglia, e deve necessariamente sposarsi, come avviene nell’America di Trump, con la negazione dei numeri e dell’esperienza stessa della pandemia.

 

Negazione strisciante, mai certa, sempre esitante tra la gestione da show runner dell’emergenza e delle misure antiepidemiche e la velleità o volontà di fare i conti con l’altra vittima del virus, l’economia del capitale e del lavoro, magari con un richiamo liberale e di principio all’autogoverno e al primato della politica sulla scienza e sui tecnici. Così i consigli moderati ma saggi di un Anthony Fauci, il capo epidemiologo sopravvissuto alle purghe di Trump, devono fronteggiare ogni giorno la minaccia di licenziamento, #FireFauci, e questo dipende ovviamente dalle prospettive della rielezione per il secondo mandato, che sono il sale della lotta politica, almeno quando non siano in discussione decine di migliaia di vite umane. Ma se l’autogoverno è appeso al calcolo bassomachiavellico, e alla fine a una logica di mera frode, non è più autonomia della politica e autogoverno, è disordine e avventura. La scommessa della mutualizzazione in qualche forma del debito, con l’obiettivo della ricostruzione europea dopo la pandemia, ha questo valore di filosofia politica, non è un atto di solidarietà: vuol dire che i regimi autoritari asiatici e euroasiatici hanno le loro regole, i paesi in mano ai sovranismi nazionalistici hanno le loro, e l’Europa resta, con un pugno di non allineati sparsi per il mondo, un blocco solido di democrazie unite che sa esercitare l’unica sovranità democratica possibile con strumenti che mutualizzano il dare e l’avere.

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.