“La scuola è fondamentale per il pil, pensiamo a come riaprirla”. Parla Lupi

Piero Vietti

In questi giorni si discute molto di divisori in plexiglass per la spiaggia e poco di come garantire una didattica decente ai milioni di studenti italiani

Roma. La scuola è il grande assente dal dibattito sulle graduali riaperture da organizzare una volta finito il lockdown. Si discute molto di divisori in plexiglass per la spiaggia e poco di come garantire una didattica decente ai milioni di studenti italiani (la creatività degli insegnanti e la tecnologia ci hanno permesso di sopravvivere, ma solo con Zoom, Classroom e YouTube non andremo molto lontano). “Il fatto è che non si ritiene la scuola fondamentale per il paese quanto l’impresa – dice al Foglio Maurizio Lupi, deputato e presidente di Noi con l’Italia, da sempre attento alle tematiche scolastiche – Tutti dicono che la scuola è importante ma la si considera solo per l’occupazione che garantisce, mai come punto di ripartenza. Pensare di riaprire le aziende e non le scuole è un errore”.

 

Chi ne parla in questi giorni si limita a lanciare ipotesi senza che ci sia un provvedimento discusso, si parla di riapertura a settembre, didattica a distanza, doppi turni, differenze a seconda della classe. “C’è confusione, e nessuno che si faccia le domande giuste. Si sceglie la strada più semplice, invece di ‘approfittare’ dei cambiamenti drammatici della pandemia per cambiare modello, chiedersi quali formule nuove ci si può inventare, avanzare ipotesi. Il messaggio lanciato dal ministro, quel ‘tutti promossi’, è la cosa più diseducativa, distrugge uno degli elementi fondanti del rapporto tra insegnanti e allievi, la valutazione, che non è solo un voto, ma la possibilità di dare un valore al percorso fatto. Certo è più semplice perché evita polemiche e ricorsi”. E’ miope, però.

 

“Ci vorrebbe un modo per calcolare quanto pil vale mezzo anno scolastico perso da un’intera generazione di italiani, perché di questo si tratta. Forse così non la prenderemmo con tanta filosofia”, ha scritto ieri Antonio Polito sul Corriere della Sera. “Ha ragione – dice Lupi – la scuola è un elemento fondante del pil del paese, va tutelata. Dei 25 miliardi del ‘Cura Italia’ quanti sono andati alla scuola? Pochissimi. E dei prossimi 50 che verranno stanziati?”. I 70 milioni annunciati dal ministro per la digitalizzazione delle scuole sono briciole, spiega Lupi con un esempio: “Al comprensorio scolastico di Buccinasco, in provincia di Milano, sono arrivati ottomila euro per 1.200 studenti. Quanti computer acquisti con questi soldi?”. C’è poi l’eterna diatriba tra scuole paritarie e statali. Se si trovassero più finanziamenti, a chi dovrebbero essere dati? “A tutta la scuola pubblica, senza distinzioni tra statali e paritarie – dice Lupi – La pandemia ci faccia almeno superare questa divisione: se le famiglie che mandano i figli alle scuole paritarie non hanno più i soldi per pagare le rette quelle scuole rischiano di chiudere, e avremmo ottocentomila studenti che dovrebbero andare a scuola nello stato, facendolo collassare”. In Italia si dà per scontato che l’anno scolastico si finirà a casa. Nessuna ipotesi graduale di rientro, nessun piano. “Perché paesi colpiti come noi dal virus come Spagna, Francia e Inghilterra ragionano sulla riapertura in sicurezza delle scuole e noi no? Non tutti e subito, certo. Incrociamo due criteri, quello dell’età – prima i più grandi – e quello territoriale – in base alla diffusione del virus –, e ragioniamoci. Il diritto all’istruzione è un diritto costituzionale e universale da garantire, soprattutto per i più svantaggiati”.

 

La sfida è nuova, insiste Lupi, “ma non ne abbiamo coscienza: abbiamo a cuore la formazione degli insegnanti? Investiamo, chiediamoci di quali strumenti dotare le scuole. L’ipotesi di non riaprire nemmeno a settembre è follia”. Con i figli a scuola tanti genitori potrebbero tornare al lavoro, soprattutto chi non può farlo a distanza, fa notare Lupi. Nella task force che deve studiare la fase 2 mancano esperti sulla scuola, “non la si contempla nemmeno. Ad esempio: perché non fare tornare a scuola a maggio solo gli studenti di terza media e di quinta superiore, garantendo il giusto distanziamento e tutte le misure di sicurezza per fare finire almeno a loro l’anno scolastico in aula, e dare l’esame, magari in forma più agile? O perché non convocare i grandi player della telefonia e della tecnologia e pensare con loro un piano straordinario di giga illimitati e computer per gli studenti che non riescono a seguire le lezioni online?”. Sono esempi che per Lupi evidenziano “la debolezza della politica. Ci siamo affidati agli esperti per capire come tutelare la nostra salute, gli scienziati danno indicazioni, ma a decidere deve essere la politica”. In piena emergenza, che proposta fare per poter ripartire con la scuola? “Più fondi generali per gli strumenti, senza distinzioni tra paritarie e statali. Investire davvero sulla scuola. Per le paritarie, poi, che rischiano di chiudere con le famiglie non più in grado di pagare le rette, si può intervenire con un fondo straordinario, i buoni scuola, il credito d’imposta una tantum…”. Gli strumenti ci sono. Basta volerlo. In fretta.

  • Piero Vietti
  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.